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Archivio per la categoria ‘On the road’

XVII FEBBRAIO: la difficile strada della civiltà

17 Febbraio 2018 Nessun commento

Tra gli anniversari storici che ricorrono nella data del XVII febbraio due sono particolarmente fermi nella mia mente. Il primo, il 17 febbraio del 1600, è l’anniversario del rogo di Giordano Bruno; il secondo, il 17 febbraio del 1848, è l’anniversario delle “regie lettere patenti” di Carlo Alberto in favore dei Valdesi.

Il primo è un emblema imponente del potere intollerante, il secondo è un piccolo segnale che lo spirito di tolleranza può farsi strada nel mondo, anche se molto lentamente.

Giordano Bruno il 17 febbraio del 1600 fu posto sul rogo a Campo de’ Fiori di Roma, perché accusato di essere eretico. Fu condannato per la sua filosofia, per le sue idee che si rifiutò di abiurare. Il potere clericale, che lo mise nudo sul rogo legandogli persino la bocca (con la lingua in giova), in realtà mandò sul rogo anche le parole evangeliche di Gesù e bruciò anche la misericordia cristiana. Al momento della condanna Giordano Bruno avrebbe pronunciato queste parole: “Avete più timore voi a proferire questa condanna che io a riceverla”. Le sue ceneri furono disperse nel Tevere.

Le “regie lettere patenti”, emanate da re Carlo Alberto il 17 febbraio del 1948, costituirono la fine delle persecuzioni contro i Valdesi, ma non certo delle discriminazioni nei confronti di questo popolo-chiesa, unica realtà protestante autoctona in Italia. Come scrive Giorgio Tourn (I Valdesi, Claudiana), i fuochi ed i cortei che salutarono le Patenti del 17 febbraio erano legittimi, ma l’atto di Carlo Alberto rispecchiava una visione paternalistica: “la sua era una tolleranza illuministica, non una libertà costituzionale“. “La libertà i valdesi non la ricevettero, dovettero conquistarla e fu questa la loro prima e fondamentale battaglia civile“. La strada è stata lunga e sicuramente il Concilio Vaticano II contribuì fortemente ad eliminare le discriminazioni. Ho avuto modo di conoscere da vicino il mondo valdese che è veramente una realtà unica e affascinante. L’occasione per conoscere la storia e la cultura valdese fu la mia tesi di laurea dedicata al teologo valdese Vittorio Subilia e alla sua analisi del cattolicesimo (post: Innanzi che il gallo canti).

I due anniversari ci ricordano che la strada della civiltà deve partire sicuramente dalla tolleranza, punto basilare, ma deve andare oltre. Deve portarci ad accettare l’altro, il diverso da noi, purché questo, ovviamente, non sia portatore di valori violenti ed oppressivi: bisogna essere intolleranti solo di fronte all’intolleranza. Per il resto esiste un’unica possibilità: il dialogo e il confronto per imparare e per insegnare, per dare e per ricevere. Oggi mi pare che questa strada, difficile e lunga, si sia persa nelle sabbie mobili dell’inciviltà umana. Oggi mi pare che siano ben poche nel nostro mondo le fonti di progresso civile. Ho una speranza: il cristianesimo non è bruciato sui roghi accesi dal potere clericale, ed anche i fuochi valdesi del XVII febbraio ce lo segnalano con evidenza. Il cristianesimo ha in sé la parola di liberazione evangelica che duemila anni di inciviltà umana non hanno tacitato.

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Un cuor di patata per San Valentino

12 Febbraio 2018 Nessun commento

 

Alfredo Cattabiani afferma nel suo libro Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, (Rusconi e poi Mondadori): “da alcuni anni, sulla scia degli Stati Uniti, San Valentino è diventata una festa popolare laica che serve per incrementare i consumi e conseguentemente la produzione. In realtà il calendario liturgico vi festeggia, dopo la riforma del 1970, i Santi Cirillo e Metodio che, vissuti nel IX secolo, furono gli evangelizzatori della Russia. Un tempo la loro festa cadeva il 7 luglio, mentre il 14 febbraio era dedicato a san Valentino, oggi cancellato dal calendario universale perché poco significativo per la Chiesa. Ma la cancellazione non ha avuto alcun effetto, tant’è vero che gli almanacchi e i calendari continuano a registrarne il nome aggiungendo quelli dei due evangelizzatori degli Slavi. D’altronde, troppe erano le usanze e troppi soprattutto gli interessi commerciali connessi alla festa perché la decisione del Consiglio per la riforma liturgica avesse qualche effetto.”

