Archivio

Archivio per la categoria ‘Viaggi’

Commiato

2 Aprile 2018 Nessun commento

Tiscali ha deciso di chiudere il servizio blog dal 30 aprile 2018. Anche questo fatto ben rappresenta il mondo virtuale: essenzialmente privo di concretezza e stabilità. Il vuoto sul vuoto, il nulla sul nulla.

Tuttavia mi ero affezionato e così continuo da un’altra parte:

https://antoniosampietro.wordpress.com/

Buon viaggio a tutti!!!

Categorie:On the road Tag:

Un milione anto-logico!

21 Marzo 2018 Nessun commento

Il mio blog, iniziato quasi per gioco quattordici anni fa, in questi giorni ha superato la quota di un milione di visitatori. Sicuramente molti di questi hanno sorvolato il blog per “sbaglio” e “senza intenzione”, molti non avranno neppure preso in considerazione i testi, le foto, le parole sparse, tuttavia il numero è sempre un segnale. Ho pubblicato pochi commenti perché spesso contengono messaggi che con il blog hanno poca attinenza: oggi i “social” hanno un volto diverso, dove tutto si consuma con velocità, con simboli, faccine, chat ed altri espedienti per evitare di pensare e ragionare, soprattutto per fare in fretta. Io sono “antico” e amo ancora sostare con i miei pensieri nella terra del dubbio e della ricerca di una verità possibile.

Certamente alcuni post hanno attirato maggiormente l’attenzione e mi è capitato di ritrovare riferimenti ad essi in vari forum. In particolare ha suscitato attenzioni un “pezzo” non mio: la tesina di maturità di mia figlia (Il tema della “famiglia” tra Ottocento e Novecento), che è stata citata come fonte in un lavoro pubblicato sul sito della Treccani (Diapositiva 1 – Treccani, pag.8).

Già altre volte ho provato a tirare le somme del mio lavoro, come ho fatto nel mese di maggio del 2016 con un articolo che, appunto, si intitola Quasi una “summa”… anto-logica, dove ho ricapitolato le “cose” che ritengo maggiormente significative.

Nei mesi successivi, quasi due anni, non sono mancati momenti che mi piace ricordare e segnalare.

Ho pubblicato due articoli che riproducono alcune mie lettere a Papa Francesco: Speranza e Papa Francesco e Drewermann. Mi sono, inoltre, interessato ad altri aspetti riguardanti il Papa o, comunque, ambiti religiosi.

Nel post La dimensione erotica dell’amore rilevo la capacità di Francesco, tutta evangelica, di rinnovare profondamente la “tradizione”. All’Esortazione Apostolica Amoris laetitia è dedicato anche il post nell’intimità della tua casa.

Nell’ articolo Tentazioni curiali, dove mi sono occupato del “Padre Nostro” commentato da Papa Francesco, richiamo l’attenzione sulle manovre della “materia oscura” curiale per screditare il magistero papale manipolando ad arte le notizie.

Nel post Infinito il sonetto leopardiano diventa un punto di partenza per pensare all’infinito universo e alla sua Mente, che agisce nonostante l’immensa stupidità umana.

Nel post Shomér ma mi-llailah? affermo: “questa intensa canzone, ricca di parole stimolanti, mi conferma che la Bibbia è davvero il patrimonio dell’umanità che cerca, che domanda, che non si arrende, che spera abbia fine la notte e la nottata. Umanità di diversa provenienza culturale (penso che il mio accostamento di Francesco Guccini, Giuseppe Dossetti e Eduardo De Filippo sia significativo in tal senso), ma animata sempre da un desiderio di capire che cosa ci sia all’alba e, soprattutto, animata da un desiderio, più o meno ricco di speranza (ottimismo della volontà, forse), che l’alba arrivi veramente”.

