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Archivio Aprile 2017

(13) In viaggio “sul confine e oltre”: “La grande libertà della festa”

18 Aprile 2017 2 commenti

Il viaggio “sul confine e oltre” di Luigino Bruni (1) si conclude, non a caso nel giorno di Pasqua, con l’articolo “La grande libertà della festa“. 

Condivido appieno la tesi dell’autore: la religione capitalista odia la festa, libero dono della gratuità, ed offre, per questo, divertimenti e svago, che, però, accrescono in noi la nostalgia della la festa autentica. Dio al settimo giorno si riposa dopo aver terminato la creazione; si riposa “creando” la festa: il shabbat. Scrive l’autore: “Se è vero che lo shabbat è il grande dono di Elohim alla terra, è anche vero che lo shabbat è anche il dono di reciprocità che la creazione fa al suo creatore, perché gli dona la possibilità di riposarsi e fare festa, insieme a noi.” La festa, infatti, è comunità e, quindi, è odiata dal capitalismo idolatrico che vuole farci diventare schiavi asociali e individualisti per dominarci meglio.

Saremo capaci di abbattere il faraone che ci vuole impedire “di andare tre giorni nel deserto per festeggiare la Pèsah”?

Ricordo le tappe del nostro viaggio “sul confine ed oltre”:

(1) In viaggio “sul confine e oltre”: “Via dalla distruzione creatrice”

(2) In viaggio “sul confine e oltre”: “Resistere al pifferaio magico”

(3) In viaggio “sul confine e oltre”: “Gli idoli non sono sazi mai”

(4) In viaggio “sul confine e oltre”: “I tristi imperi del merito”

(5) In viaggio “sul confine e oltre”: “La salvezza non è un’impresa”

(6) In viaggio “sul confine e oltre”: “gli dèi facili del mercato”

(7) In viaggio “sul confine e oltre”: “onnipotente è la moneta”

(8) In viaggio “sul confine e oltre”: “ma il futuro è senza merito”

(9) In viaggio “sul confine e oltre”: “violiamo il grande tabù”

(10) In viaggio “sul confine e oltre”: “l’epoca del dono parziale”

(11) In viaggio “sul confine e oltre”: “L’utilità divorante dell’inutile”

(12) In viaggio “sul confine e oltre”: “Il tempio infinito della cura”

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo “La grande libertà della festa“ di Luigino Bruni pubblicato il 16 aprile 2017 sul quotidiano Avvenire.

(1) Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

Vivete! Vivete la meravigliosa vita che è in voi! Nulla deve andar perduto per voi. Cercate continuamente nuove sensazioni. Non abbiate paura di nulla… Un nuovo edonismo! Di questo ha bisogno il nostro secolo. Potreste esserne il simbolo visibile. Nulla è vietato alla vostra persona. Il mondo è vostro, per una stagione…                                                                

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray

La religione capitalistica vuole abolire la festa. Le ha dichiarato una vera e propria guerra, che si accompagna a una esplosione di offerta di divertimenti e di svago, che non hanno nulla, o troppo poco, dell’esperienza della festa. È questa un’altra espressione della ormai nota “distruzione creatrice” del capitalismo del XXI secolo, che prima ha eliminato la festa e poi ci vende merci per cercare di sostituirla. Ma non ci riesce, perché la gratuità non si vende né si compra. E così i suoi divertimenti ci lasciano solo un grande vuoto e una grande nostalgia di festa vera, di cui i primi indigenti sono soprattutto i bambini e i ragazzi. Solo una civiltà che conosce i tempi diversi e gli spazi liberi della gratuità può essere una cultura della festa.

La festa è un bisogno primario e fondamentale dell’uomo, della donna, delle bambine, dei bambini, dei malati, dei vecchi. Non si vive a lungo senza far festa. Si può forse sopravvivere, ma quando manca la festa la vita individuale e sociale si intristisce e si spegne. La festa è il bene relazionale per eccellenza, non si può far festa da soli. Da soli ci si può, forse, svagare davanti a tv, smartphone e pc; ma per far festa ci vogliono gli altri, i compagni, i bambini. Nella Bibbia la festa è profondamente legata al settimo giorno, allo shabbat (il sabato). Nel principio della creazione, il primo a far festa fu Elohim stesso, che per poter festeggiare dovette arrivare al termine della creazione, dovette aspettare l’Adam. Anche Dio ha bisogno di compagnia per far festa. Ha bisogno della compagnia della sua creazione, della terra, ha bisogno della nostra compagnia. Se è vero che lo shabbat è il grande dono di Elohim alla terra, è anche vero che lo shabbat è anche il dono di reciprocità che la creazione fa al suo Creatore, perché gli dona la possibilità di riposarsi e fare festa, insieme a noi. Nello shabbat si può e si deve far festa, visitare gli amici e i parenti, pregare e cantare insieme. Lo shabbat è la madre di tutte le feste bibliche e della nostra domenica, perché è ricordo-memoria della creazione, dell’Alleanza, e soprattutto della fuga attraverso il mare. Della liberazione dall’Egitto, dalla schiavitù, dai lavori forzati nelle fabbriche di mattoni. Nell’umanesimo biblico, ogni festa è nuova liberazione, è nuovo passaggio del mare, nuovo Esodo. È una nuova Pasqua. Il Dio d’Israele è un Dio diverso perché non vuole che gli uomini lavorino sempre. Gli idoli, invece, non conoscono il sabato, non conoscono la gratuità, non conoscono la festa, vogliono un culto perenne e perfetto.