Con Cattabiani scopriamo che ci sono nell’agiografia cristiana due San Valentino. Sempre tramite Cattabiani notiamo, peraltro senza particolare meraviglia, che il periodo in cui la tradizione ha posto la ricorrenza di San Valentino è la metà di febbraio, quando la natura incomincia a dare i primi segni di risveglio primaverile. Pertanto la semplice collocazione temporale suggerisce il tema dell’amore e degli innamorati, se non bastassero i racconti agiografici della vita di San Valentino (o dei San Valentino) che comunque riconducono all’idea dell’amore. A proposito dei legami tra il risveglio primaverile e la festa di San Valentino, Cattabiani ricorda alcuni detti popolari: “‘Per San Valentin la lodola fa il nidin’ afferma un proverbio veneto al quale fa eco ‘Per San Valentino la primavera è vicino’ e ‘Per San Valentino fiorisce lo spino’.”

Dal proverbio ”A San Valentino ogni valentino sceglie la sua valentina” nacque in Inghilterra, nel XV secolo, l’abitudine di scambiarsi tra innamorati teneri bigliettini; questa abitudine avrà particolare fortuna negli Stati Uniti con la tradizione delle valentine, descritta molto bene da Charles Shulz. 

Cattabiani sottolinea che questa festa ha avuto fortuna solo perché è un’importante occasione consumistica, ma quale festa non lo è? Natale, Pasqua e tutte le altre ricorrenze religiose non vivono forse la stessa sorte? Se dietro queste ricorrenze non ci fosse un giro d’affari notevole sarebbero vissute in modo frugale solo dai credenti. Ho citato le feste cristiane, ma non penso che per le altre tradizioni sia diverso. Nel 1977 una legge stabilì che non dovevano più essere considerate agli effetti civili alcune festività:  Epifania, S. Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, SS. Apostoli Pietro e Paolo, ma otto anni dopo venne “ripristinata” l’Epifania. Apparentemente questo fatto conferma la regola che le festività resistono se sostenute da un forte interesse commerciale. Se è vero che a sostegno della festività dell’Epifania intervennero anche alcune voci dell’industria e della distribuzione dolciaria, come affermò il solito Messori, è pur vero che altre motivazioni spinsero il legislatore nel 1985 a ridare effetto civile all’Epifania. Fu il Presidente della Repubblica di allora, il mitico Sandro Pertini, a perorare la causa di alcuni studenti medi ricevuti in uno di quegli incontri che il “nonno” Pertini amava moltissimo: “Presidente, perché non fa rimettere in calendario la Befana che a noi piace tanto?” chiese una studentessa, e lui si impegnò in tal senso.

Come sempre e per qualsiasi cosa spetta a noi vivere le occasioni di festa nell’ottica giusta della condivisione e dell’amore. Anche di questo ci ha parlato Papa Francesco nell’ Esortazione apostolica Amoris laetitia (post: La dimensione erotica dell’amore).

Per quanto mi riguarda ho già detto che cosa penso di questa ricorrenza: buon San Valentino, senza temere la straordinaria banalità dell’amore e delle sue feste ovvie e dovute! (post: ovviamente san valentino). Riproduco qui sotto le parole che scrissi molti anni fa in occasione di un San Valentino, ma, posso dirlo, la festa di San Valentino fu, appunto, solo l’occasione e non il motivo per cui le scrissi…

Nota: ho scattato io la foto di copertina. Mi sembrava troppo bella quella patata a forma di cuore. Un cuore di patata: un cuore tenero e da gustare ben… cotto!

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Jasminum, sorriso dell’Essere

1 Febbraio 2018 Nessun commento

Sei fiorito ovunque ti ho posato, dolce Jasminum.

Per la nostra simpatia ringrazio l’Essere
e per il tuo infante sorriso giallo.

In te colgo le gioie semplici
e
le mille parole taciute
dai cuori in silenzio.

Lascio ad altri il ciarpame scurrile delle cose importanti:
ai potenti e ai loro idioti lacchè.