L’articolo Avvento, Jung, nostalgia e… anto-logia nasce dalla lettura di un libretto dedicato al periodo dell’Avvento: Anselm Grün, La tua luce ci dona speranza, Edizioni Messaggero, Padova. Riprendo qui le mie parole: “Anselm Grün (Junkershausen, 14 gennaio 1945) è un monaco benedettino, autore di molti libri di successo. La sua attenzione per gli aspetti psicologici della liturgia avrebbe suscitato in altri tempi, non lontanissimi, la preoccupata attenzione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Questo capitò, ad esempio, a Drewermann, che aveva applicato all’analisi delle Scritture gli strumenti della psicologia del profondo, arrivando a sostenere la potenza guaritrice della Parola (Eugen Drewermann e la psicologia del profondo). I tempi sono cambiati grazie anche all’opera intensa di Papa Francesco che, non per niente, è fortemente osteggiato.”

Nel post Segni contagiosi e cruciali (1) la lettura di un libro di Erri De Luca, La natura esposta (Feltrinelli), mi ha portato ad esprimere questa conclusione: “i segni sono per chi è disposto a farsi contagiare e, quando sono cruciali, non ammettono indifferenza nella scelta del cammino. La foto che accompagna questo articolo è una Croce. In ambito culturale cattolico, diversamente che in quello protestante, spesso si confondono le parole Croce e Crocifisso. Ovviamente la Croce è il simbolo senza la figura, pittorica o scultorea, del Cristo Crocifisso. Tuttavia nella foto è rappresentata una Croce speciale perché vi sono incise le parole del Padre Nostro, corredate da una piccola ampolla con la terra santa di Gerusalemme. Non c’è su questa Croce il Crocifisso, ma c’è la Sua Parola cruciale.

Uno dei problemi che oggi più mi preoccupa è l’inconsistenza morale e ideologica dell’epoca attuale. Ne parlo nel post “ai miei tempi”, dove affermo: “Non mi ritrovo oggettivamente in questa realtà e credo che non sia dovuto solo al fatto che sono anziano: ho combattuto in gioventù per un mondo più giusto, non più sporco, in tutti i sensi. Gesù definiva i Farisei sepolcri scialbati: belli fuori e putridi dentro. Oggi i nuovi farisei hanno abolito i loro bei sepolcri e rimangono solo le loro puzzolenti putredini. Qui sta la differenza oggettiva tra il mondo dei “miei tempi” e quello di oggi, e non è la nostalgia della gioventù a farmelo credere.” Esprimo lo stesso disagio anche nel post Prima Epistola a Nessuno.

Una notevole alternativa alla “cloaca mondiale” mi è sembrata la proposta, corredata da un’attenta analisi del nostro tempo, presentata da Luigino Bruni sul quotidiano l’Avvenire nel 2017. Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca e collabora con il quotidiano Avvenire. Ho seguito e commentato settimana per settimana gli articoli che, inoltre, sono stato autorizzato a pubblicare integralmente. Gli interventi sono stati tredici in tutto. Nel post che ho dedicato all’ultimo intervento ((13) In viaggio “sul confine e oltre”: “La grande libertà della festa”), ho riepilogato tutti i post precedenti relativi agli articoli di Luigino Bruni. Il viaggio “sul confine e oltre” di Luigino Bruni  si conclude, non a caso nel giorno di Pasqua, con l’articolo “La grande libertà della festa“.  Condivido appieno la tesi dell’autore: la religione capitalista odia la festa, libero dono della gratuità, ed offre, per questo, divertimenti e svago, che, però, accrescono in noi la nostalgia della la festa autentica. Dio al settimo giorno si riposa dopo aver terminato la creazione; si riposa “creando” la festa: lo shabbat. Scrive l’autore: “Se è vero che lo shabbat è il grande dono di Elohim alla terra, è anche vero che lo shabbat è anche il dono di reciprocità che la creazione fa al suo creatore, perché gli dona la possibilità di riposarsi e fare festa, insieme a noi.” La festa, infatti, è comunità e, quindi, è odiata dal capitalismo idolatrico che vuole farci diventare schiavi asociali e individualisti per dominarci meglio. Saremo capaci di abbattere il faraone che ci vuole impedire “di andare tre giorni nel deserto per festeggiare la Pèsah”?