Il culto capitalista si caratterizza per essere una religione-idolatria senza festa. Fino al XX secolo, la cultura del lavoro era stata, con le sue ambivalenze e ombre, una cultura ancora dalla parte della vita e, in Occidente, erede dell’umanesimo ebraico-cristiano, anche perché aveva salvato il confine tra lavoro e festa. Si lavorava molto, si lavorava troppo, ma gli uomini e le donne libere non lavoravano sempre. C’era il tempo del riposo e della festa. Le forze cieche del capitale, avrebbero voluto, come tutti gli imperi, lavoratori-schiavi tutti dediti alla produzione dei loro “mattoni”. Ma la politica, le chiese, i sindacati glielo hanno impedito, e così hanno con-tenuto il capitale dentro limiti sociali e morali. Nel giro di pochi anni, però, il capitalismo ha drasticamente e radicalmente mutato volto, è diventato qualcosa di molto diverso. Il consumo ha preso il posto del lavoro al centro del sistema economico-sociale, e sono saltati tutti i limiti e i confini. Il lavoro ha un suo limite intrinseco: non si lavora sempre anche perché non si può lavorare sempre. C’è la vita al di fuori del lavoro che impedisce al lavoro di diventare attività perpetua. È la fatica connaturale al lavoro il suo primo limite. Il consumo, invece, non conosce questi confini, perché essendo attività di puro piacere non ha un suo limite interno. Tanti, forse tutti, vorrebbero negozi aperti a ogni ora, in ogni tempo e in ogni luogo per soddisfare tutti i bisogni e i capricci. Finché la cultura economica è stata scandita dal lavoro, i negozi restavano chiusi perché il lavoro umano dietro al consumo lo comandava e gli poneva dei limiti. E lasciava tempo e spazio per la festa, non voleva il monopolio né del tempo né dello spazio. Quelle serrande abbassate ricordavano a tutti che la vita è più grande del lavoro e del consumo. A farci indignare e protestare oggi non è il lavoro festivo e pasquale degli addetti agli altiforni nelle imprese industriali, né quello dei poliziotti, né quello degli infermieri e dei medici del pronto-soccorso. Questo lavoro non è nemico della festa, e chi incontra questi lavoratori festivi li riconosce ed è riconoscente.

La nostra cultura centrata sul consumo non vede più il lavoro nascosto dietro i consumi, o se lo vede lo assoggetta e asservisce all’idolo sempre affamato. È la sovranità del consumatore la sola sovranità riconosciuta ai cittadini-fedeli del mono-culto consumista, che sta seriamente minando la cittadinanza politica. È il lavoro per il consumo idolatrico che nega la festa e nega il lavoro.
Per questo la lotta tra questo capitalismo e la festa è molto profonda e radicale. Le grandi imprese e banche, ad esempio, cercano in tutti i modi di ricreare la forza simbolica ed emotiva della festa, la sua capacità di creare senso di appartenenza, spirito di corpo, “senso del noi”. La cultura del lavoro del secolo passato l’hanno creata anche le feste popolari, religiose e laiche, i matrimoni e i battesimi. Le fabbriche e gli uffici hanno usato quel capitale simbolico, sociale e spirituale che ricevevano gratuitamente dalle comunità nelle quali i loro lavoratori crescevano e vivevano. Le liturgie, le processioni, i giorni della memoria dei grandi dolori e delle liberazioni, nutrivano l’anima e tutte le virtù delle persone, che quando lavoravano le donavano alle loro imprese, un valore molto più grande del salario che restituivano. I capitali da cui nascevano i profitti delle imprese valevano (e valgono) molto più dei loro capitali privati. Insieme agli uomini e alle donne, nei cancelli delle imprese entravano valori civili, religiosi, morali, che nessun capitalista ha mai pagato – stava anche qui la radice morale delle tasse, perché nei profitti c’era e c’è molta ricchezza donata alle imprese dalle comunità.