Così scrivevo nel 2005 quando Jasminum, chiamato comunemente Gelsomino d’inverno o Gelsomino giallo, colorava ancora nei mesi invernali con le sue stelline gialle (sorriso giallo) il mio terrazzo. Avevo ricavato molte piantine dalle talee datemi da mio papà (sei fiorito ovunque ti ho posato). La semplicità di questo piccolo (infante) fiore invernale mi ha sempre fatto pensare all’immensa bellezza della semplicità (In te colgo le gioie semplici e le mille parole taciute dai cuori in silenzio), che contrasta con la tronfia volgarità di tutto quello che il mondo, e i suoi servi potenti, ritiene importante (Lascio ad altri il ciarpame scurrile delle cose importanti: ai potenti e ai loro idioti lacchè). Di questa precisa coscienza e di questa simpatia con la bellezza semplice ringraziavo e ringrazio l’ Essere.

Purtroppo dopo la scomparsa di mio papà nulla è stato più come allora. Il mio terrazzo è stato devastato da interventi che l’hanno completamente snaturato.

Eppure, come per miracolo, Jasminum è tornato a sorridere e l’ho ritratto in questi giorni nella foto sopra: un sorriso piccolo piccolo, una speranza, forse. Ed anche questo mi ha riportato il ricordo dolce di mio papà e la nostalgia della sua immensa bontà, che allora non capivo appieno: “le mille parole taciute dai cuori in silenzio” assumono questo senso che si aggiunge ed oltrepassa quello che avevano in origine.

Concordavo e concordo ancora con il commento del 2005 di un’ amica blogger: “ancora una poesia ‘in forma di fiore’ che del fiore ha la delicatezza, l’impalpabilità, la caducità. E il minimalismo, l’assenza di retorica, quasi il restare sottotono a dire che ciò che è davvero importante è invisibile all’occhio e non può neppure essere detto. E’ dunque per sua natura incomunicabile“.

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“Teniamo” famiglia: la Memoria non basta

27 Gennaio 2018 2 commenti

Che cosa c’entra il libro di Brusset (Christophe Brusset, Siete pazzi a mangiarlo!, Piemme 2016, copertina a fianco) con la “Giornata della memoria“? C’entra, c’entra e di seguito tenterò di spiegarlo.

Il lungo sottotitolo ci informa: Brusset, manager dell’industria alimentare, ci svela che cosa davvero finisce sulla nostra tavola. Prima di tutto occorre dire che Brusset ha lavorato nell’industria alimentare, ma ora si occupa d’altro; insomma: quando ci lavorava ha sempre accettato tutto quello che ora, con stile simpatico ed accattivante, ci racconta.

Cito dal Prologo del libro: “Sono stati anni difficili, perché la mia visione idealizzata del cibo mal si accordava con la realtà che vivevo. (…) ma dovevo pur mantenere la famiglia…” E più avanti: “Negli uffici e negli stabilimenti dell’agroalimentare, ci si imbatte come in qualsiasi ambiente in persone inacidite, che esercitano una professione che dà loro ‘da mangiare’ ma che non hanno veramente scelto.” E ancora: “Sono sempre stato un dipendente fedele e obbediente delle società per cui lavoravo. E, se ho commesso qualche errore – oggi le chiamano ‘colpe morali’ – credo comunque di essere alla fine meno colpevole degli ispettori sanitari che chiudono gli occhi a comando, delle associazioni dei consumatori troppo tenere e dei politici più inclini a soffocare uno scandalo che a prendere le misure necessarie per evitarlo.”

Tutto questo è vero, umano e condivisibile. Certo.

Stranamente, però, fa parte delle montagne di giustificazioni presentate anche da chi, in un modo o nell’altro, ha sostenuto o, più semplicemente, accettato l’orrore nazista.

Ovviamente non sto paragonando gli orrori nazisti a quelli dell’industria agroalimentare. Mi limito a paragonare le giustificazioni: “tenevamo” famiglia e abbiamo dovuto essere fedeli ed obbedienti nei confronti dei nostri capi. Altri sono i veri colpevoli: chi stava sopra, chi stava a fianco, chi stava sotto…

Non voglio stigmatizzare il “tengo famiglia”: è umano e normale, direi assolutamente naturale e determinato dall’istinto di sopravvivenza. Proprio per questo voglio ribadire il pericolo sempre presente che ne deriva: in nome della nostra sopravvivenza siamo disposti anche a non vedere fatti e realtà molto gravi come l’orrore nazista o i molti orrori del nostro tempo. Poi, passato il pericolo o la necessità del silenzio, siamo capaci di gridare: siete pazzi se accettate l’esistenza di questi orrori!

