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Shomér ma mi-llailah?

12 Novembre 2017

 

Avrei potuto intitolare questo articolo anche così: “Mo ha da passà ‘a nuttata”. Il grande Eduardo De Filippo, nel terzo atto della commedia Napoli milionaria!, fa dire al medico che ha somministrato il farmaco giusto alla figlia di Amalia e Gennaro la frase poi divenuta proverbiale: “Mo ha da passà ‘a nuttata. Deve superare la crisi“. Gennaro, poco dopo, ripeterà queste parole per tranquillizzare Amelia. Ogni genitore che abbia avuto, come è normale, figli piccoli ammalati e con la febbre alta ricorderà l’ansia delle ore notturne nell’attesa dell’alba che spesso porta la guarigione. Ovviamente Eduardo pensava ad altro: era da poco finita la seconda guerra mondiale e la nottata sembrava senza fine e l’alba lontana.

Non posso sapere, però, se il grande Eduardo avesse in mente i versetti 21, 11-12 del libro di Isaia, uno dei capolavori  della Bibbia. Riproduco di seguito alcune delle versioni in lingua italiana (1):

Versione Diodati: 11 Il carico di Duma. Ei si grida a me di Seir: Guardia, che hai tu veduto dopo la notte? Guardia, che hai tu veduto dopo la notte? 12 La guardia ha detto: La mattina è venuta, e poi anche la notte; se voi ne domandate, domandate pure, ritornate, venite.

Versione CEI: 11 Oracolo sull’Idumea. Mi gridano da Seir: «Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?» 12 La sentinella risponde: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!»

Versione Interconfessionale: 11 Questo messaggio riguarda Edom. Qualcuno chiama da Seir: “Sentinella, quando finisce la notte? Dimmi, quanto manca all’alba?” 12 La sentinella risponde: “Arriva l’alba, ma presto anche la notte. Se volete fare altre domande, tornate di nuovo”.

Ripeto: ignoro se il grande Eduardo conoscesse questo passo di Isaia, tuttavia io vedo una vicinanza e, addirittura, una consonanza tra loro. Entrambi esprimono la speranza che la notte, per quanto lunga ed angosciante, possa terminare e che finalmente ritorni l’alba a guarire i mali nostri e del nostro tempo. Il profeta Isaia ed anche Eduardo si riferivano ai loro tempi, al momento storico che stavano vivendo, ma le loro parole sanno essere profetiche per ogni epoca e per la vita di ogni individuo.

Non è un caso che Giuseppe Dossetti, nel 1994, per commemorare Giuseppe Lazzati cita, anche nel titolo della riflessione, il passo di Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte?”. Ecco la conclusione della sua commemorazione, che va ben oltre il momento contingente e diventa parola profetica:

In ultima analisi, è solo questo che può vincere la notte. Lo squarcio operato nel buio - nel momentaneo leggero peso della nostra tribolazione - dal fulgore dell’enorme, letteralmente “eterno peso di gloria“.

Ma per questo ci vogliono dei battezzati formati ad essere e ad agire nel tempo continuamente guardando all’ultratemporale, cioè abituati a scrutare la storia, ma nella luce del metastorico, dell’escatologia. Purtroppo siamo invece più spesso abituati al contrario, cioè ad immergerci continuamente e totalmente nella storia, anzi, nella cronaca: la nostra miopia ci fa pensare all’oggi o al massimo al domani (sempre egoistico), non oltre, in una reale dilatazione di spirito al di là dell’io.

C’è un aspetto e una conseguenza particolare di questa auspicabile sanazione della nostra vista – sanazione, dico, operata dal richiamo escatologico – che mi pare, concludendo, di dovere fra le altre particolarmente segnalare: il ricordare sempre che la Chiesa non è ancora il Regno di Dio: ne è, se mai, il germe e l’inizio. E va aggiunto che delle sue due funzioni: l’evangelizzazione (cioè l’annunzio del Cristo morto, risorto, glorificato) e l’animazione cristiana delle realtà temporali, la seconda spesso può concernere il Regno in modo molto indiretto. Il che porta a concludere che tutte queste realtà temporali che dovrebbero essere ordinate cristianamente (compresa la politica) possono essere finemente e saggiamente relativizzate, secondo le diverse opportunità concrete: e comunque sempre vanno rispettate nella loro autonomia e perseguite da laici consapevoli e competenti che, come diceva Lazzati,

vivono gomito a gomito, per così dire, degli uomini del loro tempo e di varia estrazione culturale… attraverso il confronto e il dialogo, naturalmente senza perdita della propria identità, sempre nel rispetto della natura di tali realtà e della loro legittima autonomia, con sincero sforzo di comprendere l’altro.