La cultura individualista e consumista del capitalismo del nostro tempo sta spazzando via questi capitali civili e spirituali. Le grandi imprese ne avvertono la mancanza, anche se non ne sanno individuare le ragioni profonde. E così pensano che una festa aziendale, una convention o l’aperitivo del venerdì pomeriggio, possano sostituire capitali formatisi attraverso i secoli. I simboli della festa senza la verità popolare e povera che li hanno generato, produce solo nuovi grifoni e minotauri, ibride creature mostruose.
È ancora troppo presto per capire che la grande carestia alle porte della nostra economia è la carenza drammatica di capitali spirituali, morali e simbolici, dei quali le imprese si sono nutrite ma che si stanno esaurendo più velocemente del petrolio. L’economia di solo consumo vive in un eterno presente, senza radici e senza futuro. Il tempo, però, continua a scorrere sulla terra. Le ferite e le rughe di chi circonda e assedia i templi del consumo attratti dalla stessa promessa e illusione, sono sempre più profonde e dolorose, crescono, riempiono il mondo. E il club degli illusi, incantato dall’elisir dell’eterna giovinezza, non vuole vederle e quindi continua a produrle. Ma, diversamente dal romanzo di Oscar Wilde, il ritratto con le piaghe e le rughe non è nascosto in soffitta: sta sempre di fronte a noi. Sono soltanto i nostri occhi e la nostra capacità di vergognarci a essere finiti in soffitta, per non voler vedere l’immagine reale e bruttissima di ciò che stiamo diventando. Quando inizieremo a guardare le piaghe sul volto degli scartati dal consumo, e ne diventeremo responsabili?

In una cultura del lavoro, la Bibbia per annunciare la sua liberazione ci ha donato lo shabbat dal lavoro. In una cultura del consumo, lo spirito biblico oggi ci dovrebbe suggerire uno shabbat dal consumo, per poter dire all’idolatria del nostro tempo: “Tu non sei dio, io non sono tuo schiavo”. Senza un sabato del consumo non ritroveremo più un buon rapporto né con il lavoro né con la festa. Il benedetto giorno in cui decidessimo di liberare un tempo e uno spazio per il non-consumo di merci, per fare festa, per celebrare le relazioni, i legami, la gratuità, sarebbe l’aurora di una nuova civiltà.
La prima richiesta che Mosè fece al faraone fu quella di lasciare il popolo libero di andare tre giorni nel deserto per festeggiare la Pèsah (Esodo 5,3), che era un’antica festa della transumanza delle greggi. Il faraone negò quel permesso, perché gli schiavi non possono far festa, perché fare festa è già l’inizio del tempo della libertà. Senza la festa, il lavoro è sempre lavoro schiavistico. E senza un tempo per il non consumo di merci, la schiavitù è perfetta, perché mancando il dolore e la fatica, il consumo ci appare come libertà e non sentiamo più il bisogno della liberazione.
Anche se non siamo più capaci di vederli né di riconoscerli, dietro ai nostri lavori per garantire consumi perpetui ci sono nuovi faraoni che non vogliono lasciarci liberi di “camminare tre giorni nel deserto”. Forse perché temono che davanti a noi potrebbe ancora aprirsi il mare, e non torneremmo più.
Buona Pasqua!

* * *

Oggi termina la serie “Sul Confine e oltre”. Nuove pagine scritte insieme, nuove scoperte, nuovi-antichi dialoghi, nuovi grazie. Da domenica prossima, d’accordo con la Direzione di “Avvenire”, riprenderò il commento della Bibbia, con il profeta Geremia. Oseremo ancora un’escursione oltre il confine, mendicando altre parole, per continuare a camminare, in questo nostro tempo tremendo e splendido.

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(12) In viaggio “sul confine e oltre”: “Il tempio infinito della cura”

12 Aprile 2017 Nessun commento

Il viaggio “sul confine e oltre” di Luigino Bruni (1) prosegue con un’attenta analisi storica, che va ben oltre il dettaglio economicistico, del ruolo maschile e femminile nel mondo del lavoro e della cura, dono autentico.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo “Il tempio infinito della cura“ di Luigino Bruni pubblicato il 9 aprile 2017 sul quotidiano Avvenire.

(1) Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

«Questo pomeriggio, tornando giù dalla cava con l’asino carico di breccia, non sei stata avvicinata da un uomo? Non gli hai dato un pezzo di pane?», riprese a domandare il carabiniere. «È un peccato quello di cui mi accusa? Fare la carità è un peccato?». «Non ti sei accorta – riprese il carabiniere – che quell’uomo era un soldato nemico?». «Era un nemico? Che cosa vuol dire?». «E che aspetto aveva?», domandò il carabiniere. «Un aspetto di un uomo», rispose Caterina.

Ignazio Silone, Una manciata di more

Ora et labora non è soltanto l’immagine e il messaggio del monachesimo. È anche il respiro della nostra civiltà, che si è costituita scandendo tempi diversi, componendo una sinfonia nella varietà dei ritmi, nell’alternanza di suoni e di silenzio. Le parole e lo spirito del lavoro sono diversi da quelli della preghiera, alleati e amici perché a un tempo vicini e lontani, intimi e stranieri. Quando, in quegli antichi monasteri, si tornava dalla vigna e si entrava nel coro, si lasciava un tempo per trovarne un altro. Quello della preghiera e dell’opus Dei, che aveva un altro scorrere, un altro ritmo, un altro suono. Bucava il tempo storico per toccare, o almeno sfiorare, l’eternità, per tentare di sconfiggere la morte. Riviveva quella prima-ultima cena, quella croce, rotolava ancora la pietra. Quando si varca la soglia per entrare nel templum, si diventa un po’ signori del tempo, si sente di non essere dominati dal solo tempus razionale e spietato, si viaggia liberi tra il primo giorno della creazione e l’eskaton. L’adam, l’essere umano, torna a passeggiare nei giardini dell’eden.