Come ho già detto (1), ma non smetterò mai di ripetere: “il popolo che approvò il nazismo non era costituito da mostri, ma da persone normali che vivevano una vita normale, come tutti noi oggi.”

Proprio per questo ribadisco che le celebrazioni della “Giornata della memoria” sono utili e doverose, ma non bastano se non impariamo ad andare oltre la nostra umana e normalissima natura.

(1) la giornata per una memoria coerente

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25 gennaio: Conversione di San Paolo

25 Gennaio 2018 Nessun commento

Ora, mentre era in cammino, avvenne che avvicinandosi a Damasco, di subito una luce dal cielo gli folgorò d’intorno. Ed essendo caduto in terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (Atti 9, 3-4, versione Diodati: mi piace sottolineare la splendida traduzione “di subito una luce dal cielo gli folgorò d’intorno”)

Riproduco le opere che il Caravaggio realizzò ispirandosi alla Conversione di San Paolo: qui a fianco il dipinto conservato nella cappella Cerasi della Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma, sotto il dipinto di proprietà della famiglia Odescalchi. In entrambi la luce folgora Saulo.

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Tentazioni curiali

13 Gennaio 2018 Nessun commento


Ogni occasione è utile per attaccare subdolamente Papa Francesco. La furbizia meschina dei suoi detrattori consiste nel diffondere notizie che possano scombussolare i “semplici laici” (1), anche se, in realtà, l’obiettivo è screditare un Papa che sta tentando di “pulire” la Curia (2).

Tempo fa molti giornali e riviste hanno titolato: “Il Papa vuole cambiare il Padre Nostro”, analogamente si sono espresse radio, reti televisive e pagine web. L’occasione succulenta si è presentata quando Papa Francesco nella conversazione con Marco Pozza (3) ha affermato a proposito del versetto “E non ci indurre in tentazione”: “Questa traduzione non è buona”. In realtà questa traduzione non è piaciuta neppure a chi ha revisionato il testo dei Vangeli curato dalla CEI; infatti, come ha ricordato il Papa nella conversazione citata, “se apriamo il Vangelo nell’ultima edizione a cura della CEI, leggiamo: ‘non abbandonarci alla tentazione’ (Lc 11,4; Mt 6,14)”.

Quindi, ovviamente, non c’era nessuna “tentazione” del Papa di riformare il Padre Nostro, ma semplicemente c’era una doverosa precisazione pastorale sul vero senso delle parole della preghiera: non è Dio Padre ad indurci in tentazione, ma il Maligno. Tutte le tentazioni sono diaboliche, comprese quelle in cui cadono certi ambienti curiali ostili alle riforme “francescane”.

Annoto in margine che la preghiera del Padre Nostro ha notevoli consonanze con antiche preghiere ebraiche ben note a Gesù, ma la novità evangelica sta nella affermazione, senza alcun dubbio, della fede in un Dio che è, prima di tutto, un Padre misericordioso con chi tenta di essere, a sua volta e con tutti i limiti umani, misericordioso.

Riproduco una foto e un testo che ho già pubblicato (Segni contagiosi e cruciali (1)

La foto che accompagna questo articolo è una Croce. In ambito culturale cattolico, diversamente che in quello protestante, spesso si confondono le parole Croce e Crocifisso. Ovviamente la Croce è il simbolo senza la figura, pittorica o scultorea, del Cristo Crocifisso. Tuttavia nella foto è rappresentata una Croce speciale perché vi sono incise le parole del Padre Nostro, corredate da una piccola ampolla con la terra santa di Gerusalemme. Non c’è su questa Croce il Crocifisso, ma c’è la Sua Parola cruciale.

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(1) Uso non a caso l’espressione “semplici laici”, citandola da un utile testo di Martin Lutero: Il Padre Nostro spiegato ai semplici laici, Claudiana. Pare che il censore cattolico dell’Inquisizione veneta, nella prima metà del Cinquecento, abbia elogiato molto questo scritto pervenutogli in forma anonima.

(2)    Papa Francesco nel discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi del 2017 ha detto: “Parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frederic-François-Xavier De Merode: ‘Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti’”.