Ricordo le tappe del nostro viaggio “sul confine ed oltre”:

(1) In viaggio “sul confine e oltre”: “Via dalla distruzione creatrice”

(2) In viaggio “sul confine e oltre”: “Resistere al pifferaio magico”

(3) In viaggio “sul confine e oltre”: “Gli idoli non sono sazi mai”

(4) In viaggio “sul confine e oltre”: “I tristi imperi del merito”

(5) In viaggio “sul confine e oltre”: “La salvezza non è un’impresa”

(6) In viaggio “sul confine e oltre”: “gli dèi facili del mercato”

(7) In viaggio “sul confine e oltre”: “onnipotente è la moneta”

(8) In viaggio “sul confine e oltre”: “ma il futuro è senza merito”

(9) In viaggio “sul confine e oltre”: “violiamo il grande tabù”

(10) In viaggio “sul confine e oltre”: “l’epoca del dono parziale”

(11) In viaggio “sul confine e oltre”: “L’utilità divorante dell’inutile”

(12) In viaggio “sul confine e oltre”: “Il tempio infinito della cura”

Nel post  “Teniamo” famiglia: la Memoria non basta sono ritornato sull’argomento “Giornata della memoria”. Non voglio stigmatizzare il “tengo famiglia”: è umano e normale, direi assolutamente naturale e determinato dall’istinto di sopravvivenza. Proprio per questo voglio ribadire il pericolo sempre presente che ne deriva: in nome della nostra sopravvivenza siamo disposti anche a non vedere fatti e realtà molto gravi come l’orrore nazista o i molti orrori del nostro tempo. Poi, passato il pericolo o la necessità del silenzio, siamo capaci di gridare: siete pazzi se accettate l’esistenza di questi orrori! Come ho già detto, ma non smetterò mai di ripetere: “il popolo che approvò il nazismo non era costituito da mostri, ma da persone normali che vivevano una vita normale, come tutti noi oggi.” Proprio per questo ribadisco che le celebrazioni della “Giornata della memoria” sono utili e doverose, ma non bastano se non impariamo ad andare oltre la nostra umana e normalissima natura.

Nel mese di novembre 2017 ho pubblicato anche la mia ultima nugaumori autunnali

.

albeggia tra la pioggia sottile

e gli alberi danno umori all’aria

in quest’autunno sfinito

.

vado con le mie preghiere mentali

sorseggiando infinito

ed altre speranze

.

il mondo è altrove

e non mi riconosco

tra chi cammina verso mete

credute vere e certe

.

sorrido tra me

sciorinando idee dell’inutile tutto

mentre bimbi corrono

senza più innocenza

plagiati da chi li accompagna

.

senza fermarmi

affino l’olfatto

ed intenerisco l’anima

con i profumi

che gli alberi danno all’aria

-venuto giorno-

in quest’autunno infinito

……………………………………….

Quest’anno ho trovato anche il tempo per occuparmi di un argomento apparentemente leggero: la festa di San Valentino (Un cuor di patata per San Valentino). Come è facile capire questa festa ha avuto molta fortuna perché è un’importante occasione commerciale, ma quale festa non lo è? Come sempre e per qualsiasi cosa spetta a noi vivere le occasioni di festa nell’ottica giusta della condivisione e dell’amore.

…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..

Per ultimo concludo questa summa anto-logica della quota “un milione”, con il ricordo del mio indimenticabile papà che ho pubblicato nel giorno anniversario della sua nascita: 4 marzo 1922. “E continuo a ricordarti come se tu fossi vivo qui con me e ti dedico tutte quelle parole e quei pensieri che, per la mia immensa stupidità, non ho saputo regalarti quando eri al mio fianco: papà… sempre!”

Nel mese di maggio del 2017, nel decimo anniversario della sua morte, l’avevo ricordato nel post papà, dove ho ricapitolato molti dei miei ricordi.

‘Lunedì 21 maggio 2007: sono passati dieci anni da quando mi hai lasciato, e sono stati i dieci anni più brutti della mia vita. Ho subito ingiustizie, cattiverie e pugnalate alle spalle, inaudite e scioccanti, ma alla fine ho sempre vinto, pur segnato da lividi e ferite. Certamente dal Paradiso mi hai assistito tu, caro papà, anche se le mie mancanze nei tuoi confronti sono state molte. Non posso che ripetere parole che ho già detto: “Sempre più in colpa, io, per non averti capito, io che ti parlo – oggi – e ti chiedo perdono per i silenzi o le vuote parole, per il tuo amore immenso non capito.” L’anno scorso, per il nono anniversario, avevo raccolto sotto il titolo “papà… sempre” le pagine che la mia memoria e i miei sensi di colpa mi hanno dettato per ricordarti.’