Qualcosa di simile accade al tempo del lavoro rapportato a quello della cura. C’è un profondo nesso tra preghiera, contemplazione, interiorità e cura. Il tempo, i modi, le parole, le mani, lo spirito della cura non sono quelli del lavoro. Quando torniamo dall’ufficio e giochiamo col nostro bambino, gli narriamo una fiaba o gli cantiamo una filastrocca, usciamo dal registro e dal ritmo del lavoro ed entriamo un mondo governato da altre leggi e da altri tempi. Quando ascoltiamo un genitore vecchio e malato, quando gli parliamo e sappiamo che la malattia gli impedisce di comprendere le nostre parole sul piano del logos, se ascoltiamo e parliamo con cura sentiamo che ci sintonizziamo su un altro tempo con un altro ritmo; e così continuiamo quel dialogo dell’anima che nessuna malattia può impedire. Quando curiamo una pianta, prepariamo un pranzo, o puliamo semplicemente la casa, nel silenzio diciamo parole importanti agli altri e a noi stessi. Si parla ogni giorno anche facendo trovare colazioni apparecchiate, bagni puliti, piante annaffiate, coperte rimboccate nel sonno. Parole fondamentali anche quando quella colazione apparecchiata è la nostra, perché siamo rimasti soli.

Tutti sappiamo che la cura è un nome diverso del dono. E quindi sappiamo che la cura conserva tutte le bellezze e tutte le ambivalenze dei doni. Perché i doni non sono mai stati tutti uguali. Quelli, ad esempio, celebrati nella sfera pubblica sono stati sempre faccende di reciprocità. I doni-sacrifici agli dèi, quelli ai faraoni, e poi le magnificenze, le donazioni, la filantropia, sono stati associati a qualche forma di virtù, e in quanto tali pubblicamente riconosciuti, apprezzati, ricompensati, onorati. Si facevano doni ai grandi, ai potenti, alla città, alla chiesa, e si attendevano benedizioni, grazie, riconoscimenti, applausi, lodi. Discorso ben diverso, e radicalmente opposto, era quello sul dono all’interno delle mura domestiche, o sotto la tenda della casa. Qui i doni di tempo, di risorse, di vita, di cura, non erano certamente minori di quelli nella piazza della città, i loro valori non erano inferiori, la loro presenza non era meno essenziale per poter vivere e per vivere bene. Ma, per molte ragioni (la maggior parte delle quali riconducibili al potere, alla forza e ai loro strumenti) i doni domestici non erano riconosciuti come doni. I nomi che il dono prendeva dentro casa erano soprattutto dovere e obbligo.

Gli attori del dono-virtù pubblico erano i maschi, quelli del dono-obbligo privato le donne. Nelle società tradizionali gli onori e la gloria del dono spettavano agli uomini, mentre la prima opera di assoggettamento e di subordinazione della donna è stata la negazione e il non-riconoscimento dei suoi doni. La maternità, l’accudimento e l’educazione dei bambini e dei giovani, la cura della casa e delle relazioni primarie, erano considerati doveri e obblighi derivanti dall’essere madre, moglie, sorella. Quella libertà di donare che gli uomini sperimentavano nella sfera pubblica e che ne costituiva la sua meritorietà, scompariva nei doni-obblighi delle donne nella sfera privata.

Stesso discorso per i sacrifici. Quelli offerti agli dèi, ai faraoni, ai re, accendevano nei “sacrificanti” crediti. I sacrifici fatti nel mondo del lavoro producevano, come reciprocità, stipendi e salari. Solo i sacrifici fatti dentro casa dalle donne erano semplicemente doveri e obblighi derivanti dal loro stato, debiti materni e filiali, debiti coniugali. Non capiamo che cosa è stata nel Novecento la possibilità per le donne di poter accedere al “mercato del lavoro” di tutti, senza prendere in considerazione il significato di riconoscimento e di reciprocità celato dentro un rapporto di lavoro. Lo stipendio di quelle donne operaie, impiegate, maestre, non era diverso da quello dei mariti e dei fratelli solo perché (in genere) più basso: quella busta paga aveva anche un sapore e un colore di reciprocità, dignità, stima sociale, riconoscimento, onore, che non erano i sapori e i colori che quelle donne conoscevano dentro casa. I lavori degli uomini e delle donne non sono stati mai uguali.