(3) Papa Francesco, Quando pregate dite Padre Nostro, Rizzoli/L.E.V. L’immagine all’inizio di questo articolo riproduce il testo della preghiera scritto a penna dal Papa e pubblicato nel libro.

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Avvento, Jung, nostalgia e… anto-logia

10 Dicembre 2017 Commenti chiusi

“Per Carl Gustav Jung (…) l’anno liturgico è un sistema terapeutico. Ogni tempo dell’anno liturgico della chiesa è un tempo di salvezza e di guarigione, in cui vengono utilizzate determinate immagini dell’anima. Quando si utilizzano le immagini centrali della nostra anima – Jung parla a questo proposito di ‘immagini archetipe’ – ciò opera su di noi in modo salutare. Le immagini di questo tipo ci mettono in contatto con le energie benefiche della nostra anima. Nel suo intimo, l’anima sa ciò che le fa bene e ciò di cui ha bisogno per guarire. Ma la saggezza della nostra anima è spesso ricoperta dalle molte informazioni e immagini che dall’esterno si riversano su di noi.”

“Gli psicologi dicono che l’avidità è qualcosa di simile al surrogato della madre. Nella bramosia c’è dunque il desiderio di un paradiso perduto, del sentirsi protetto e al sicuro nel grembo materno.”

“Il tempo di Avvento (…) ci ricorda la nostra sicurezza e protezione infantile, rievoca la sensazione della casa natale, che abbiamo sperimentato da bambini in questo tempo e che ci lega con essa ancora adulti. Ma il tempo di Avvento non è un ritornare al tempo di un’infanzia beata. Al contrario, ci mette in contatto con la nostalgia di una sicurezza, che abbiamo vissuto come bambini, ma che oggi deve assumere un’altra qualità. Non possiamo ritornare all’età della fanciullezza, in cui non avevamo alcuna responsabilità. Come adulti, che sono capaci di assumersi responsabilità per se stessi e per gli altri, abbiamo bisogno di uno spazio interiore di sicurezza, dove ci sentiamo a casa nostra. E in ultima istanza questo si può trovare solo in Dio.”

Questi brani sono tratti da: Anselm Grün, La tua luce ci dona speranza, Edizioni Messaggero, Padova-

Anselm Grün (Junkershausen, 14 gennaio 1945) è un monaco benedettino, autore di molti libri di successo. La sua attenzione per gli aspetti psicologici della liturgia avrebbe suscitato in altri tempi, non lontanissimi, la preoccupata attenzione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Questo capitò, ad esempio, a Drewermann, che aveva applicato nell’analisi delle Scritture gli strumenti della psicologia del profondo, arrivando a sostenere la potenza guaritrice della Parola (Eugen Drewermann e la psicologia del profondo). I tempi sono cambiati grazie anche l’opera intensa di Papa Francesco che, non per niente, è fortemente osteggiato.

Condivido con Grün l’idea dell’Avvento come momento di “nostalgia” di Dio suscitata dalla nostalgia della sicurezza infantile, ma, ad un tempo, mi viene spontaneo pensare che molta umanità di oggi non ha ricordi infantili piacevoli, così come molti bambini di oggi non avranno da adulti bei ricordi di un’infanzia felice e sicura. Ecco che, allora, l’Avvento e il Natale travalicano di molto i semplici aspetti psicologici personali e diventano elementi di speranza; ma la speranza per un cristiano è inevitabilmente nostalgia di Dio e della Sua Parola incarnata: Gesù il Cristo.

Per quanto riguarda la mia storia personale non posso negare che i miei ricordi infantili del periodo natalizio sono tutti molto belli e felici: per quanto i miei genitori non fossero benestanti, i miei Natali infantili furono tutti bellissimi e il loro ricordo mi riempie ancora il cuore. Non ho ricordi fotografici di quei giorni, ma riproduco, scannerizzata, una foto degli attrezzi da falegname, in miniatura, che mio papà creò più di trent’anni fa per il Presepe parrocchiale. Ne ho rivisto qualcuno nel Presepe allestito quest’anno nella chiesa parrocchiale. Un po’ di nostalgia mi ha preso: certo trent’anni fa non ero più bambino, ma mio papà era ancora al mio fianco. Anche questa è nostalgia di sicurezza.