Categorie:On the road Tag:

Ricordando Rocco

20 Marzo 2018 Nessun commento

Scrivevo due anni fa nel post Rocco: dieci anni, 21 marzo 2005 – 21 marzo 2015Dieci anni sono passati. È proprio vero: i parenti li hai in eredità, gli amici li scegli. Un amico che ti lascia è una ferita che non cicatrizza. Rocco: non hai idea di quante volte ancora ti penso vivo, anche se dormi il sonno dei giusti da dieci anni. Rocco: ricordo il tuo passo strano, da uomo abituato a stare in sella sul tuo amatissimo cavallo. Rocco: le tue maledette sigarette!!! Rocco: la tua risata improvvisa, e quasi nascosta da un colpo di tosse. Rocco: il freddo dei tuoi ultimi istanti. Ci vediamo, Rocco: sarà bello raccontarci un po’ di cose. Ne abbiamo di storie, anche se dieci anni sono volati!

Confermo tutto, parola per parola, anche se gli anni passati, oggi, sono dodici. Confermo e richiamo anche un post precedente, 21 marzo 2005 – 21 marzo 2013, dove recupero i ricordi e i pensieri dedicati al mio amico Rocco: siamo tutti nel mistero della vita e della morte, suo banale elemento.

Categorie:On the road Tag:

4 marzo 1922

4 Marzo 2018 Nessun commento

Papà, nel giorno anniversario della tua nascita, ti voglio ricordare così: con questa fotografia un po’ martoriata dal tempo e dall’uso. Era il 1946 e stavi terminando il tuo periodo di servizio nell’Arma dei Carabinieri, per la quale mantenesti sempre con orgoglio un bel ricordo, come dicevo in un post di qualche anno fa (“ai miei tempi”).

Ho già ricordato a suo tempo la data del tuo compleanno (4 marzo 1922 – 4 marzo 2009) e non posso che ripetere le parole di allora: quando ci hai lasciato è finita per sempre un’epoca.

Dicevo: “L’ultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte” (1 Corinzi, 15, 26): è un messaggio di fede che tenta di dare un senso alla vita.

Questa vita che, come altre volte ho già detto, mi sembra sempre più avere un senso solamente: il tempo o la sua illusione.

Con te, papà, comunque io sono. 

E continuo a ricordarti come se tu fossi vivo qui con me e ti dedico tutte quelle parole e quei pensieri che, per la mia immensa stupidità, non ho saputo regalarti quando eri al mio fianco: papà  sempre!

 

Categorie:On the road Tag:

XVII FEBBRAIO: la difficile strada della civiltà

17 Febbraio 2018 Commenti chiusi

Tra gli anniversari storici che ricorrono nella data del XVII febbraio due sono particolarmente fermi nella mia mente. Il primo, il 17 febbraio del 1600, è l’anniversario del rogo di Giordano Bruno; il secondo, il 17 febbraio del 1848, è l’anniversario delle “regie lettere patenti” di Carlo Alberto in favore dei Valdesi.

Il primo è un emblema imponente del potere intollerante, il secondo è un piccolo segnale che lo spirito di tolleranza può farsi strada nel mondo, anche se molto lentamente.

Giordano Bruno il 17 febbraio del 1600 fu posto sul rogo a Campo de’ Fiori di Roma, perché accusato di essere eretico. Fu condannato per la sua filosofia, per le sue idee che si rifiutò di abiurare. Il potere clericale, che lo mise nudo sul rogo legandogli persino la bocca (con la lingua in giova), in realtà mandò sul rogo anche le parole evangeliche di Gesù e bruciò anche la misericordia cristiana. Al momento della condanna Giordano Bruno avrebbe pronunciato queste parole: “Avete più timore voi a proferire questa condanna che io a riceverla”. Le sue ceneri furono disperse nel Tevere.