Il mutuo vantaggio e la reciprocità, che abbiamo messo al cuore della vita pubblica e poi del mercato, non è stato il registro principale con il quale le civiltà hanno letto fino a tempi recenti il rapporto uomo-donna, e in generale il contributo delle donne alla vita sociale. Alle donne le civiltà occidentali riservavano l’amore e la riconoscenza, ma non la reciprocità libera né il riconoscimento. Anche per questa ragione, lo sguardo delle donne sul dono è diverso da quello degli uomini, come è diverso quello sul sacrificio. Tutta la teoria del dono, costruita sul triplice movimento dare-accettare-ricambiare, se fosse stata scritta da donne avrebbe raccontato un “accettare” molto meno libero, e un ricambiare molto lontano dalla gratuità. «Io non amo usare le parole sacrificio e servizio – mi confidava qualche Jennifer Nedelsky, una filosofa americana – perché per troppe donne sono state e sono parole associate ad azioni non scelte e piene di dolore». Tutte le volte che mi trovo a parlare e scrivere di dono, sacrificio, gratuità, servizio, cerco di farlo tenendo fissi davanti ai miei occhi i doni, i sacrifici, la gratuità e i servizi delle mie nonne Cecilia e Maria, contadine, e quelli di mia mamma, casalinga. Queste esperienze e sguardi diversi hanno ancora importanti conseguenze nel modo di concepire il rapporto tra il mercato, l’assistenza e la cura. Pulire i bagni e spazzare le stanze, curare bambini, malati e anziani, erano attività un tempo affidati ai servi e agli schiavi, poi alle nutrici, balie, cameriere, cuoche. Infine alle mamme, alle sorelle, alle figlie. Mai agli uomini liberi o alle donne nobili e benestanti, che quindi hanno sempre guardato le attività di cura come faccende per schiavi, servi, o donne – per capire le diverse esperienze del dono e del sacrificio, la distinzione uomo/donna è utile al 95%, perché c’è sempre stata una élite di donne che nella cura e nel sacrificio somigliavano più ai loro mariti che alle loro serve.

A un certo punto è nato il “mercato della cura”, ma l’esperienza millenaria della cura come regno degli schiavi, dei servi e delle donne (povere), continua a segnare pesantemente la nostra società e il nostro capitalismo. Lo vediamo ovunque. I lavori di cura (sanità, educazione) sono pagati poco perché ancora associati al sacrificio e al dono-obbligo, ancora profondamente condizionati dalla cultura sacrificale-senza-reciprocità. Il riconoscimento dei lavoratori della cura continua a essere insufficiente, come lo è la nostra riconoscenza nei loro confronti. La disistima della cura è stata ed è una delle ragioni profonde del malessere che ha accompagnato e accompagna il mondo del lavoro. La cura è una dimensione essenziale di ogni vita umana buona, ma l’associazione tra cura e servitù l’ha tenuta ben distante dalla sfera pubblica e quindi dall’economia (per non parlare della politica). Colpisce sempre la carestia di cura nelle imprese, negli uffici, che non diminuisce con l’arrivo di molte donne in questi luoghi, perché, in genere, è la non-cura del registro maschile a prevalere su tutti e tutto.

I nuovi schiavi non sono comprati a Lisbona o Nantes, ma sul “mercato del lavoro” dove uomini e donne ricchi comprano servizi offerti da donne e uomini poveri, che offrono per necessità quella cura che i potenti non amano e disprezzano. Abbiamo combattuto per secoli per eliminare la schiavitù e la servitù dalla sfera politica, e oggi siamo totalmente e colpevolmente silenti di fronte alle schiavitù-servitù che regna nella sfera economica in materia di cura. Infine, per la forte influenza che la cultura economica esercita sull’intera vita sociale, i valori e le virtù dell’economia e del business stanno cambiando e colonizzando anche il mondo e i tempi della cura. Efficienza, velocità, fretta, stress, meritocrazia, incentivi, entrano anche dentro casa, e distruggono quel poco che restava dei tempi, dei ritmi, delle parole, dello spirito della cura. Varcando la soglia di casa non cambiamo i tempi, non cambiamo spirito, non cambiamo parole. E non buchiamo più il tempo, non assaporiamo l’eternità, non sperimentiamo la libertà che solo il tempo diverso del prendersi cura ci può donare. Il valore economico cresce quando riduciamo il tempo impiegato. Il valore della cura cresce insieme al tempo investito.

Quando riusciamo a entrare nel tempio della cura, le ore nostre e quelle degli altri si espandono, le nostre vite si allungano, la morte di tutti si allontana. Come nell’infanzia, quando le giornate non finivamo mai, e un anno di scuola sembrava eterno. La prima reciprocità della cura è il dono di un tempo più lento e più lungo, è un ritorno al tempo infinito dell’infanzia.

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“Schiavi del desiderio infinito”

5 Aprile 2017 Nessun commento

In occasione dell’uscita presso Gallimard del libro del saggista e filosofo dell’economia Hervé Juvin, Le gouvernement du désir, Simone Paliaga ha pubblicato su Avvenire del 4 aprile 2017 un’intervista molto stimolante: “Schiavi del desiderio infinito”.

È già significativo il cappello introduttivo all’intervista. Dice Juvin: «Solo la diversità delle culture, degli stili di vita salverà l’umanità dal naufragio dei sistemi viventi, se non della vita stessa. Mi sento in linea con Lévi-Strauss, l’inventore dell’ecologia umana, ma anche con l’enciclica Laudato si’, il testo politico del decennio».