E questa è la via – diurna e non notturna – verso la Città dell’uomo, nella prospettiva sempre intensamente mirata della Città celeste, della nuova Gerusalemme

 

Ed ecco ora il testo che dà il titolo a questo articolo. Francesco Guccini, che non si contenta delle versioni in lingua italiana, legge la Bibbia in lingua originale e, affascinato dall’ebraico antico di Isaiaprende spunto da quel passo (21, 11-12) e lo cita nella forma originale. Riproduco di seguito il testo della sua canzone (del 1983) nella versione pubblicata nel volume Stagioni edito da Einaudi.

Shomér ma mi-llailah?

La notte è quieta senza rumore,
c’è solo il suono che fa il silenzio
e l’aria calda porta il sapore di stelle e assenzio.
Le dita sfiorano le pietre calme,
calde d’un sole memoria o mito
il buio ha preso con sé le palme,
sembra che il giorno non sia esistito.
Io, la vedetta, l’illuminato,
guardiano eterno di non so cosa
cerco, innocente, o perché ho peccato, la luna ombrosa.
E aspetto immobile che si spanda
l’onda di tuono che seguirà
al lampo secco di una domanda,
la voce d’ uomo che chiederà:
- Shomér ma mi-llailah?
Shomér ma mi-lell?
Shomér ma mi-llailah, ma mi-lell?
Sono da secoli, o da un momento,
fermo in un vuoto in cui tutto tace
non so più dire da quanto sento angoscia o pace.
Coi sensi tesi fuori dal tempo,
fuori dal mondo sto ad aspettare
che in un sussurro di voci o vento
qualcuno venga per domandare.
E li avverto, radi come le dita,
ma sento voci, sento un brusio
e sento d’essere l’ infinita eco di Dio.
E dopo, innumeri come sabbia,
ansiosa e anonima oscurità
ma voce sola di fede o rabbia,
notturno grido che chiederà:
- Shomér ma mi-llailah?
Shomér ma mi-lell?
Shomér ma mi-llailah, ma mi-lell?
- La notte,udite, sta per finire,
ma il giorno ancora non è arrivato
sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato.
Ma io veglio sempre, perciò insistete,
voi lo potete: ridomandate!
Tornate ancora se lo volete, non vi stancate!
Cadranno i secoli, gli dèi e le dee,
cadranno torri, cadranno regni
e resteranno di uomini e di idee polvere e segni.
Ma ora capisco il mio non capire,
che una risposta non ci sarà
che la risposta sull’avvenire
è in una voce che chiederà:
- Shomér ma mi-llailah?
Shomér ma mi-lell?
Shomér ma mi-llailah, ma mi-lell?
Questa intensa canzone, ricca di parole stimolanti, mi conferma che la Bibbia è veramente il patrimonio dell’umanità che cerca, che domanda, che non si arrende, che spera abbia fine la notte e la nottata. Umanità di diversa provenienza culturale (penso che il mio accostamento di Francesco Guccini, Giuseppe Dossetti e Eduardo De Filippo sia significativo in tal senso), ma animata sempre da un desiderio di capire che cosa ci sia all’alba e, soprattutto, animata da un desiderio, più o meno ricco di speranza (ottimismo della volontà, forse), che l’alba arrivi veramente.
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Note
(1)      “Tradurre” e “tradire” non hanno la stessa etimologia, ma entrambi i verbi hanno lo stesso prefisso “tra” che significa “oltre” e, com’è noto, l’ “oltre” è affascinante, ma può essere pericoloso se non si è prudenti.
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N.B.: ho scattato anni fa a Pineto la foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Ho ritratto un’alba di mare un po’ minacciosa dove, però, le nubi non riescono a nascondere il sole che sta sorgendo.
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