Le “regie lettere patenti”, emanate da re Carlo Alberto il 17 febbraio del 1948, costituirono la fine delle persecuzioni contro i Valdesi, ma non certo delle discriminazioni nei confronti di questo popolo-chiesa, unica realtà protestante autoctona in Italia. Come scrive Giorgio Tourn (I Valdesi, Claudiana), i fuochi ed i cortei che salutarono le Patenti del 17 febbraio erano legittimi, ma l’atto di Carlo Alberto rispecchiava una visione paternalistica: “la sua era una tolleranza illuministica, non una libertà costituzionale“. “La libertà i valdesi non la ricevettero, dovettero conquistarla e fu questa la loro prima e fondamentale battaglia civile“. La strada è stata lunga e sicuramente il Concilio Vaticano II contribuì fortemente ad eliminare le discriminazioni. Ho avuto modo di conoscere da vicino il mondo valdese che è veramente una realtà unica e affascinante. L’occasione per conoscere la storia e la cultura valdese fu la mia tesi di laurea dedicata al teologo valdese Vittorio Subilia e alla sua analisi del cattolicesimo (post: Innanzi che il gallo canti).

I due anniversari ci ricordano che la strada della civiltà deve partire sicuramente dalla tolleranza, punto basilare, ma deve andare oltre. Deve portarci ad accettare l’altro, il diverso da noi, purché questo, ovviamente, non sia portatore di valori violenti ed oppressivi: bisogna essere intolleranti solo di fronte all’intolleranza. Per il resto esiste un’unica possibilità: il dialogo e il confronto per imparare e per insegnare, per dare e per ricevere. Oggi mi pare che questa strada, difficile e lunga, si sia persa nelle sabbie mobili dell’inciviltà umana. Oggi mi pare che siano ben poche nel nostro mondo le fonti di progresso civile. Ho una speranza: il cristianesimo non è bruciato sui roghi accesi dal potere clericale, ed anche i fuochi valdesi del XVII febbraio ce lo segnalano con evidenza. Il cristianesimo ha in sé la parola di liberazione evangelica che duemila anni di inciviltà umana non hanno tacitato.

Categorie:On the road Tag:

Un cuor di patata per San Valentino

12 Febbraio 2018 Commenti chiusi

 

Alfredo Cattabiani afferma nel suo libro Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, (Rusconi e poi Mondadori): “da alcuni anni, sulla scia degli Stati Uniti, San Valentino è diventata una festa popolare laica che serve per incrementare i consumi e conseguentemente la produzione. In realtà il calendario liturgico vi festeggia, dopo la riforma del 1970, i Santi Cirillo e Metodio che, vissuti nel IX secolo, furono gli evangelizzatori della Russia. Un tempo la loro festa cadeva il 7 luglio, mentre il 14 febbraio era dedicato a san Valentino, oggi cancellato dal calendario universale perché poco significativo per la Chiesa. Ma la cancellazione non ha avuto alcun effetto, tant’è vero che gli almanacchi e i calendari continuano a registrarne il nome aggiungendo quelli dei due evangelizzatori degli Slavi. D’altronde, troppe erano le usanze e troppi soprattutto gli interessi commerciali connessi alla festa perché la decisione del Consiglio per la riforma liturgica avesse qualche effetto.”

Con Cattabiani scopriamo che ci sono nell’agiografia cristiana due San Valentino. Sempre tramite Cattabiani notiamo, peraltro senza particolare meraviglia, che il periodo in cui la tradizione ha posto la ricorrenza di San Valentino è la metà di febbraio, quando la natura incomincia a dare i primi segni di risveglio primaverile. Pertanto la semplice collocazione temporale suggerisce il tema dell’amore e degli innamorati, se non bastassero i racconti agiografici della vita di San Valentino (o dei San Valentino) che comunque riconducono all’idea dell’amore. A proposito dei legami tra il risveglio primaverile e la festa di San Valentino, Cattabiani ricorda alcuni detti popolari: “‘Per San Valentin la lodola fa il nidin’ afferma un proverbio veneto al quale fa eco ‘Per San Valentino la primavera è vicino’ e ‘Per San Valentino fiorisce lo spino’.”