Ho scritto, infatti, dopo l’Epifania del 2017: com’è giusto, oggi, abbiamo riposto gli addobbi e l’albero di Natale in cantina, ma non il Presepe, che invece rimarrà, come le nostre tradizioni vogliono, fino al 17 gennaio, ricorrenza di Sant’Antonio Abate. E, aggiungo, mi piace che rimanga perché lo creò mio papà sbozzandolo da alcune radici, ma anche perché l’ho collocato tra i miei libri più cari, accanto al suo ritratto. Grazie papà! (Tradizioni da rispettare)

Nel 2014 ho ricapitolato i vari articoli che ho dedicato al Natale su questo blog:  Un Natale da… anto-logia

L’anno dopo ho aggiunto la mia “mimosa natalizia”: Santa Luce di Natale.

Nel 2016, poi, ho ricordato il legame tra il Natale e il solstizio d’inverno (Solstizio d’inverno).

 

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umori autunnali

23 Novembre 2017 Commenti chiusi

.

albeggia tra la pioggia sottile

e gli alberi danno umori all’aria

in quest’autunno sfinito

.

 vado con le mie preghiere mentali

sorseggiando infinito

ed altre speranze

.

il mondo è altrove

e non mi riconosco

tra chi cammina verso mete

credute vere e certe

.

 sorrido tra me

sciorinando idee dell’inutile tutto

mentre bimbi corrono

senza più innocenza

plagiati da chi li accompagna

.

 senza fermarmi

affino l’olfatto

ed intenerisco l’anima

con i profumi

che gli alberi danno all’aria

-venuto giorno-

in quest’autunno infinito

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Shomér ma mi-llailah?

12 Novembre 2017 Commenti chiusi

 

Avrei potuto intitolare questo articolo anche così: “Mo ha da passà ‘a nuttata”. Il grande Eduardo De Filippo, nel terzo atto della commedia Napoli milionaria!, fa dire al medico che ha somministrato il farmaco giusto alla figlia di Amalia e Gennaro la frase poi divenuta proverbiale: “Mo ha da passà ‘a nuttata. Deve superare la crisi“. Gennaro, poco dopo, ripeterà queste parole per tranquillizzare Amelia. Ogni genitore che abbia avuto, come è normale, figli piccoli ammalati e con la febbre alta ricorderà l’ansia delle ore notturne nell’attesa dell’alba che spesso porta la guarigione. Ovviamente Eduardo pensava ad altro: era da poco finita la seconda guerra mondiale e la nottata sembrava senza fine e l’alba lontana.

Non posso sapere, però, se il grande Eduardo avesse in mente i versetti 21, 11-12 del libro di Isaia, uno dei capolavori  della Bibbia. Riproduco di seguito alcune delle versioni in lingua italiana (1):

Versione Diodati: 11 Il carico di Duma. Ei si grida a me di Seir: Guardia, che hai tu veduto dopo la notte? Guardia, che hai tu veduto dopo la notte? 12 La guardia ha detto: La mattina è venuta, e poi anche la notte; se voi ne domandate, domandate pure, ritornate, venite.

Versione CEI: 11 Oracolo sull’Idumea. Mi gridano da Seir: «Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?» 12 La sentinella risponde: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!»

Versione Interconfessionale: 11 Questo messaggio riguarda Edom. Qualcuno chiama da Seir: “Sentinella, quando finisce la notte? Dimmi, quanto manca all’alba?” 12 La sentinella risponde: “Arriva l’alba, ma presto anche la notte. Se volete fare altre domande, tornate di nuovo”.

Ripeto: ignoro se il grande Eduardo conoscesse questo passo di Isaia, tuttavia io vedo una vicinanza e, addirittura, una consonanza tra loro. Entrambi esprimono la speranza che la notte, per quanto lunga ed angosciante, possa terminare e che finalmente ritorni l’alba a guarire i mali nostri e del nostro tempo. Il profeta Isaia ed anche Eduardo si riferivano ai loro tempi, al momento storico che stavano vivendo, ma le loro parole sanno essere profetiche per ogni epoca e per la vita di ogni individuo.

Non è un caso che Giuseppe Dossetti, nel 1994, per commemorare Giuseppe Lazzati cita, anche nel titolo della riflessione, il passo di Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte?”. Ecco la conclusione della sua commemorazione, che va ben oltre il momento contingente e diventa parola profetica:

In ultima analisi, è solo questo che può vincere la notte. Lo squarcio operato nel buio - nel momentaneo leggero peso della nostra tribolazione - dal fulgore dell’enorme, letteralmente “eterno peso di gloria“.

Ma per questo ci vogliono dei battezzati formati ad essere e ad agire nel tempo continuamente guardando all’ultratemporale, cioè abituati a scrutare la storia, ma nella luce del metastorico, dell’escatologia. Purtroppo siamo invece più spesso abituati al contrario, cioè ad immergerci continuamente e totalmente nella storia, anzi, nella cronaca: la nostra miopia ci fa pensare all’oggi o al massimo al domani (sempre egoistico), non oltre, in una reale dilatazione di spirito al di là dell’io.

C’è un aspetto e una conseguenza particolare di questa auspicabile sanazione della nostra vista – sanazione, dico, operata dal richiamo escatologico – che mi pare, concludendo, di dovere fra le altre particolarmente segnalare: il ricordare sempre che la Chiesa non è ancora il Regno di Dio: ne è, se mai, il germe e l’inizio. E va aggiunto che delle sue due funzioni: l’evangelizzazione (cioè l’annunzio del Cristo morto, risorto, glorificato) e l’animazione cristiana delle realtà temporali, la seconda spesso può concernere il Regno in modo molto indiretto. Il che porta a concludere che tutte queste realtà temporali che dovrebbero essere ordinate cristianamente (compresa la politica) possono essere finemente e saggiamente relativizzate, secondo le diverse opportunità concrete: e comunque sempre vanno rispettate nella loro autonomia e perseguite da laici consapevoli e competenti che, come diceva Lazzati,

vivono gomito a gomito, per così dire, degli uomini del loro tempo e di varia estrazione culturale… attraverso il confronto e il dialogo, naturalmente senza perdita della propria identità, sempre nel rispetto della natura di tali realtà e della loro legittima autonomia, con sincero sforzo di comprendere l’altro.

E questa è la via – diurna e non notturna – verso la Città dell’uomo, nella prospettiva sempre intensamente mirata della Città celeste, della nuova Gerusalemme

 

Ed ecco ora il testo che dà il titolo a questo articolo. Francesco Guccini, che non si contenta delle versioni in lingua italiana, legge la Bibbia in lingua originale e, affascinato dall’ebraico antico di Isaiaprende spunto da quel passo (21, 11-12) e lo cita nella forma originale. Riproduco di seguito il testo della sua canzone (del 1983) nella versione pubblicata nel volume Stagioni edito da Einaudi.

Shomér ma mi-llailah?

La notte è quieta senza rumore,
c’è solo il suono che fa il silenzio
e l’aria calda porta il sapore di stelle e assenzio.
Le dita sfiorano le pietre calme,
calde d’un sole memoria o mito
il buio ha preso con sé le palme,
sembra che il giorno non sia esistito.
Io, la vedetta, l’illuminato,
guardiano eterno di non so cosa
cerco, innocente, o perché ho peccato, la luna ombrosa.
E aspetto immobile che si spanda
l’onda di tuono che seguirà
al lampo secco di una domanda,
la voce d’ uomo che chiederà:
- Shomér ma mi-llailah?
Shomér ma mi-lell?
Shomér ma mi-llailah, ma mi-lell?
Sono da secoli, o da un momento,
fermo in un vuoto in cui tutto tace
non so più dire da quanto sento angoscia o pace.
Coi sensi tesi fuori dal tempo,
fuori dal mondo sto ad aspettare
che in un sussurro di voci o vento
qualcuno venga per domandare.
E li avverto, radi come le dita,
ma sento voci, sento un brusio
e sento d’essere l’ infinita eco di Dio.
E dopo, innumeri come sabbia,
ansiosa e anonima oscurità
ma voce sola di fede o rabbia,
notturno grido che chiederà:
- Shomér ma mi-llailah?
Shomér ma mi-lell?
Shomér ma mi-llailah, ma mi-lell?
- La notte,udite, sta per finire,
ma il giorno ancora non è arrivato
sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato.
Ma io veglio sempre, perciò insistete,
voi lo potete: ridomandate!
Tornate ancora se lo volete, non vi stancate!
Cadranno i secoli, gli dèi e le dee,
cadranno torri, cadranno regni
e resteranno di uomini e di idee polvere e segni.
Ma ora capisco il mio non capire,
che una risposta non ci sarà
che la risposta sull’avvenire
è in una voce che chiederà:
- Shomér ma mi-llailah?
Shomér ma mi-lell?
Shomér ma mi-llailah, ma mi-lell?
Questa intensa canzone, ricca di parole stimolanti, mi conferma che la Bibbia è veramente il patrimonio dell’umanità che cerca, che domanda, che non si arrende, che spera abbia fine la notte e la nottata. Umanità di diversa provenienza culturale (penso che il mio accostamento di Francesco Guccini, Giuseppe Dossetti e Eduardo De Filippo sia significativo in tal senso), ma animata sempre da un desiderio di capire che cosa ci sia all’alba e, soprattutto, animata da un desiderio, più o meno ricco di speranza (ottimismo della volontà, forse), che l’alba arrivi veramente.
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Note
(1)      “Tradurre” e “tradire” non hanno la stessa etimologia, ma entrambi i verbi hanno lo stesso prefisso “tra” che significa “oltre” e, com’è noto, l’ “oltre” è affascinante, ma può essere pericoloso se non si è prudenti.
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N.B.: ho scattato anni fa a Pineto la foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Ho ritratto un’alba di mare un po’ minacciosa dove, però, le nubi non riescono a nascondere il sole che sta sorgendo.
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nell’intimità della tua casa

29 Ottobre 2017 Commenti chiusi

Nell’intimità della tua casa” è una citazione dal Salmo 128 ed è anche il titolo del libro di Rosanna Virgili e Rosanna Fersini edito da Ancora nel 2017. Le due autrici hanno già pubblicato assieme libri molto interessanti e stimolanti (1). Rosanna Virgili ha pubblicato con altre tre bibliste una nuova traduzione commentata dei Vangeli. Rosanna Fersini si dedica con intelligente passione al suo lavoro educativo sia come docente che come scrittrice.

Il sottotitolo (La chiara parola dell’Amoris laetitia) ci preannuncia sinteticamente l’argomento del libro, che non è solo un commento dell’Esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia di Papa Francesco (2), ma, come dicono le autrici nell’introduzione, è una conversazione tra tre interlocutori: “la voce laica, la voce biblica e quella – amabile e chiara – di Francesco“.

Più che una conversazione, direi, è una sinfonia di voci che nel corso del libro ci illustrano la situazione della famiglia nel concreto della attualità quotidiana (grazie alla voce laica) e, ad un tempo, ci dimostrano (grazie alla voce biblica) che le parole di Francesco, ben calate in questa realtà, non solo sono rispettose dei risultati sinodali, ma anche, e soprattutto, sono ben radicate nella Parola autentica delle Scritture. Questo libro, dunque, contesta apertamente le accuse a vario titolo sollevate contro l’Esortazione apostolica Amoris laetitia, dimostrando la loro completa infondatezza.

Inevitabilmente il concetto di amoris laetitia, cioè della gioia dell’amore, non può piacere ai tradizionalisti che ancora non hanno digerito il Concilio. Vorrei, tuttavia, sottolineare che spesso le accuse dei tradizionalisti sono strumentalizzate da interessi curiali che con la fede cristiana non hanno nulla in comune.

Cito una parte molto significativa dell’ introduzione:

Francesco va sì alla dottrina, ma a quella che era la “via” (odòs: “strada”) del kerygma, del primo Vangelo, quella consegnata dalla Scrittura, la più antica, ma anche la più fresca, la più comprensibile e significativa, quella che raggiunge il cuore e la mente dell’umanità e non si è fatta ancora imprigionare nell’accademismo fine a sé stesso, o già catalogare nelle sezioni “archeologiche” delle biblioteche.

Concordo appieno con le parole citate. Inoltre condivido con le autrici l’dea che il libro Nell’intimità della famiglia sia un invito ad intraprendere la lettura dell’ Amoris laetitia rivolto a chiunque, credente o non credente, abbia a cuore i temi della famiglia, dell’amore coniugale e dell’amore familiare.

(1) Ne ho parlato in questo blog: Eros… Puro, amabile, dolce: la pancia di CronoViaggio nel Cantico dei canticiSu la maschera: Su la maschera

(2) La dimensione erotica dell’amore

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