Concordo con l’autore quando afferma che, ponendo come unico limite le liberazioni dei costumi e il denaro, perdiamo la nostra libertà, perché senza morale «siamo privi di strumenti per scegliere». «Chi ci libererà dalle liberazioni che ci distruggono? Che ci privano di qualsiasi potere su noi stessi e, in ultima analisi, della nostra libertà di costruire noi stessi? La libertà è altra cosa, non è un prodotto meccanico delle liberazioni».

«Non è il desiderio, è l’ideologia dell’individuo del diritto, preoccupato solo del suo interesse, del comfort e della soddisfazione, che promuove l’isolamento più radicale, perché bandisce la passione, il dono, la gratuità, e l’amore! I diritti dell’uomo fanno di ognuno il contabile del proprio interesse personale, mettono al bando l’oblio di sé e ogni slancio spirituale».

Secondo l’autore possiamo uscire da questo gorgo mortale «dicendo “noi”! Ritrovando la sicurezza morale, spirituale e fisica, che una forte identità fornisce. Insomma ritrovando la libertà politica che permette ai popoli di decidere del loro destino, una libertà valida solo se accompagnata dal riconoscimento di pari libertà per tutti gli altri popoli».

Nota: uso come immagine la riproduzione dell’opera di Henri Matisse “La danza I” (1909), che compare nell’intervista.

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(11) In viaggio “sul confine e oltre”: “L’utilità divorante dell’inutile”

3 Aprile 2017 2 commenti

Oltremodo interessante è l’articolo: “L’utilità divorante dell’inutile” che Luigino Bruni (1) ha pubblicato su Avvenire del 2 aprile 2017.

L’autore rileva che anche chi impegna troppa parte della propria vita nell’attività lavorativa rappresenta un elemento di malessere nel mondo del lavoro. Aggiungo io che questa realtà ha due gravi risvolti: il primo è l’aumento della disoccupazione perché chi lavora troppo sottrae ad altri gli spazi di impiego, il secondo grave risvolto è di tipo sociale poiché chi lavora troppo ha poco tempo per occuparsi della famiglia e così fa aumentare a dismisura la richiesta di ampliamento degli orari scolastici per “parcheggiare” i figli. In ogni caso, quindi, direi che chi lavora troppo è dominato dal proprio egoismo.

L’autore, dopo un’attenta analisi antropologica del “sacrificio”, ricorda la battaglia di Lutero contro la mentalità sacrificale che allontana la Chiesa “dalla genuinità e novità dell’evento cristiano”. Con Calvino, sottolinea però l’autore, si è accentuato il valore del sacrificio, non dal punto di vista cultuale, ma nella sua valenza economica: “l’utile e il merito, cacciati via dal paradiso, diventano così i sovrani assoluti della terra”. Non è un caso che proprio nell’area protestante hanno avuto origine le “pratiche sacrificali dissipatrici” delle grandi imprese del nuovo capitalismo.

Condivido pienamente la conclusione di Luigino Bruni: “L’umanità ha impiegato millenni per giungere a una idea di Dio che non ha bisogno di mangiare gli uomini e le nostre cose per essere saziato, placato, abbonito. Ma gli uomini, i potenti, non hanno mai smesso di desiderare di essere dio. Se non capiamo subito la natura sacrificale neo-arcaica dell’attuale capitalismo, quando un giorno ci accorgeremo di essere precipitati in un culto perpetuo e assoluto sarà senz’altro troppo tardi. Potremo svegliarci sopra un altare sacrificale, e le danze e i canti per noi saranno già iniziati.”

(1) Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo “L’utilità divorante dell’inutile“ di Luigino Bruni pubblicato il 2 aprile 2017 sul quotidiano Avvenire.

La generosità, la nobiltà sono scomparse e, con esse, la contropartita spettacolare che i ricchi ricambiavano ai miserabili
Georges Bataille, La nozione di dépense

Le molte, troppe persone che lavorano poco, male, o niente, non sono il solo sintomo della grave malattia del mondo del lavoro. Un altro suo grave segno di malessere, ancora poco visibile, sono quei lavoratori che lavorano troppo, che dissipano enormi energie nei nuovi riti delle imprese, nuove vittime sacrificali immolate ai nuovi dèi. Nelle civiltà arcaiche il sacrificio era caratterizzato da una tensione fondamentale tra l’utile e l’inutile. Il sacrificio è un dono utile e gradito agli dèi-idoli se e in quanto è inutile sul piano umano, se è espressione di una qualche nostra perdita. Le offerte sacrificali attivano l’economia divina perché negano l’economia umana. Nella Bibbia il sacrificio perfetto (l’olah: “far salire”) consisteva nell’offerta degli animali migliori, che venivano interamente bruciati, senza lasciare nessun resto utilizzabile dai sacrificanti: «Il sacerdote brucerà il tutto sull’altare come olocausto, sacrificio consumato dal fuoco» (Levitico 1,9). Affinché l’atto del sacrificio sia massimamente utile a Dio deve essere massimamente inutile agli uomini, o, meglio, disutile.