Dal proverbio ”A San Valentino ogni valentino sceglie la sua valentina” nacque in Inghilterra, nel XV secolo, l’abitudine di scambiarsi tra innamorati teneri bigliettini; questa abitudine avrà particolare fortuna negli Stati Uniti con la tradizione delle valentine, descritta molto bene da Charles Shulz. 

Cattabiani sottolinea che questa festa ha avuto fortuna solo perché è un’importante occasione consumistica, ma quale festa non lo è? Natale, Pasqua e tutte le altre ricorrenze religiose non vivono forse la stessa sorte? Se dietro queste ricorrenze non ci fosse un giro d’affari notevole sarebbero vissute in modo frugale solo dai credenti. Ho citato le feste cristiane, ma non penso che per le altre tradizioni sia diverso. Nel 1977 una legge stabilì che non dovevano più essere considerate agli effetti civili alcune festività:  Epifania, S. Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, SS. Apostoli Pietro e Paolo, ma otto anni dopo venne “ripristinata” l’Epifania. Apparentemente questo fatto conferma la regola che le festività resistono se sostenute da un forte interesse commerciale. Se è vero che a sostegno della festività dell’Epifania intervennero anche alcune voci dell’industria e della distribuzione dolciaria, come affermò il solito Messori, è pur vero che altre motivazioni spinsero il legislatore nel 1985 a ridare effetto civile all’Epifania. Fu il Presidente della Repubblica di allora, il mitico Sandro Pertini, a perorare la causa di alcuni studenti medi ricevuti in uno di quegli incontri che il “nonno” Pertini amava moltissimo: “Presidente, perché non fa rimettere in calendario la Befana che a noi piace tanto?” chiese una studentessa, e lui si impegnò in tal senso.

Come sempre e per qualsiasi cosa spetta a noi vivere le occasioni di festa nell’ottica giusta della condivisione e dell’amore. Anche di questo ci ha parlato Papa Francesco nell’ Esortazione apostolica Amoris laetitia (post: La dimensione erotica dell’amore).

Per quanto mi riguarda ho già detto che cosa penso di questa ricorrenza: buon San Valentino, senza temere la straordinaria banalità dell’amore e delle sue feste ovvie e dovute! (post: ovviamente san valentino). Riproduco qui sotto le parole che scrissi molti anni fa in occasione di un San Valentino, ma, posso dirlo, la festa di San Valentino fu, appunto, solo l’occasione e non il motivo per cui le scrissi…

Nota: ho scattato io la foto di copertina. Mi sembrava troppo bella quella patata a forma di cuore. Un cuore di patata: un cuore tenero e da gustare ben… cotto!

Categorie:On the road Tag:

Jasminum, sorriso dell’Essere

1 Febbraio 2018 Commenti chiusi

Sei fiorito ovunque ti ho posato, dolce Jasminum.

Per la nostra simpatia ringrazio l’Essere
e per il tuo infante sorriso giallo.

In te colgo le gioie semplici
e
le mille parole taciute
dai cuori in silenzio.

Lascio ad altri il ciarpame scurrile delle cose importanti:
ai potenti e ai loro idioti lacchè.

Così scrivevo nel 2005 quando Jasminum, chiamato comunemente Gelsomino d’inverno o Gelsomino giallo, colorava ancora nei mesi invernali con le sue stelline gialle (sorriso giallo) il mio terrazzo. Avevo ricavato molte piantine dalle talee datemi da mio papà (sei fiorito ovunque ti ho posato). La semplicità di questo piccolo (infante) fiore invernale mi ha sempre fatto pensare all’immensa bellezza della semplicità (In te colgo le gioie semplici e le mille parole taciute dai cuori in silenzio), che contrasta con la tronfia volgarità di tutto quello che il mondo, e i suoi servi potenti, ritiene importante (Lascio ad altri il ciarpame scurrile delle cose importanti: ai potenti e ai loro idioti lacchè). Di questa precisa coscienza e di questa simpatia con la bellezza semplice ringraziavo e ringrazio l’ Essere.

