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Libri di sangue: “cultura” e Cultura

Leggo sempre con molto piacere il mensile “Messaggero di sant’Antonio“, anche perché non mi interessano le riviste patinate e radical-chic e sono, invece, in consonanza con quella parte della stampa cattolica che nutre e difende ancora valori etici e ideali progressisti.

Ovviamente quando apro la rivista mi soffermo sempre con attenzione sull’editoriale del direttore fra Fabio Scarsato che nel numero di ottobre ha come titolo: Libri di sangue. Devo essere sincero: non è stato il titolo ad incuriosirmi, ma il primo paragrafo che descrive esattamente la mia particolare ed attuale situazione: ho talmente tanti libri che non posso più acquistarne uno e quindi utilizzo il prestito bibliotecario, mentre in libreria vado “solo per rendermi conto di quanti libri, persino ottimi, ormai non leggerò“.

La parte più interessante dell’editoriale, tuttavia, sta nel seguito. L’autore, sulle orme di San Francesco, critica un certo modo di fare cultura. Critica la “cultura” dei possessori della verità che insultano gli altri, critica la “cultura” al servizio del potere e quella che “cavalca opportunisticamente il mal di pancia della gente“. L’editoriale disegna un ritratto ben diverso della Cultura vera e autentica (l’iniziale maiuscola è mia) che, invece, deve farsi “servizio per gli altri, per la loro libertà e dignità.” Questa è la Cultura “per cui avrebbe tifato, e molto, san Francesco. Ma poco, invece, tanti nostri politicanti, anchormen, intellettuali, professionisti delle apparizioni tv e persino taluni uomini di Chiesa.”

Concordo pienamente con tutto l’editoriale e lo riproduco di seguito con grande piacere: fra Fabio Scarsato, Libri di sangue, editoriale del ”Messaggero di sant’Antonio“, mese di ottobre 2017.

Mi guardo attorno, nella mia stanza: sono assediato dai libri! Poco mi consola sapere che ormai mi procuro solo lo stretto necessario, e per tutto il resto faccio abbondante abuso di biblioteche e internet. A questo punto, entro nelle librerie solo per rendermi conto di quanti libri, persino ottimi, ormai non leggerò.

Me ne vergogno un po’, perché san Francesco non è stato tenero né coi libri né con ciò che con essi generalmente si fa. A un novizio che gliene chiedeva in permesso uno, e neanche uno qualsiasi ma ciò di cui aveva bisogno per gli studi teologici e le sue sante devozioni, il Poverello di Assisi si arzigogolò tutto in un ragionamento che lo fece immantinente desistere dalla richiesta. Perché se ne avesse avuto uno, poi si sarebbe sentito superiore a chi non ne aveva, che anche un’edizione tascabile può pur sempre fornire un piccolo piedistallo per il proprio orgoglio.

Qualche altro libro ebbe forse miglior sorte, se persino l’unico evangeliario della fraternità poté, senza tanti scrupoli liturgici, essere donato a una povera donna. Che, per quel che mi riguarda, può anche averlo usato per accendere il focolare, senza alcun rispetto per le miniature dorate.

Ciononostante non mi riesce di pensare che Francesco ce l’avesse coi libri o con la cultura. Ma piuttosto che chiedesse agli uni e all’altra molto di più, alzando il tiro.

Che non si riducessero a una forma di potere, tanto più oppressivo quanto frutto di un privilegio (economico, di status sociale). Che non risultassero l’unica variabile a definire la dignità di un uomo e di una donna. Che significava non pensare che l’unico «sapere» fosse quello che usciva dalle università o dalle biblioteche conventuali. Insomma, che uno non presumesse di sé, né si ritenesse solo per questo migliore degli altri, indispensabile se non addirittura loro salvatore, e solo perché ha avuto la grazia di studiare. Per non parlare della categoria di coloro che, di solito sbraitando, presumono di «possedere la verità», a tal punto da essere essi stessi «la verità». In nome della quale il resto può essere degradato a falsità, e gli altri bellamente insultati e offesi.

È la cultura che accarezza il potere o cavalca opportunisticamente il mal di pancia della gente, e si vende al primo talk-show. Che offende chi, invece, nel nome della stessa, finisce nelle prigioni del tiranno o deve chiudere il suo giornale.

Saper leggere e scrivere, essere messi in grado di affinare la propria capacità critica, di ragionamento e di discernimento, crescere, secondo le proprie attitudini e interessi, nelle conoscenze umane, scientifiche, tecnologiche, accedere ai mezzi di comunicazione, informarsi e informare; questo e molto altro è necessario. E perciò è un diritto indiscutibile che appartiene a ogni uomo e a ogni donna e di cui ogni comunità civile ha l’obbligo di farsi responsabilmente carico, affinché ognuno di noi, secondo quel progetto d’amore che Dio ha pensato per lui o per lei, possa realizzare compiutamente la propria umanità. Valorizzando anche quell’«altra» cultura, che non viene dai libri né dai banchi di scuola. Ma è quella dei contadini che leggono i ritmi della natura, degli anziani che di vita se ne intendono, o delle mani dell’artigiano che sanno ben più di qualsiasi manuale. È il sapere veicolato dalle narrazioni, dagli abbracci, dai proverbi condivisi attorno a un tavolo, oppure mentre si mette a letto il pupo.

Questa è la cultura che si fa servizio per gli altri, per la loro libertà e dignità. Quella per cui avrebbe tifato, e molto, san Francesco. Ma poco, invece, tanti nostri politicanti, anchormen, intellettuali, professionisti delle apparizioni tv e persino taluni uomini di Chiesa.

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