Il sacrificio perfetto è, dunque, associato a una perdita, al puro spreco economico, a quella che filosofo Bataille chiamava dépense. Questa idea è ancora dominante nel significato corrente del termine sacrificio: sacrificarsi per qualcuno, per qualcosa, rimanda a una perdita che il sacrificante subisce a vantaggio del destinatario del sacrificio. Una perdita, una dissipazione, che acquista, paradossalmente, una dimensione positiva. Ed è a questo livello radicale che sacrificio e dono si incontrano. Tra le molte pratiche arcaiche di dono (i cosiddetti potlàc: “consumare”), studiate dagli antropologi nei primi anni del XX secolo, particolarmente interessanti sono quelle caratterizzate dalla distruzione del “dono” di fronte al rivale. Nel popolo Tlingit (tra Canada e Alaska), per esempio, un capo si presentava davanti a un altro capo e sgozzava un certo numero di schiavi. Il rivale, qualche giorno dopo tornava e sgozzava un numero ancora maggiore di uomini. Queste gare, dove la dimensione dissipativa è assoluta e arcaica, nella loro brutale trasparenza ci possono fare intravvedere dimensioni analoghe e presenti in modo spurio nel nostro tempo.
Nonostante la novità assoluta nella cultura del sacrificio portata dal messaggio di Cristo, per tutto il Medioevo e oltre questi elementi arcaici del dono-sacrificio hanno continuato a essere ben presenti. Non capiamo quel mondo senza la magnificenza dei ricchi e dei potenti, le grandi spese improduttive per il culto, gli sprechi delle feste patronali e delle processioni, i fuochi d’artificio, vere e proprie gare di doni dissipatori allo scopo di creare e mantenere ranghi e potere nella città, e/o per meritarsi qualche sconto di pena in purgatorio – sono ancora molti, troppi, i potlàc dei mafiosi nei nostri paesi e nelle nostre feste.

Nella spiritualità cristiana, poi, è rimasta per secoli l’idea che il sacrificio-dono è gradito a Dio perché espressione di una nostra perdita, di una rinuncia, di un costo. L’analogia economica usata per intendere la vita spirituale, portava con sé necessariamente l’idea di prezzo, e quindi che nel rapporto con Dio per avere qualcosa (grazie, benedizioni…) occorresse pagare. E così persino la vita consacrata nella verginità per lungo tempo è stata letta e vissuta come una scelta di grande valore spirituale proprio perché dono-sacrificio della parte più preziosa della persona. Sant’Ambrogio affermava che vergine è «la vittima della castità». Per San Gregorio Magno la verginità sostituiva il martirio: «Il tempo delle persecuzioni è passato, ma la nostra pace ha un suo martirio». Una idea sacrificale, espressione di una teologia dell’espiazione, che ritroviamo ancora viva nel Novecento, dove ricorrendo all’immagine dell’olocausto, si incoraggiano le vergini a «perseverare fermamente nel sacrificio e a non sottrarre e prendere per sé una parte anche minima dell’olocausto offerto sull’altare di Dio» (Sagra Virginitas, Pio XII, 1954).

La Riforma protestante ha segnato un momento di svolta anche in questa cultura del dono-sacrificio. Lutero individuò nella mentalità sacrificale ancora presente nella Chiesa e nella cristianità la principale ragione dell’allontanamento dalla genuinità e novità dell’evento cristiano. E non aveva torto, perché quella cultura del sacrificio-perdita era una continuazione della teologia economica e meritocratica pre-cristiana. Per Lutero non aveva alcun senso cristiano rinunciare all’utile umano sperando in un utile divino: quei nostri sacrifici non servono a nulla, perché dall’altra parte non c’è un Dio che è interessato a quelle nostre perdite. Il Dio cristiano non è un idolo affamato. Il paradiso non va guadagnato da noi, perché ci è stato già dato in dono. Da qui anche la sua critica ai conventi, ai monasteri e al valore della vita consacrata in quanto offerta in sacrificio. E anche la condanna degli sprechi vistosi, delle magnificenze dei culti, dei pellegrinaggi, delle feste, dell’ozio, dei lussi.
Tutto ciò che nella vita civile e religiosa era dispendio inutile per gli uomini venne interpretato dalla Riforma come sacrificio e quindi come una sbagliata ricerca di meriti spirituali, come comportamento contrario al cristianesimo vero della sola gratia. La gratuità dei sacrifici fu vista come una gratuità perversa, perché se è vero che ogni dono è una rinuncia a qualcosa di proprio per il bene di qualcun altro, nel rapporto con Dio questo schema non funziona perché il Dio di Gesù Cristo non ha bisogno dei nostri sacrifici – perché l’unico sacrificio buono e vero è quello che ha fatto lui per noi dando la vita per amore, e una volta per sempre, e la sola reciprocità da parte nostra è la gratitudine per Dio e l’amore per il prossimo.

E così la gratuità di una azione umana venne letta come la più alta forma di non-gratuità spirituale. Questa interpretazione dell’inutilità e perdita intramondana come desiderio improprio di guadagno oltremondano, portò il mondo della riforma a guardare con sospetto la gratuità tout court, sia nella sfera civile che in quella religiosa, a considerarla un mercanteggiare sul piano sbagliato. È questa la radice culturale profonda che ha generato l’idea che la gratuità sia qualcosa di tutto sommato negativo. O è inutile o è sbagliata, perché non trova una giustificazione né nell’economia umana (dove vige l’utile) né, tantomeno, sul piano spirituale. Una diffidenza profonda che ritroviamo a cuore del capitalismo e del suo “tabù della gratuità”.
Calvino, poi, con la sua “dottrina della predestinazione” spinse questa rivoluzione alle sue estreme conseguenze. Dato che gli uomini non hanno alcun potere di modificare l’economia divina, le uniche nostre azioni buone e benedette sono quelle orientate all’economia umana e ai suoi fini. Il lavoro, la professione, la produzione, prendono così il posto che nella cultura medioevale avevano l’ozio, gli sprechi e la contemplazione, e tutto ciò che non è utile, orientato razionalmente all’utilità, viene condannato. I soli sacrifici buoni sono quelli orientati a fini terreni e utili, e quindi anche al lavoro. Un utile economico e lavorativo che non può e non deve diventare un merito per il cielo, ma che è l’unico merito possibile e lodevole sulla terra. L’inutilità, la perdita, il debito-colpa, la pigrizia, sono il grande e unico demerito dei singoli e dei popoli. L’utile e il merito, cacciati via dal paradiso, diventano così i sovrani assoluti della terra.

Ma c’è di più. Le pratiche dissipatrici, quegli atti gratuiti tanto utili perché inutili, in questi ultimi anni di capitalismo stanno ritornando con sempre maggiore forza e pervasività. Un nuovo culto sacrificale – altro paradosso – nato da quei Paesi di prevalente cultura protestante e calvinista che tanto aveva criticato l’inutilità e i sacrifici “gratuiti”. I potenti hanno sempre usato la dépense come strumento per dire e ribadire il proprio potere, e quindi per creare status, per umiliare i sudditi. File interminabili, risposte importanti che arrivano sempre nell’ultimo giorno utile, ritardi intenzionali negli appuntamenti, attese inutili per “segnare” le distanze… Chiedere e pretendere sacrifici dai sudditi, che non hanno alcun scopo se non quello di umiliare le persone e rafforzare le gerarchie: pratiche sociali ben note a tutti, ieri e oggi. Ciò accade negli ambienti laici, ma anche in quelli religiosi, dove le pratiche inutili al solo fine di rafforzare distanze e poteri sono particolarmente pericolose perché vengono rivestite da una giustificazione sacrale e sono spesso interiorizzate dalle stesse vittime come necessarie e magari buone.

Le grandi imprese, però, si stanno spingendo molto lontano in queste pratiche sacrificali dissipatrici. Riunioni fissate di domenica quando potrebbero essere fatte di lunedì, alle dieci di sera invece che nel pomeriggio, il 24 dicembre e non il 23, chiamate al lavoro persino nel giorno di Pasqua. Perdite inutili di tempo e di vita, che non hanno nessuno scopo produttivo né di efficienza. Sono pura dissipazione cultuale, dépense che i membri dei team finiscono con l’auto-infliggersi immersi in questa nuova cultura sacrificale, dove le offerte valgono tanto più quanto più inutili e dissipative. Orari insostenibili e inutilmente infiniti, che riducono spesso efficienza e qualità del lavoro, che però servono ad aumentare il valore della vittima offerta in olocausto. Riunioni di lavoro dove si dovrebbe parlare dei problemi del lavorare, e che invece si trasformano in estenuanti riti inutili ma utili per consolidare ruoli e gerarchie. Fino ad arrivare al vero e proprio sacrificio dell’intera vita privata e familiare, dove rivive il potlàc di pura distruzione, una dépense disutile all’economia aziendale ma essenziale al culto perché segnale di devozione totale e assoluta. Nuovi olocausti.

“Doni” che diventano poi strumenti di concorrenza e rivalità tra lavoratori e tra aziende, che gareggiano tra di loro usando come linguaggio i propri sacrifici-dono totalmente gratuiti, e inutili. Questa gratuità pervertita sta uccidendo la gratuità buona e si sta mangiando quel poco che restava della cultura del lavoro dei secoli passati. E sta oscurando il vero valore che avevano e hanno alcune azioni inutili, quello di poter gridare una libertà più grande. L’umanità ha impiegato millenni per giungere a una idea di Dio che non ha bisogno di mangiare gli uomini e le nostre cose per essere saziato, placato, abbonito. Ma gli uomini, i potenti, non hanno mai smesso di desiderare di essere dio. Se non capiamo subito la natura sacrificale neo-arcaica dell’attuale capitalismo, quando un giorno ci accorgeremo di essere precipitati in un culto perpetuo e assoluto sarà senz’altro troppo tardi. Potremo svegliarci sopra un altare sacrificale, e le danze e i canti per noi saranno già iniziati.

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