Purtroppo dopo la scomparsa di mio papà nulla è stato più come allora. Il mio terrazzo è stato devastato da interventi che l’hanno completamente snaturato.

Eppure, come per miracolo, Jasminum è tornato a sorridere e l’ho ritratto in questi giorni nella foto sopra: un sorriso piccolo piccolo, una speranza, forse. Ed anche questo mi ha riportato il ricordo dolce di mio papà e la nostalgia della sua immensa bontà, che allora non capivo appieno: “le mille parole taciute dai cuori in silenzio” assumono questo senso che si aggiunge ed oltrepassa quello che avevano in origine.

Concordavo e concordo ancora con il commento del 2005 di un’ amica blogger: “ancora una poesia ‘in forma di fiore’ che del fiore ha la delicatezza, l’impalpabilità, la caducità. E il minimalismo, l’assenza di retorica, quasi il restare sottotono a dire che ciò che è davvero importante è invisibile all’occhio e non può neppure essere detto. E’ dunque per sua natura incomunicabile“.

Categorie:On the road Tag:

“Teniamo” famiglia: la Memoria non basta

27 Gennaio 2018 2 commenti

Che cosa c’entra il libro di Brusset (Christophe Brusset, Siete pazzi a mangiarlo!, Piemme 2016, copertina a fianco) con la “Giornata della memoria“? C’entra, c’entra e di seguito tenterò di spiegarlo.

Il lungo sottotitolo ci informa: Brusset, manager dell’industria alimentare, ci svela che cosa davvero finisce sulla nostra tavola. Prima di tutto occorre dire che Brusset ha lavorato nell’industria alimentare, ma ora si occupa d’altro; insomma: quando ci lavorava ha sempre accettato tutto quello che ora, con stile simpatico ed accattivante, ci racconta.

Cito dal Prologo del libro: “Sono stati anni difficili, perché la mia visione idealizzata del cibo mal si accordava con la realtà che vivevo. (…) ma dovevo pur mantenere la famiglia…” E più avanti: “Negli uffici e negli stabilimenti dell’agroalimentare, ci si imbatte come in qualsiasi ambiente in persone inacidite, che esercitano una professione che dà loro ‘da mangiare’ ma che non hanno veramente scelto.” E ancora: “Sono sempre stato un dipendente fedele e obbediente delle società per cui lavoravo. E, se ho commesso qualche errore – oggi le chiamano ‘colpe morali’ – credo comunque di essere alla fine meno colpevole degli ispettori sanitari che chiudono gli occhi a comando, delle associazioni dei consumatori troppo tenere e dei politici più inclini a soffocare uno scandalo che a prendere le misure necessarie per evitarlo.”

Tutto questo è vero, umano e condivisibile. Certo.

Stranamente, però, fa parte delle montagne di giustificazioni presentate anche da chi, in un modo o nell’altro, ha sostenuto o, più semplicemente, accettato l’orrore nazista.

Ovviamente non sto paragonando gli orrori nazisti a quelli dell’industria agroalimentare. Mi limito a paragonare le giustificazioni: “tenevamo” famiglia e abbiamo dovuto essere fedeli ed obbedienti nei confronti dei nostri capi. Altri sono i veri colpevoli: chi stava sopra, chi stava a fianco, chi stava sotto…

Non voglio stigmatizzare il “tengo famiglia”: è umano e normale, direi assolutamente naturale e determinato dall’istinto di sopravvivenza. Proprio per questo voglio ribadire il pericolo sempre presente che ne deriva: in nome della nostra sopravvivenza siamo disposti anche a non vedere fatti e realtà molto gravi come l’orrore nazista o i molti orrori del nostro tempo. Poi, passato il pericolo o la necessità del silenzio, siamo capaci di gridare: siete pazzi se accettate l’esistenza di questi orrori!

Come ho già detto (1), ma non smetterò mai di ripetere: “il popolo che approvò il nazismo non era costituito da mostri, ma da persone normali che vivevano una vita normale, come tutti noi oggi.”

Proprio per questo ribadisco che le celebrazioni della “Giornata della memoria” sono utili e doverose, ma non bastano se non impariamo ad andare oltre la nostra umana e normalissima natura.

(1) la giornata per una memoria coerente

Categorie:On the road Tag:

25 gennaio: Conversione di San Paolo

25 Gennaio 2018 Commenti chiusi

Ora, mentre era in cammino, avvenne che avvicinandosi a Damasco, di subito una luce dal cielo gli folgorò d’intorno. Ed essendo caduto in terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (Atti 9, 3-4, versione Diodati: mi piace sottolineare la splendida traduzione “di subito una luce dal cielo gli folgorò d’intorno”)

Riproduco le opere che il Caravaggio realizzò ispirandosi alla Conversione di San Paolo: qui a fianco il dipinto conservato nella cappella Cerasi della Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma, sotto il dipinto di proprietà della famiglia Odescalchi. In entrambi la luce folgora Saulo.

Categorie:On the road Tag:

Tentazioni curiali

13 Gennaio 2018 Commenti chiusi


Ogni occasione è utile per attaccare subdolamente Papa Francesco. La furbizia meschina dei suoi detrattori consiste nel diffondere notizie che possano scombussolare i “semplici laici” (1), anche se, in realtà, l’obiettivo è screditare un Papa che sta tentando di “pulire” la Curia (2).

Tempo fa molti giornali e riviste hanno titolato: “Il Papa vuole cambiare il Padre Nostro”, analogamente si sono espresse radio, reti televisive e pagine web. L’occasione succulenta si è presentata quando Papa Francesco nella conversazione con Marco Pozza (3) ha affermato a proposito del versetto “E non ci indurre in tentazione”: “Questa traduzione non è buona”. In realtà questa traduzione non è piaciuta neppure a chi ha revisionato il testo dei Vangeli curato dalla CEI; infatti, come ha ricordato il Papa nella conversazione citata, “se apriamo il Vangelo nell’ultima edizione a cura della CEI, leggiamo: ‘non abbandonarci alla tentazione’ (Lc 11,4; Mt 6,14)”.

Quindi, ovviamente, non c’era nessuna “tentazione” del Papa di riformare il Padre Nostro, ma semplicemente c’era una doverosa precisazione pastorale sul vero senso delle parole della preghiera: non è Dio Padre ad indurci in tentazione, ma il Maligno. Tutte le tentazioni sono diaboliche, comprese quelle in cui cadono certi ambienti curiali ostili alle riforme “francescane”.

Annoto in margine che la preghiera del Padre Nostro ha notevoli consonanze con antiche preghiere ebraiche ben note a Gesù, ma la novità evangelica sta nella affermazione, senza alcun dubbio, della fede in un Dio che è, prima di tutto, un Padre misericordioso con chi tenta di essere, a sua volta e con tutti i limiti umani, misericordioso.

Riproduco una foto e un testo che ho già pubblicato (Segni contagiosi e cruciali (1)

La foto che accompagna questo articolo è una Croce. In ambito culturale cattolico, diversamente che in quello protestante, spesso si confondono le parole Croce e Crocifisso. Ovviamente la Croce è il simbolo senza la figura, pittorica o scultorea, del Cristo Crocifisso. Tuttavia nella foto è rappresentata una Croce speciale perché vi sono incise le parole del Padre Nostro, corredate da una piccola ampolla con la terra santa di Gerusalemme. Non c’è su questa Croce il Crocifisso, ma c’è la Sua Parola cruciale.

……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

(1) Uso non a caso l’espressione “semplici laici”, citandola da un utile testo di Martin Lutero: Il Padre Nostro spiegato ai semplici laici, Claudiana. Pare che il censore cattolico dell’Inquisizione veneta, nella prima metà del Cinquecento, abbia elogiato molto questo scritto pervenutogli in forma anonima.

(2)    Papa Francesco nel discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi del 2017 ha detto: “Parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frederic-François-Xavier De Merode: ‘Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti’”.

(3) Papa Francesco, Quando pregate dite Padre Nostro, Rizzoli/L.E.V. L’immagine all’inizio di questo articolo riproduce il testo della preghiera scritto a penna dal Papa e pubblicato nel libro.

Categorie:On the road Tag: