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“Dark triad” (triade oscura)

30 Marzo 2017 2 commenti

È uscita la nuova edizione del libro di Luigi Ferrari (1), L’ascesa dell’individualismo economico, Edizioni Vicolo del Pavone.

Ammetto subito la mia ignoranza: non conosco neppure la prima edizione, però cerco di tenermi informato leggendo le recensioni.

Su Avvenire del 29 marzo 2017 Cesare Cavalleri ha pubblicato, nella rubrica “leggere, rileggere”, la sua ottima recensione con il titolo: “Attenti ai top manager: sono dotati di «personalità oscura»…

Ovviamente mi procurerò e leggerò il libro che mi sembra, per merito della recensione di Cavalleri, oltremodo interessante. Per ora mi limito a riprendere alcune citazioni dalla Postfazione di Edoardo Lozza e Albino Claudio Bosio (2) contenute nella recensione.

I due autori indicano alcune piste di ricerca. In particolare il recensore segnala la prima: «La connessione clinica fra l’individualismo economico e la personalità della “triade oscura”». E continua inserendo un’altra citazione: “La triade oscura (dark triad) «è un costrutto psicologico sub-clinico, quindi non (necessariamente) patologico, costituito dall’intreccio di narcisismo, machiavellismo e psicopatia».”

Cavalleri prosegue sintetizzando e citando:

“La personalità narcisistica include caratteristiche quali grandiosità, senso di superiorità, bisogno di ammirazione e di dominanza. Il machiavellismo descrive una personalità manipolatoria, dotata di spiccata razionalità, unita a scarsa o nulla considerazione per la morale, con una visione incentrata sul presente e sul guadagno personale nel breve periodo. La componente psicopatica è caratterizzata da mancanza di empatia e da incapacità a provare colpa, rimorso o lealtà verso alcuno.

Ebbene, scrivono i due autori, «le “personalità oscure raggiungono spesso ruoli apicali e di successo nelle imprese produttive, cosicché molti top manager sarebbero caratterizzati da narcisismo, machiavellismo e/o psicopatia», con gravi conseguenze sul personale aziendale. Inoltre, le stesse “personalità oscure” ai vertici aziendali «possono essere spesso alla base di gravi crisi organizzative» provocate da leadership distruttive. E c’è chi ipotizza che la crisi economica globale del 2008 sia almeno in parte dovuta a “personalità oscure” ai vertici di molte grandi aziende, soprattutto finanziarie.

Questi due sbrigativi assaggi danno un’idea della ricchezza del volumone, anche dal punto di vista metodologico. Luigi Ferrari, infatti, mobilita psicologia, economia, sociologia, letteratura (ha scritto anche un libro su Kafka, lucido interprete dell’individualismo economico), per un’analisi della contemporaneità che sembra avviata alla crossvergence, cioè all’ipotesi che tutti i Paesi, con la globalizzazione, tendano a un unico modello culturale e delle relazioni sociali e interpersonali”.

Mi pare che questo basti per invitare tutti alla lettura del libro. Non solo: mi pare che basti per preoccupare noi poveri mortali che nel migliore dei casi siamo nelle mani di uomini di potere ladri e corrotti, come già sapevo, mentre nel peggiore dei casi siamo dominati da esseri affetti dalla triade oscura: narcisisti, machiavellici e psicopatici, come ho imparato leggendo le citazioni contenute nella recensione.

Vi sono elementi sufficienti, credo, per non essere troppo allegri.

(1) Luigi Ferrari è docente universitario di Psicologia economica.

(2) Sono entrambi docenti universitari di Psicologia.

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(10) In viaggio “sul confine e oltre”: “l’epoca del dono parziale”

28 Marzo 2017 Nessun commento

Luigino Bruni (1) anche in questo articolo, “L’epoca del dono parziale“, parte dall’origine della civiltà umana per spiegarci la realtà contemporanea: dal mito al quotidiano.

L’autore ribadisce lo stretto legame tra gratuità e libertà e rileva, infatti, la tensione radicale tra la gerarchia e il dono. La gerarchia teme il dono libero e assoluto, per questo ha inventato il surrogato: l’incentivo, che è una sorta di contro-dono.

Anche le organizzazioni che hanno nella gratuità il loro fondamento, col tempo si trasformano: “gli ideali e le passioni diventano pratiche, nascono le prime proto-istituzioni, si definiscono i responsabili, si scrivono le regole.”

Eppure la nostra tensione verso la gratuità, verso il superamento del suo tabù, persiste perché insita in noi, che non vediamo appagato dall’incentivo, anti-dono, il nostro sogno di uomini vivi.

Conclude l’autore: “Molto tempo fa, il dono generò il mercato. Potrà, un giorno, il dono rinascere dal cuore del mercato?”

(1) Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo “L’epoca del dono parziale“ di Luigino Bruni pubblicato il 26 marzo 2017 sul quotidiano Avvenire.


L’obbligo di reciprocità nello scambio non è una risposta a specifici poteri legati agli oggetti, ma una concezione cosmica che presuppone una circolazione eterna delle specie e degli esseri

Marcel Mauss, Saggio sul dono

All’origine dell’ethos dell’Occidente c’è il dono con le sue ambivalenze. Molti miti dell’inizio associano la storia umana al rifiuto degli uomini di stare e rimanere in una condizione di armoniosa reciprocità di doni. I racconti di Prometeo e Pandora (“tutto dono”), o quelli di Adamo ed Eva, ci dicono con linguaggi diversi che gli esseri umani sono incapaci di edificare la propria civiltà sul dono libero. Ma ci dicono anche che esiste un rapporto profondo tra dono e disobbedienza, tra gratuità e autorità, tra libertà e gerarchia. Nell’Eden la sottomissione della donna all’uomo, radice di ogni altra subordinazione sociale, è frutto della loro comune disobbedienza: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà» (Genesi 3,16). Dal fallimento del primigenio rapporto di reciprocità nasce la prima relazione gerarchica di dominio. E così la gerarchia diventa la principale risposta all’insuccesso della gratuità libera, la sua prima alternativa, il suo primo nemico.

Esiste, infatti, una tensione radicale tra la gerarchia e il dono. La gerarchia mangia i doni dei sudditi, li consuma sotto forma di sacrificio: i re, i faraoni, i sacerdoti, pretendono le primizie, vogliono sempre la parte migliore (Zeus condanna Prometeo perché gli offre la parte peggiore del toro squartato). Ma la gerarchia teme più di ogni altra cosa il dono libero e non orientato ai suoi obiettivi perché non orientabile. Cercare di trasformare il dono-gratuità in cose simili ma innocue è la tendenza-tentazione invincibile di ogni gerarchia, che fa di tutto per togliere dal dono la sua eccedenza ingestibile, il suo pungiglione velenoso perché libero.
Anche i governi delle organizzazioni hanno bisogno della creatività della libertà e del dono, ma vorrebbero solo quella che può (e che deve) rimanere dentro i confini stabiliti e custoditi. E così, nei momenti di crisi vera, quando la gratuità libera sarebbe la prima cosa veramente necessaria, ci si ritrova indigenti proprio di questo essenziale.
Sta quasi tutta qui la tragedia del dono nelle imprese e nelle istituzioni. Questa tragedia si manifesta a vari livelli. Le comunità e i movimenti della società civile, non di rado anche le imprese, nascono anche, e in molti casi soprattutto, dalle passioni, dai desideri, dall’eccedenza, dalla nostra voglia di vita, di futuro, di infinito. Quindi dalla nostra gratuità. Queste forme associate del vivere sono generate perché qualche persona, almeno una, un giorno vede spazi tutti nuovi e interminati per esprimere fino in fondo la propria personalità e i propri sogni. Vede che c’è un luogo, e quello soltanto, dove gli ordinari limiti che ci sono altrove sono scomparsi, dove le barriere sono cadute, o non si vedono più. Tutto diventa possibile. E parte verso l’infinito, anche quando tutto si compie in un sottoscala, o in un villaggio in mezzo alla foresta.

Poi con lo scorrere del tempo gli ideali e le passioni diventano pratiche, nascono le prime proto-istituzioni, si definiscono i responsabili, si scrivono le regole. Quindi i contratti, i regolamenti, e presto si forma l’inevitabile gerarchia. E così quelle comunità-movimenti diventano via via associazioni, organizzazioni, cooperative, imprese, che per poter funzionare e crescere hanno bisogno di gestire, normalizzare, eliminare e bandire quelle pratiche spontanee e quelle eccedenze che erano state all’origine della prima esperienza. Al fine di poterla gestire e incanalare dentro le regole di governo, per poter coordinare e orientare le azioni verso gli obiettivi istituzionali, diventa necessario uniformare e standardizzare i comportamenti. E muore la prima libertà dei primi doni. I soli doni che restano sono i sacrifici per nutrire la gerarchia e i suoi obiettivi, per sfamare la sua fame. Tutto ciò accade non perché il management sia cattivo o ottuso, ma per la stessa natura e vocazione della gerarchia, che per svolgere il suo compito deve incoraggiare le componenti più ordinarie, gregarie e addomesticate della creatività e della libertà, e quindi combattere le dimensioni più sovversive e destabilizzanti della gratuità, quelle che però sarebbero essenziali soprattutto nei momenti più importanti e delicati (crisi, cambi generazionali, prove…).
È questa una delle dinamiche più importanti delle istituzioni: una volta che la nostra gratuità ha generato organizzazioni, la dinamica intrinseca e necessaria del loro governo finisce per negare l’espressione e la pratica di quei doni liberi che l’avevano fatta nascere. L’organizzazione “figlia” mangia il dono “padre”. È così che terminano molte tra le creazioni collettive più belle, perché il corpo generato dalla gratuità spegne lo spirito originario creativo e libero, il solo soffio che la vita conosce. Questo “teorema di impossibilità” scatta in molte organizzazioni e istituzioni, ma è centralissimo nelle cosiddette Organizzazioni a Movente Ideale (Omi) e quindi nelle comunità spirituali e carismatiche, che molte volte si spengono, appassiscono e muoiono perché la gerarchia e il governo impediscono alle sue risorse di gratuità di operare e quindi di salvare l’organizzazione dalla propria estinzione. Ne abbiamo quotidiana e ampia evidenza.

Alla base della progressiva eliminazione del dono libero, un ruolo chiave lo gioca il processo di trasformazione del dono in incentivo. Doni e incentivi sembrano realtà molto diverse. Ma se li guardiamo bene ci accorgiamo che sono concetti confinanti che si assomigliano. I rapporti di reciprocità basati sullo scambio di doni, creano per la loro stessa natura posizioni di debito/credito relazionale che sono altamente generativi e radicalmente complicati da governare. I doni che nascono per rispondere ad altri doni, non essendo mai equivalenti tra di loro, non riescono a compensare e a “saldare” il debito del primo dono, ma rialimentano il rapporto e riattivano il circuito della reciprocità. Quando, in altre parole, si riconosce un dono ricevuto e si cerca di ricambiarlo con un altro dono, il secondo dono non è il primo dono con il segno meno davanti, ma è un atto originario che tiene aperta e rilancia la catena delle reciprocità dei doni.

Ecco perché questa reciprocità, che è stato il primo linguaggio con il quale le comunità si sono incontrate e hanno iniziato a conoscersi, progressivamente ha generato la reciprocità commerciale del contratto. La corrispondenza perfetta ed equilibrata del contratto, infatti, mira a chiudere un rapporto, mentre la corrispondenza imperfetta e squilibrata della reciprocità di doni ha come scopo mantenere quel rapporto umano aperto, generativo, fecondo, e quindi imprevedibile, capace di sorprenderci e sorprendere, come la vita. Nella reciprocità tra doni il “credito” creato dal primo dono non viene compensato dal secondo dono, che resta eccedente, e questa eccedenza diventa madre di nuovi rapporti, alba di nuovi giorni. La compensazione tra doni è impossibile, o quanto meno è sempre imperfetta e parziale, perché non possediamo l’unità di conto per fare i calcoli, perché non li vogliamo fare, e per di più spesso li sbagliamo alimentando dissapori e conflitti. Come in un iceberg, la parte più grande e importante del dono è quella invisibile. Ciò che riusciamo a vedere è solo la sua superficie, ma sappiamo che al di sotto dei suoi segni vive una energia potente, misteriosa, capace di cose straordinarie: può riedificare un’intera comunità ma può anche distruggerla. Questa parte invisibile e oscura del dono è la radice del fascino e della paura che il dono ha sempre esercitato ed esercita su di noi.
Ma – e siamo nel cuore della tragedia del dono – la sua parte sommersa, i calcoli non fatti e i conti che non riportano, i debiti e i crediti che non si compensano tra di loro, sono quanto più odiano le imprese, e in genere le organizzazioni. L’utopia di ogni organizzazione è allora riuscire ad ottenere la creatività, la passione, l’energia, la generosità dell’homo donator senza le sue ambivalenze, le sue richieste di gratitudine, le riconoscenze, senza legami. E così operano una manipolazione genetica e lo trasformano in homo oeconomicus. L’incentivo è il primo strumento per tentare la manipolazione del dono in contratto. I due si assomigliano, un po’: l’homo oeconomicus è un homo donator privato della sua energia originaria, creatrice, destabilizzante e distruttiva.

L’incentivo, se lo osserviamo bene, si presenta realmente come una sorta di contro-dono all’interno di una forma di reciprocità. È quanto il principale (proprietà e/o management) “dona” all’agente (il lavoratore) in cambio di un dato comportamento fatto a suo vantaggio. Ecco perché qualche economista (tra cui il premio Nobel George Akerlof) ha descritto il rapporto di lavoro come uno “scambio di doni”, aggiungendo, onestamente, l’aggettivo “parziale“. L’incentivo può essere descritto come un contro-dono parziale, perché totalmente spuntato della sua componente libera, per rendere l’agente controllabile e gestibile dal principale. Non a caso l’incentivo è spesso chiamato dalle aziende (impropriamente) premio, al fine di sottolineare simbolicamente la sua dimensione di dono simulato, di dono… parziale. Peccato che se c’è qualcosa nella vita umana che non si presta a riduzioni parziali, a essere accorciato, spuntato, tagliato, è proprio il dono. Diversamente da altre realtà viventi, il dono vive solo se è intero: se lo riduco, lo dimezzo, semplicemente lo uccido. L’incentivo, presentandosi come dono ridotto e parziale, è in realtà l’anti-dono, l’antidoto che difende il corpo aziendale dal dono vero e libero, che scompare e non c’è più quando ne avremmo bisogno per ripartire, per risorgere. Le imprese continuano a vivere, a nascere e a rinascere perché tanti lavoratori violano il tabù della gratuità, subendone tutte le conseguenze. Le imprese non lo sanno e non lo vogliono, ma se sono vive e rinascono è perché il tabù della gratuità è ogni giorno profanato da persone libere che non riescono a non donare, nonostante il divieto di farlo. Non riusciamo a non donare perché siamo vivi, e perché gli incentivi sono troppo poco: vogliamo e valiamo molto di più.
Molto tempo fa, il dono generò il mercato. Potrà, un giorno, il dono rinascere dal cuore del mercato?

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(9) In viaggio “sul confine e oltre”: “violiamo il grande tabù”

25 Marzo 2017 Nessun commento

Prosegue anche in questo articolo di Luigino Bruni (1) l’elogio della gratuità. Il titolo “Violiamo il grande tabù” segnala fin dall’inizio il taglio dato all’argomento: la gratuità, tabù del nuovo capitalismo.

Se accettiamo la tesi antropologica che individua il legame della violenza e del sacro con l’origine della civiltà, possiamo allora capire la necessità dei tabù per regolare e controllare la violenza stessa; ma, come sempre accade, le regole hanno un contraltare: “le comunità hanno pagato a caro prezzo, perché i tabù sono stati posti su persone e azioni che hanno prodotto discriminazioni e non di rado autentiche persecuzioni nei confronti di chi era oggetto del tabù.”

Dopo un’attenta ed interessante disamina del concetto e dell’essenza del tabù, l’autore si addentra nel tema più specifico del suo articolo: “Possiamo capire molto del capitalismo, e in genere, dell’economia, se prendiamo sul serio il suo tabù della gratuità. Il rapporto tra la gratuità e il mercato contiene i tratti antropologici del tabù. Innanzitutto vi ritroviamo la violenza originaria.”

In realtà è noto come il tabù sia anche un oggetto di desiderio perché ricco di fascino: la gratuità ha nel dono la sua essenza, e nulla piace più del dono. Non per niente le imprese hanno avuto la capacità di violare apparentemente il tabù, ma è solo apparenza, appunto, perché “nelle convention aziendali il dono viene evocato, pronunciato, mangiato, per rimetterlo poi il giorno dopo nel suo tabernacolo inviolabile”. Inoltre non si tratta di un dono autentico: è solo un dono addomesticato, un “donuncolo”.

Nell’economia di mercato la violazione del tabù della gratuità sarebbe devastante e comporterebbe la fine del capitalismo. Proprio per questo la religione del dio-denaro ha contagiato con il suo tabù anche settori dove la gratuità era la norma costitutiva: no-profit, società civile, movimenti.

Poiché l’autore associa, correttamente, la gratuità alla libertà, conclude con forte passione: “Il vero prezzo, quasi sempre invisibile sebbene sia molto alto, dell’ingresso del management capitalistico all’interno delle organizzazioni civili, dei movimenti, delle comunità, è l’eliminazione progressiva in questi luoghi del dono libero. E così, paradossalmente, il tabù della gratuità si crea proprio nel cuore di realtà nate dalla e per la gratuità. Chi riuscirà a violare questo grande tabù del nostro tempo? E se qualche profeta lo farà per noi, saremo poi capaci di camminare verso la terra delle donne e degli uomini liberi? O, anche noi, nel deserto rimpiangeremo la carne e le cipolle della schiavitù?”

(1) Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo “Violiamo il grande tabù” di Luigino Bruni pubblicato il 19 marzo 2017 sul quotidiano Avvenire.

Anche se il mondo in cui viviamo è meno violento di qualsiasi mondo del passato, questo è solo uno dei suoi aspetti. L’altro aspetto evidenzia esattamente il contrario: uno spaventoso aumento di violenza e minaccia di violenza. Il nostro mondo risparmia più vittime e contemporaneamente uccide più vittime di quanto sia mai avvenuto in passato
René Girard. Violenza e religione

La gratuità è il principale tabù del capitalismo. La teme come il pericolo più grande, perché se la lasciasse correre liberamente nei suoi territori ne verrebbe contagiato e il suo “veleno” ne decreterebbe la morte, oppure – ed è la stessa cosa – lo trasformerebbe in qualcosa di sostanzialmente diverso. Scorgere il tabù della gratuità dentro la nostra economia (e società) è difficile perché è coperto da un altro tabù: quello del riconoscimento della sua esistenza. Per capire, allora, il rapporto profondo tra gratuità e capitalismo dobbiamo violare questo primo tabù, iniziando, semplicemente, a parlarne.
Secondo una importante tradizione antropologica, l’origine delle civiltà è profondamente legata a due parole: la violenza e il sacro. Anche la Bibbia fa iniziare la storia umana fuori dall’Eden con il fratricidio di Caino. La morte del mite e giusto Abele, diventa il primo prezzo della fondazione della civiltà umana. Miti fondativi di altre città (ad esempio, Roma) narrano simili violenze e omicidi, che a volte hanno gli dèi come complici. Le comunità hanno dovuto imparare a gestire le pulsioni violente degli uomini, per evitare la propria auto-distruzione. La creazione dei tabù va inserita all’interno degli strumenti per regolare e controllare la violenza, per evitare che diventasse mimetica, ripetuta, esplosiva. Strumenti che le comunità hanno pagato a caro prezzo, perché i tabù sono stati posti su persone e azioni che hanno prodotto discriminazioni e non di rado autentiche persecuzioni nei confronti di chi era oggetto del tabù (donne, lebbrosi, poveri, malati, interi popoli).

Il rapporto tra una comunità e i suoi tabù presenta una radicale ambivalenza. Da una parte il tabù è tutto ciò che si deve evitare, che non si può toccare, da cui immunizzarsi per non essere contaminati e contagiati dal suo spirito (il mana). E le parole associate al tabù non si devono pronunciare. La terra del tabù non può essere attraversata. Le comunità sono cambiate, morte e risorte secondo il ritmo della creazione, violazione ed eliminazione dei tabù. E, sebbene con modalità tutte diverse, questo stesso ritmo ancestrale della terra continua a scandire anche la nostra storia.
Al tempo stesso, il contenuto del tabù esercita sulle persone un’attrazione fatale, forte, a tratti invincibile: il tabù non può essere violato, ma (e in quanto) desidereremmo profondamente farlo – è il desiderio di vendetta nei confronti di Caino («chiunque mi troverà mi ucciderà») che produce il suo “segno” («nessuno tocchi Caino»): Genesi 4,14. Le sue parole sono vietate, ma forte è la tentazione di volerle pronunciare. In base a quello che, ad esempio, Freud chiama «il tabù dei dominatori», i re non possono essere toccati dai loro sudditi, un divieto che mira a contrastare la passione-desiderio profonda di uccidere i re e dominatori presente nei membri delle comunità.

Gli oggetti, gli animali, le persone considerate tabù presentano poi una duplice caratteristica: non posso essere toccati, ma non possono neanche essere eliminati. L’obiettivo della gestione dei tabù non è la scomparsa del tabù, perché se il tabù sparisse porterebbe via con sé anche il confine dell’invalicabile, la comunità si contaminerebbe e quindi si cadrebbe esattamente dentro il “peccato” che il tabù vuole evitare. Il tabù e i suoi segni devono allora essere molto visibili, tutti devono poter riconoscere i suoi totem.
Possiamo capire molto del capitalismo, e in genere, dell’economia, se prendiamo sul serio il suo tabù della gratuità. Il rapporto tra la gratuità e il mercato contiene i tratti antropologici del tabù. Innanzitutto vi ritroviamo la violenza originaria. Le comunità tradizionali, o pre-mercantili, si basavano su due princìpi originari e distinti: la gerarchia e il dono. La gerarchia era lo strumento per la gestione del potere, mentre il dono regolava la reciprocità nelle famiglie, nei clan, nelle comunità. L’avvento dei mercati avviene sull’uccisione del dono, che deve morire per poter creare al suo posto il contratto e lo scambio commerciale, che si caratterizzano proprio per non essere dono, per non essere gratuità. L’economia di mercato non mette in discussione la gerarchia, anzi la radicalizza – tanto che le imprese capitalistiche sono anche il principale luogo, insieme agli eserciti, dove nell’era delle democrazie la gerarchia continua a svolgere una funzione essenziale e tutto sommato accettata socialmente. All’origine del mercato c’è invece una sorta di violenza primordiale sulla gratuità-dono (anche se non è avvertita né raccontata come tale dai suoi protagonisti). Anche la violenza di Caino è legata al dono e all’economia. Dio non accettava i suoi doni, una negazione che generò la violenza su Abele, l’eliminazione del fratello fragile che sapeva fare i doni. La gratuità è fragile e vulnerabile come Abele, esposta all’abuso, indifesa e umile. Ma Caino è anche il protettore dei mestieri, il fondatore della prima città, che prende il nome da suo figlio (Enock). E il suo stesso nome ha una forte assonanza con il verbo qanah: acquistare. Sempre nel libro della Genesi, poi, la parola “profitto” (bècà) fa la sua comparsa all’interno della scena della vendita di Giuseppe come schiavo da parte, ancora, dei suoi fratelli (37,28). La fraternità dei doni è negata dalla comparsa del profitto.

A Roma il numus (moneta) era il non-munus (dono). Nella modernità, a cuore del mito fondativo dell’economia politica, «la mano invisibile», ritroviamo la tesi che il motore della ricchezza delle nazioni non è «la benevolenza», la gratuità, dei commerciali, ma i loro interessi personali (Adam Smith). La mano visibile che conteneva i doni viene sostituita da quella invisibile del mercato, che non è la Provvidenza degli antichi, perché la sua natura è l’assenza del dono.
Anche la gratuità nel mercato, poi, non può essere profanata, ma deve essere visibile e ben in vista. Il confine che ne delimita il territorio coincide con i limiti stessi del mercato: la terra del gratuito inizia dove finisce quella del mercato, del contratto, degli incentivi. La gratuità inizia oltre i cancelli dell’impresa, dopo che abbiamo fatto la spesa e torniamo a casa. Tutti devono vederlo, tutti devono capirlo senza il bisogno di discorsi complicati: è sufficiente la vista dei suoi segni e dei suoi totem: cartellini, le durate delle pause pranzo, la gestione degli straordinari, e soprattutto il linguaggio. Le parole del tabù non possono essere pronunciate: guai a pronunciare la parola dono o gratuità e i suoi sinonimi durante l’ordinario svolgimento del lavoro.
Ma, come accadeva in alcune civiltà totemiche, anche qui ci sono alcuni momenti precisi nei quali l’oggetto intoccabile del tabù può e deve essere toccato, sacrificato, consumato ritualmente per potersi impadronire della sua forza misteriosa e terribile. E così nelle convention aziendali il dono viene evocato, pronunciato, mangiato, per rimetterlo poi il giorno dopo nel suo tabernacolo inviolabile. Si organizzano iniziative di volontariato dei dipendenti, cene sociali per aiutare i poveri, purché siano attività gestite e regolate dentro i confini rassicuranti delle regole e limitate a quel solo momento controllato. Questi donuncoli, doni addomesticati, gestiti e controllati, sono nuove bambole vudu, che riproducono le sembianze della persona vera (il dono-gratuità) con la speranza di controllarla e stregarla.

Quali sono, allora, le ragioni profonde della paura che la gratuità esercita sull’economia capitalistica, per farne il suo primo tabù? La prima ragione si trova, anche qui, nel suo fascino. Anche nella gratuità, come per tutti i tabù, il divieto nasce da un desiderio profondo. Nulla desideriamo più del dono: lo bramiamo, ci fa vivere, è la nostra vocazione profonda. E se l’economia è vita, anche nella vita economica il fascino del dono (dato e ricevuto) si sente forte, molto, troppo forte.
Ma nulla è più trasgressivo del dono, nulla è più libero. È trasgressivo e libero ovunque, ma nell’ambito economico i suoi effetti sarebbero particolarmente devastanti. Perché spezzerebbe le regole dei contratti, minerebbe la gerarchia. Se le imprese accettassero e accogliessero il registro del dono-gratuità si ritroverebbero con persone ingestibili, imprevedibili, capaci di azioni non controllabili dalle gerarchie e dagli incentivi, perché libere veramente. Avrebbero a che fare con lavoratori che seguirebbero le proprie motivazioni intrinseche, che lavorando travalicherebbero i limiti del contratto – che sono troppo stretti e piccoli per contenere la forza eccedente del dono. Si troverebbero di fronte persone che fuoriuscirebbero dagli organigrammi, dalle job-description, con molta più vita, quindi con molta più confusione e rumore come accade con le cose vive. E se poi i responsabili delle imprese riconoscessero questo dono come tale, se quindi diventassero riconoscenti nei confronti dei loro colleghi e dipendenti, si creerebbe nelle imprese quella reciprocità libera e quei legami forti che sono i tipici frutti dei doni riconosciuti, accettati, ricambiati. E la gerarchia cambierebbe, diventerebbe fraterna e quindi fragile, vulnerabile, esposta come il mite Abele: ma la fragilità e la vulnerabilità sono i grandi nemici delle imprese capitalistiche e della loro cultura immunitaria. Per evitare il rischio del riconoscimento del dono e la generazione di legami forti la cultura e la governance delle imprese rispondono semplicemente negandolo: è così che il tabù della gratuità rinasce e si rafforza ogni giorno. Le imprese e i mercati si proteggono dalla gratuità per proteggersi dalla propria morte.

Ma c’è ancora qualcos’altro da dire. Negli ultimi anni il tabù della gratuità è uscito dall’economia e dalle grandi imprese per passare progressivamente e velocemente alla società civile, alle organizzazioni non-profit, alle associazioni, ai movimenti, alle comunità. Il tabù si sta espandendo e la casa della gratuità sulla terra diventa sempre più angusta. Le tecniche e gli strumenti di gestione, che fino a poco tempo fa erano esclusiva delle sole grandi imprese e banche, stanno entrando in molti luoghi della società civile. Il vero prezzo, quasi sempre invisibile sebbene sia molto alto, dell’ingresso del management capitalistico all’interno delle organizzazioni civili, dei movimenti, delle comunità, è l’eliminazione progressiva in questi luoghi del dono libero. E così, paradossalmente, il tabù della gratuità si crea proprio nel cuore di realtà nate dalla e per la gratuità.
Chi riuscirà a violare questo grande tabù del nostro tempo? E se qualche profeta lo farà per noi, saremo poi capaci di camminare verso la terra delle donne e degli uomini liberi? O, anche noi, nel deserto rimpiangeremo la carne e le cipolle della schiavitù?


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(8) In viaggio “sul confine e oltre”: “ma il futuro è senza merito”

22 Marzo 2017 Nessun commento

L’idea di “gratuità”, strettamente legata all’idea di “libertà”, è il filo conduttore degli articoli di Luigino Bruni (1) pubblicati su Avvenire sotto il titolo generale di Sul confine e oltre.

In questa tappa del viaggio, “ma il futuro è senza merito”, l’autore ribadisce che il nuovo capitalismo meritocratico sta eliminando la gratuità dal mondo degli uomini.

Perfino ambiti finora regolati dalla gratuità stanno assumendo sempre più la caratteristica di mercato vero e proprio per opera della cosiddetta sharing economy, con il risultato di escludere sempre più i poveri dalla fruizione di offerte e di beni prima gratuiti e donati.

L’autore chiude il suo articolo con un preoccupato interrogativo: la cultura del merito, dell’utile e dell’incentivo farà scomparire dal nostro mondo la gratuità?

Se questo avvenisse, rispondo io, sarebbe la fine del cristianesimo dove la gratuità è elemento fondante, e questo evento, ovviamente, non è possibile per chi ha fede nell’Evangelo di Cristo. Tuttavia, aggiungo, questo nuovo capitalismo, con i suoi sacerdoti del dio-denaro, potrebbe essere proprio l’anticristo che ci fu annunciato.

Concludo annotando per la prima volta un elemento, per quanto marginale, di disaccordo con l’autore. Non mi è piaciuta la citazione di Seneca perché, come ho già detto (2) questo maestro di pensiero, fu un potente latifondista arricchitosi soprattutto prestando denaro ad altissimo interesse. Insomma: Seneca era un usuraio, in senso moderno,  e praticava la “feneratio”. Le sue pretese esorbitanti determinarono addirittura la rivolta dei Britanni, soffocata nel sangue nel 59 d.c. Insomma: non ritengo opportuno citare un usuraio in un articolo che esalta il valore della gratuità.

(1) Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

(2) ho parlato dell’usuraio Seneca in: De feneratione, opera poco nota di Seneca.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo “Ma il futuro è senza merito” di Luigino Bruni pubblicato il 12 marzo 2017 sul quotidiano Avvenire.

«Questa è la caratteristica di un animo grande e nobile: non ricercare un utile dai benefici fatti, ma badare al beneficio in se stesso» Seneca, De Beneficiis

Sine merito: senza merito. Era questo il nome con cui tra Medioevo e Modernità venivano chiamati i primi Monti di pietà, quelle proto-banche popolari create e promosse dai francescani dell’Osservanza. Per sottolineare la loro natura di istituzioni umanitarie o filantropiche, si negava la presenza del merito. Qualche secolo prima, Bernardo di Chiaravalle descriveva la passione di Cristo come: donum sine pretiogratia sine meritocharitas sine modo: dono senza prezzo, grazia senza merito, amore senza misura. Per dire dono escludeva il prezzo, per dire amore eliminava la misura, per dire grazia negava il merito. Merito prezzo misura, da una parte; dono grazia carità, dall’altra. Queste distinzioni e opposizioni hanno retto l’ethos e la spiritualità dell’Occidente per molti secoli, finché la cultura capitalista, con la sua nuova religione pelagiana e quindi meritocratica, ci ha finalmente convinto che tutte quelle parole fossero invece dalla stessa parte, amiche e alleate; che il dono andasse insieme al prezzo, che merito fosse un nome nuovo dell’amore, che la grazia/gratuità fosse utile solo se presente nella ‘giusta’ (e microscopica) misura, come nei vaccini dove si introduce nel corpo una minuscola dose di virus per immunizzarci da esso. Le maggiori innovazioni umane sono avvenute quando dentro una religione, una filosofia, una tradizione sapienziale, qualcuno ha spezzato il rapporto economico-retributivo con gli dèi, con gli idoli, con i faraoni e con i re, e ha proclamato un giubileo ‘di liberazione dei prigionieri’. Una di queste grandi innovazioni antropologiche e teologiche è contenuta nel libro di Giobbe, il libro biblico che più ha combattuto la logica economico-retributiva della fede. Il libro si apre con una scommessa tra Dio-Elohim e il suo angelo Satan, che riguarda esattamente la gratuità. Il Satan, leggiamo nel Prologo, era tornato da un giro sulla terra, e notata la rettitudine di Giobbe, chiede a Dio: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani … Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!”» (Giobbe 1,9-11). Interessante che l’autore del racconto scelga Satan come esponente della visione ‘economica’ della religione e della vita – una scelta che già in sé dice molte cose. Il Satan sfida Elohim e sfida Giobbe, sfida Dio e sfida l’uomo, per provare se è possibile che sulla terra ci sia almeno un uomo che tema-ami Dio “per nulla”, cioè gratuitamente, senza una ricompensa, senza essere “pagato”.

Sappiamo essere buoni e giusti per il valore intrinseco della bontà e della giustizia, o solo perché speriamo in una qualche ricompensa? Siamo capaci di amore puro o, invece, siamo soltanto dentro un registro commerciale di dare-avere? Si comprende allora che il tema della gratuità è profondamente legato a quello della libertà: che cosa resta della libertà nostra e di quella degli altri se, in realtà, nel cuore delle nostre azioni c’è un padrone che pagando ci fa fare quello che vuole – il primo ad essere liberato in ogni superamento delle religioni retributive, ieri e oggi, è Dio stesso, che finalmente esce dai palazzi dei re e degli imperatori e viene ad abitare in mezzo a noi. Non stupisce allora che alcune tappe decisive della storia umana siano state scandite da dibattiti, scismi, rivoluzioni che avevano a che fare direttamente con la gratuità. Che cosa è che ci salva veramente? Sono i meriti, gli incentivi, l’utile, o è invece qualcos’altro che vale proprio perché non è merito, non è incentivo, non è utile? Valiamo, abbiamo una dignità infinita, perché ce lo meritiamo, perché siamo utili a qualcuno o a qualcosa, o invece per qualche altra ragione che viene prima di tutto questo? Sta qui, nella sua essenza, la natura di quella dimensione che chiamiamo gratuità, che le culture, le religioni e le filosofie hanno declinato in molti modi, ma che al centro ha questa dimensione di non-utile, di non-merito, di non-incentivo. La resistenza costante che le civiltà hanno sempre opposto, fino a tempi recenti, all’affermazione della logica del mercato derivava dall’intuizione, formulata in vari modi, che quando nei rapporti umani scatta il registro mercantile, questo ha una tendenza invincibile a scacciare e a distruggere proprio quel qualcosa di vago, difficile da definire, sottile ed essenziale che si chiama gratuità.

L’incentivo è oggi lo strumento principale con il quale il culto capitalistico sta eliminando la gratuità dal mondo degli uomini – grazie a Dio, di gratuità ce ne sarà sempre molta nella natura, nel sole, nel cielo, nella vita degli animali, nella pioggia e nella neve, nei bambini. Ogni culto idolatrico tende, infatti, all’eliminazione di ogni dimensione intrinseca nelle nostre azioni. Finché facciamo qualcosa perché ci crediamo o perché ci piace, non siamo ancora prigionieri degli idoli. L’ideologia dell’incentivo produce esattamente lo svuotamento delle dimensioni intrinseche dell’azione, perché assegnando un prezzo ad ogni cosa e ad ogni atto, finisce per espellere la gratuità dal mondo. L’incompatibilità tra la gratuità e l’ideologia dell’incentivo non sta nell’opposizione gratis-pagamento (c’è molta gratuità dentro molti rapporti retti da contratti e regolati da prezzi, e ci sono molti servizi resi gratis che non hanno alcuna gratuità). Il conflitto è più radicale, e rimanda esattamente a quella tesi del Satan: non è possibile che le persone facciano cose buone gratuitamente, ‘senza essere pagati’. La fede nell’incentivo si sta estendendo indisturbata ovunque, perché, paradossalmente, si presenta come una espressione della ‘libertà dei moderni’. Una delle sue ultime conquiste è la cosiddetta sharing economy. La condivisione di case, automobili, pasti, si presentano oggi come esperienze innovative e più umane di quelle possibili nei tradizionali mercati e imprese capitalistiche. E alcune lo sono realmente. Ma, come sempre, per capire che cosa sta accadendo anche in questo affascinante e variegato mondo della sharing economy, bisogna essere capaci di vedere i suoi effetti non-intenzionali, che sono quelli più importanti. L’essenza della sharing economy consiste nel creare nuovi mercati in ambiti precedentemente retti dalla gratuità. Fino a pochi anni fa, per andare in vacanza si doveva scegliere tra un amico che ci ospitava o un hotel. Se volevamo andare a cena fuori, l’alternativa era tra amici-parenti e ristorante. Se dovevamo fare un viaggio potevamo affidarci all’autostop o ai mezzi a pagamento. Due mondi ben distinti e retti da logiche ben diverse: gratuità e profitto. Oggi si sta sviluppando una terza via: per andare in vacanza possiamo essere ospitati anche da famiglie sconosciute; per cenare fuori ci sono persone che organizzano cene per noi; per viaggiare c’è anche una rete che associa domanda e offerta di passaggi in auto; e molto altro ancora: basta pagare qualcosa. Il mercato continua a fare il suo mestiere, offrendo scambi di mutuo vantaggio, che consentono incontri tra persone che non si sarebbero mai incontrate senza questi nuovi mercati ‘collaborativi’, che funzionano grazie alla combinazione di socialità e profitto. Un fenomeno che piace molto, perché sembra aggiungere una nuova opportunità lasciando tutto il resto intatto (hotel, amici, ristoranti, treni, autostop …). Allarga l’insieme delle scelte possibili, e quindi espande le libertà delle persone e delle società.

In realtà, il mercato e i suoi attori hanno già capito che l’arrivo di questi nuovi ‘prodotti low cost’ non lascia affatto intatti i mercati precedenti, perché è in atto, anche qui, una ‘distruzione creatrice’ che sta scardinando antichi equilibri e rendite, e che potrebbe creare nel medio periodo un’autentica rivoluzione. E così i protagonisti dei mercati di oggi reagiscono, si preoccupano, e i più scaltri cercano alleanze con questi nuovi soggetti. Nel secondo ambito coinvolto dalla rivoluzione della sharing economy, quello della gratuità o della socialità sine merito, tutto tace. Gli interessi dei mercanti sono concentrati, chiari e forti, e così decise sono le reazioni. Gli ‘interessi’ dei non-mercanti sono invece diffusi, poco visibili e soprattutto molto deboli. Per la gratuità non ci sono organizzazioni di categoria, sindacati, né tantomeno politici di riferimento. E così nessuno si muove. E non ci accorgiamo che anche sull’altro lato della sharing economy è in atto una ‘distruzione creatrice’, che avvenendo su beni comuni e senza diritti di proprietà, si compie nell’indifferenza o tra gli applausi, e qualche volta è accolta con lo stesso entusiasmo con cui l’imperatore azteco Montezuma accolse lo spagnolo Cortés, pensando che fosse ritornato il loro dio (Quetzalcoatl). Quando il mio vicino di casa inizia ad organizzare a casa sua cene a pagamento, ciò che accade è la creazione, invisibile ma realissima, di un ‘costo opportunità’. Anche se non farò il mio home restaurant, quella creazione di prezzo agisce anche su di me. Perché quando farò i miei conti per calcolare il costo di una cena con sette amici, non userò il costo di mercato degli ingredienti ma il maggiore ‘costo opportunità’ della cena dei vicini. E magari, un giorno, concluderò che costa troppo, e rinuncerò a questa socialità gratuita, o comincerò a chiedere un prezzo – o quantomeno un rimborso spese. Altri continueranno ad invitare amici a cena, con lo sconto del 50% sul prezzo della cena simile nell’appartamento accanto. E presteremo la casa ad un nostro parente con uno sconto dell’80% sul prezzo corrente nella sharing economy delle abitazioni. Noi ci sentiremo generosi, e loro penseranno di aver ricevuto un dono. E i poveri saranno sempre più esclusi dalle case, dai viaggi, dai pasti, emarginati da una cultura che non vuole più nulla e nessuno sine merito. Presto questi nuovi mercati sociali saranno regolati e diventeranno mercati come tutti gli altri. Nel frattempo, però, avremo ancora ridotto il campo della gratuità, e avremo sempre meno amici.

Nel libro di Giobbe, il Satan non vinse la sua scommessa, perché Giobbe fu capace di continuare ad essere giusto ‘per nulla’, gratuitamente. Per oltre duemila anni la sua vittoria è stata anche la nostra, e siamo stati capaci di invitare a cena qualcuno ‘senza ricompensa’. Ma se domani, un altro angelo farà un altro giro in cerca di qualcuno capace di gratuità, riuscirà a trovare un nuovo Giobbe sulla nostra terra del merito, dell’utile e dell’incentivo?

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(7) In viaggio “sul confine e oltre”: “onnipotente è la moneta”

20 Marzo 2017 Nessun commento

Come ormai ci ha abituato con gli articoli precedenti, Luigino Bruni (1) nel capitolo settimo del viaggio sul confine ed oltre ci parla del denaro non da un punto di vista meramente economicistico.

Onnipotente è la moneta e, soprattutto, non contamina anche se, diversamente da quanto asserisce il famoso detto, puzza perché è sterco del demonio. Del resto, annoto io a margine, uno dei trucchi più famosi del demonio consiste nel far credere bello ogni suo agire e, quindi, anche il suo sterco può apparire gradevole, utile e… profumato.

Nella distinzione tra sacro e profano, tra puro ed impuro, la moneta è quasi neutra, anche se ha creato la nuova casta degli impuri: i poveri che non la posseggono. A suo tempo divenne anche strumento, davvero onnipotente, per comprare il paradiso o, almeno, una riduzione del purgatorio. E non va dimenticato, penso io in margine all’articolo del Prof. Bruni, che il purgatorio ha avuto nel denaro e nel prestito ad interesse, non necessariamente usura (2), la sua principale ragion d’essere.

Oggi assistiamo al trionfo onnipotente della moneta elettronica, che annulla la concretezza materiale del denaro: nessuno tocca più le monete, ma tutti quelli che ne hanno accesso possono o credono di poter acquistare tutto. Un tempo, dico io, la moneta circolante corrispondeva al valore della ricchezza di una nazione, oggi corrisponde solo alla “fantasia” dei sacerdoti del dio-denaro, appunto.

Conclude l’autore, ed io sottoscrivo: “Non si paga più un povero perché preghi per noi o vada al nostro posto alle crociate o a Santiago di Compostela, ma perché ci venda un rene, ci generi un bambino, o ci aiuti a morire. La moneta continua a voler comprare il paradiso. E noi glielo consentiamo, anche perché ci siamo dimenticati di come era quello vero”.

(1) Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

(2) mi sono espresso sull’etimologia della parola usura nell’articolo: De feneratione, opera poco nota di Seneca.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo “Onnipotente è la moneta” di Luigino Bruni pubblicato il 5 marzo 2017 sul quotidiano Avvenire.

 

In un mondo dove con la moneta si compra tutto, la moneta diventa tutto
Giacomo Becattini, Conversazione privata

Fin dall’aurora delle civiltà, il denaro ha avuto la tendenza invincibile a entrare nel territorio del sacro. I custodi del sacro hanno cercato di contenere il denaro dentro i suoi argini, ma in alcuni momenti della storia la moneta e il sacro sono diventati alleati, e hanno dato vita a culti idolatrici e a molte varianti di “mercati delle indulgenze”. Nel nostro tempo l’esondazione della moneta ha generato un culto economico molto più radicale e pervasivo di quello delle età precedenti. Ma questa nuova patologia religiosa non sta generando anticorpi e riformatori capaci di capire la gravità di questo nuovo mercato globale, e reagire con efficacia. La distinzione-separazione tra sacro e profano è un asse fondamentale delle religioni e delle culture, anche se le esperienze che i popoli hanno fatto e fanno del sacro e del profano sono molto diverse tra di loro, e occupano l’intero spettro che va dal sacro che attrae e seduce fino al sacro che terrorizza perché tremendo. L’umanesimo biblico conosce questa stessa separazione, ma è anche attraversato da un grande e continuo tentativo di spezzare la soglia che separa sacro e profano, città e tempio. La sua anima profetica e sapienziale è stata, infatti, una lunga e tenace pedagogia per insegnarci che il “luogo di Dio” non era né la tenda né il tempio, ma la terra. Tutto il mondo è sacro perché creazione, e quindi tutto il mondo è profano, perché Elohim è presente sulla terra senza diventare la terra né le sue cose. Per questo, al culmine della rivelazione biblica, leggiamo che nella nuova Gerusalemme «non vidi in essa più alcun tempio» (Apocalisse 2,22-27).

La separazione sacro-profano era (ed è) soprattutto un sistema di controllo sociale, di creazione e di rafforzamento delle gerarchie e delle caste. La prima e originaria distinzione sacro-profano generava, infatti, l’altra separazione altrettanto radicale puro-impuro. Gli impuri non avevano accesso al sacro, il luogo della purità, che era tale se e in quanto non-contaminato dall’impurità. Nel mondo delle religioni è stato sempre difficile aiutare e riscattare veramente i poveri perché, essendo in genere impuri, non potevano essere toccati dai puri. Anche lo sviluppo dell’economia e quindi della moneta è profondamente legato a questa radicale distinzione del e nel mondo. Al centro delle economie monetarie troviamo, però, un elemento che nel tempo si è rilevato decisivo per le sorti dell’Europa, del mondo, del capitalismo: la moneta è esente dalle leggi della purità/impurità. Diversamente da oggetti, animali, persone, materiali organici, la moneta non diventa impura quando viene toccata da persone o cose impure – sono rare le esperienze di lebbrosari e di villaggi di lebbrosi nei quali circolava soltanto una moneta speciale che non poteva uscire al di fuori di quei confini rigidamente disegnati e gestiti dai “puri”.

Questa speciale immunità del denaro è tanto significativa quanto poco esplorata. A differenza di tutte le altre cose che diventano impure se toccate da un essere o da un oggetto impuro, la moneta a contatto con l’impurità non diventa impura. Il primo “strumento” che i cambiavalute medioevali utilizzavano per testare la non falsità delle monete erano i denti: venivano morse negli angoli, e la prima abilità di quei proto-banchieri iniziava dalla sensibilità dentale. Una moneta talmente pura da poterla introdurre in bocca. Pecunia non olet (la moneta non puzza), esprime anche questa antica immunità e non-contaminazione del denaro, che ritroviamo in varie forme in tutte le civiltà. Al tempo stesso, però, anche per l’influenza decisiva del cristianesimo, nel Medioevo il denaro era anche “lo sterco del demonio”, che in quanto tale puzza, eccome. Puzza, ma il suo contatto non contamina. È l’unico sterco che non rende impuri. Non stupisce, allora, che nell’Europa cristiana fossero soprattutto gli ebrei, confinati nei loro ghetti, a gestire il denaro, e che nell’India tradizionale fossero prevalentemente i paria a svolgere le funzioni bancarie. Gli scartati, perché considerati portatori di una qualche impurità, che toccando le monete le trasformano nell’unica “cosa” che può circolare tra tutti senza contaminare nessuno – due “negativi” moltiplicati tra di loro che diventano magicamente un “positivo”.

Questa speciale protezione dall’impurità ha così consentito alle monete di essere scambiate ovunque e con chiunque: tra cristiani, ebrei, musulmani, fedeli e infedeli, persino con popoli che quelle religioni consideravano idolatri. Non avremmo avuto lo sviluppo dei commerci nel Medioevo e poi la nascita del capitalismo globale senza questo statuto speciale di immunità e di esenzione del denaro. Questo lasciapassare speciale di cui godevano le monete, valeva anche per entrare nel regno dei morti. È antichissima e diffusa la tradizione di mettere monete sul corpo, sugli occhi, sulla bocca dei defunti. I sacerdoti egizi si rifiutavano di trasportare lungo il Nilo i morti che non avevano saldato i debiti prima di morire. E così, per estensione, si mettevano monete nelle tombe per il pagamento del pedaggio a Caronte, o per saldare ipotetiche colpe-debiti non ancora pagati all’arrivo nel regno dei morti. In questa creativa “partita doppia” tra cielo e terra, la moneta diventava il mezzo per cancellare nell’aldilà colpe maturate nell’al di qua. È molto emblematico questo pagamento dell’obolo per l’attraversamento dell’ultima soglia.

La moneta che diventa l’oggetto sulla terra più simile agli dèi e l’oggetto più profano, la cosa che puzza di meno e quella che puzza di più, ma non sottoposto alle prime leggi religiose dell’impurità, che quindi può essere toccata da tutti senza nessuna conseguenza. Così, quando sulla fine del Medioevo a qualche possessore di moneta venne in mente di usare il denaro per pagare qualcun altro per adempiere una propria promessa o un voto (crociate, pellegrinaggi), di pagare poveri perché pregassero e facessero penitenze per loro conto, o addirittura di comprare con il denaro anche lo sconto di anni di purgatorio o un pezzo di paradiso, non si fece nulla di veramente innovativo perché le monete avevano sempre avuto anche una natura e un potere sovrannaturali. Nel mondo biblico e nei Vangeli la moneta “impura” occupa un ruolo importante. Ma l’impurità delle monete era legata alla presenza su di esse di immagini di re, animali o in ogni caso idolatriche. Anche se non senza fatica e disagio, gli ebrei però maneggiavano e toccano le monete che apparivano loro impure. C’era un solo luogo nel quale quelle monete non potevano entrare: il tempio. Al suo interno erano ammesse solo monete senza immagini idolatriche, e quelle monete pure erano il linguaggio con cui comunicare con YHWH attraverso i sacrifici e le offerte. Il “disincanto del mondo” e la desacralizzazione della terra sono il risultato anche, e in certo senso soprattutto, del lasciapassare che la moneta ha ottenuto in tutte le soglie visibili e invisibili.

Se poi guardiamo bene, scopriamo altri aspetti interessanti nascosti sotto l’immunità della moneta. L’esenzione della moneta dalle regole di purità/impurità non ha né eliminato né ridotto i sistemi castali nel mondo, ma li ha rafforzati, ne ha creati di nuovi, li ha esasperati. Innanzitutto, anche nel rapporto con la moneta gli impuri sono sempre esistiti e continuano a esistere. Erano e sono coloro che non sono nelle condizioni di possedere la moneta, coloro che non la toccano. Per un altro paradosso dell’economia, l’impurità delle società monetarie nasce da un non-contatto: è impuro chi non può toccare la moneta. Impuro perché povero, escluso, scartato dai paradisi dei ricchi e dei capienti, dal club del mercato. Ieri e oggi. Ma c’è ancora qualcosa di più radicale e quindi poco visibile a occhio nudo. Nell’antichità, la moneta che passava tra le varie classi sociali e le oltrepassava, consentiva che i ricchi e i bramini potessero utilizzare i servizi dei lavoratori manuali e dei poveri senza doverli “toccare”, senza il bisogno di entrare in un rapporto personale con essi. Pagando qualcosa, in genere molto poco, i detentori del potere dato dalla moneta riuscivano e riescono a usufruire di braccia e di mani senza toccarle. Con lo sviluppo dell’economia di mercato e poi del capitalismo finanziario, la moneta è così diventata il grande mediatore del nostro tempo, lo strumento che ci consente di vivere vicini senza toccarci per non contaminarci, per non farci ferire dalla diversità. Con la smaterializzazione del denaro che, grazie alla tecnica, sta conoscendo la nostra epoca, si è amplificata la natura “spirituale” del denaro, che, come gli dèi più evoluti, non si vede ma opera, agisce, salva, condanna. La moneta elettronica invisibile media sempre più i nostri rapporti reciprocamente immuni, con la novità che non è più necessario toccare neanche la moneta, divenuta magicamente un “mediatore nulla”. Non vediamo più i paria che toccando la moneta la purificano con la loro impurità, ma nel sottosuolo del nostro capitalismo tanti continuano a lavare denaro sporco: nuovi fuoricasta, la stessa antica funzione.

C’è, infine, un’ulteriore, decisiva, novità della nostra civiltà della moneta invisibile e onnipotente se confrontata con quelle passate. Fino a tempi recenti, le cose acquistabili con la moneta erano tutto sommato poche e quasi mai decisive. Con essa non si potevano acquistare i beni più importanti della vita, ma solo una piccola parte di salute, una piccola parte di stima, una parte (meno piccola) di comfort e di cura. Per millenni le monete compravano poco, certamente non tutto, e soprattutto erano poche e per pochi. La natura sacrale e misterica della moneta dipendeva anche dalla sua scarsità e quindi dall’ignoranza e incompetenza che sperimentava la grande maggioranza delle persone che entravano in contatto con essa – simili a quelle che oggi sperimenta la stragrande maggioranza delle persone nei confronti della nuova finanza. Oggi con la moneta invece si compra molto, si vorrebbe comprare quasi tutto, ci stanno convincendo che si possa e si debba comprare tutto: dalla salute alla giovinezza, dalla giustizia alla bellezza. Ecco allora ritornare un nuovo e globale “mercato delle indulgenze”, dove con il denaro si promettono e si comprano paradiso e purgatorio, dove i ricchi dai poveri comprano tempo, servizi, cura, vita. Non si paga più un povero perché preghi per noi o vada al nostro posto alle crociate o a Santiago di Compostela, ma perché ci venda un rene, ci generi un bambino, o ci aiuti a morire. La moneta continua a voler comprare il paradiso. E noi glielo consentiamo, anche perché ci siamo dimenticati di come era quello vero.

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(6) In viaggio “sul confine e oltre”: “gli dèi facili del mercato”

17 Marzo 2017 Nessun commento

Viaggiando con la guida di Luigino Bruni (1) incontriamo, nell’articolo che segue, “gli dèi facili del mercato”.

L’ Autore riconosce nella reciprocità la regola fondamentale della vita sociale e comunitaria. Tuttavia afferma che in alcuni ambiti, in particolare nella spiritualità, questa regola non può sussistere. Invece “il nostro tempo conosce una grande offerta di spiritualità a ‘buon mercato’, anche nel mondo delle grandi imprese” (citazione dall’articolo seguente). L’ impresa riconosce il bisogno di spiritualità dei dipendenti, che in gran parte ignorano o hanno messo da parte la spiritualità autentica, e quindi offre loro una spiritualità facile per aver in cambio un risultato migliore nella produttività e quindi nel profitto.  Ma la spiritualità autentica non è un bene di consumo e non offre comfort.

Anche il cristianesimo con la sua teologia dell’espiazione non si è liberato completamente da una teologia-ideologia economico-retributiva che obnubila l’Evangelo di Cristo. L’ influenza del nuovo mercato della spiritualità gioca il suo ruolo anche in campo ecclesiale dove trovano spazio le liturgie emozionali che “coinvolgono le persone attivando soprattutto la loro dimensione sentimentale ed emotiva” (citazione dall’articolo seguente). L’Autore ricorda che anche i culti degli idoli sono da sempre esperienze sensoriali globali, mentre il cristianesimo, dico io, non può essere una religione del tempio.

Occorre, dunque, vincere “l’eterna tentazione del consumismo idolatrico”, e questo è possibile “quando non si trattengono le persone dentro le liturgie, quando dalla ‘spiritualità-consumo’ si passa alla ‘spiritualità-produzione’, alla moltiplicazione della comunione al di fuori del tempio, non sotterrando il talento nelle cripte delle chiese” (citazione dall’articolo seguente).

L’ Autore conclude, con la mia ampia condivisone: “La fede di solo consumo non ci aiuta a camminare nella vita fuori dal tempio. E muore la bella laicità della strada” (citazione dall’articolo seguente).

(1) Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo “Gli dèi facili del mercato” di Luigino Bruni pubblicato il 26 febbraio 2017 sul quotidiano Avvenire.

Le mie parole sono troppo difficili per te, per questo ti suonano troppo facili
Yehudah ha-Levi, Kuzari

 

La legge aurea del mutuo vantaggio è alla base di molta vita buona degli esseri umani. Il mercato è una rete di scambi di interessi reciproci, ma anche le associazioni e persino le comunità e le famiglie possono essere descritte come un intreccio di relazioni mutuamente vantaggiose. Nei processi educativi, nelle azioni tese alla riduzione delle vulnerabilità economiche e sociali, se ci muoviamo dentro il registro del mutuo vantaggio abbiamo più speranze di dar vita a pratiche rispettose della dignità della persona, più responsabili, meno paternalistiche. Per questa ragione, sono sempre stati molti i sapienti di ogni tempo ad aver individuato nella reciprocità (non nell’altruismo né nell’interesse individuale) la prima regola della vita comunitaria e sociale. Ci sono però dei luoghi del vivere dove cercare il mutuo vantaggio non è bene, perché soddisfare i reciproci interessi porta solo e semplicemente allo snaturamento e alla degenerazione di quei rapporti. Uno di questi ambiti è quello della spiritualità.

Il nostro tempo conosce una grande offerta di spiritualità a “buon mercato”, anche nel mondo delle grandi imprese. Il capitalismo di ultima generazione, intuendo che i lavoratori sono esseri spirituali e simbolici, cerca di offrire un po’ di spiritualità anche nel posto del lavoro. Per un mutuo vantaggio: più felici i lavoratori, più produttivi i team di lavoro, più profitti per le imprese. Ma siccome la spiritualità vera e seria è difficile da “offrire” e da “domandare”, tanto più in una cultura come la nostra che ha perso contatto con le fedi e con la pietà popolare – e la stessa parola “spiritualità” è diventata ambigua. Capire e apprezzare oggi una preghiera o un salmo è difficile almeno quanto capire e apprezzare le sinfonie di Mahler o di Respighi. Siamo dentro un immenso processo di analfabetismo spirituale di ritorno. Abbiamo perso capacità di vita interiore, di pace dell’anima e di silenzio del cuore. Abbiamo accelerato lo scorrere del tempo, e poi lo abbiamo riempito in ogni sua frazione. E quando proviamo a prendere in mano libri come la Bibbia, un testo di poesie e di vera spiritualità, ci appaiono difficili, lontani, troppo lontani, muti. Non ci parlano, non li capiamo, non li amiamo, non ci amano.

La spiritualità autentica non è un bene di consumo, non aumenta il nostro comfort. Non è equivalente a un massaggio o a una doccia emozionale nella Spa degli hotel dove si svolge la convention aziendale. Nel benedetto giorno in cui incontriamo una spiritualità vera e ci sentiamo chiamati dentro a iniziare un nuovo cammino meraviglioso, comincia una vera liberazione. Entriamo in crisi, siamo ribaltati dentro, spesso all’inizio perdiamo produttività, non aumentiamo efficienza, perché per molto tempo, a volte per anni, siamo troppo distratti da “cose” che le imprese non vogliono. E così, in cerca del mutuo vantaggio, il mercato abbassa i prezzi e offre imitazioni della spiritualità, facili e innocue, che ci intrattengono, ci attivano le emozioni più semplici che quando si placano ci lasciano come ci avevano trovati. Quelle emozioni che non ci chiedono nessuna conversione, e che ci confermano, quieti, in quanto facevamo ed eravamo già. Invece delle “sinfonie” ci offrono canzonette orecchiabili che riprendono strutture melodiche e armoniche delle opere vere, magari cantate qualche volta da star dell’Opera. E siamo tutti felici: le imprese, i lavoratori, i cantanti. Soffrono solo Mahler e Respighi, e chi li ama e li stima. Meglio Paulo Coelho di Isaia, il Vangelo di Tommaso di quello di Marco.

È questo un tipico caso in cui non è vera la regola del “meglio poco che niente”, perché quel “poco”, non essendo una porzione o un assaggio dello stesso bene, ma una merce di un’altra natura, (quasi) sempre la canzonetta spegne il desiderio delle sinfonie. Questo riduzionismo della fede e della spiritualità a bene di comfort sta influenzando decisamente anche quel poco che resta della vita religiosa e spirituale delle chiese, delle parrocchie e delle comunità religiose, nuove e antiche. È questo un altro dei molti paradossi del nostro tempo confuso, un altro eloquente segno della natura religiosa-idolatrica del capitalismo. La spiritualità ridotta a bene di consumo, considerare il fedele come un cliente portatore di gusti da soddisfare al meglio, offerte religiose tese a rispondere alla domanda di consumo spirituale, stanno infatti sempre più caratterizzando il nuovo panorama religioso.

Nel corso dalla sua lunga storia, l’umanesimo ebraico-cristiano è stato più volte profondamente influenzato anche dalla logica del mercato. La Bibbia abbonda di episodi, di racconti, di parole presi in prestito dal lessico e dalla mentalità dell’economia del tempo. Non capiamo l’Alleanza senza conoscere i trattati commerciali del tempo, né la Legge (Torah), né gli amici di Giobbe. E senza considerare l’economia non comprendiamo molte parole del Nuovo Testamento e neanche il Medioevo cristiano. Commercio ed economia hanno sempre offerto categorie e parole per interpretare e raccontare le vicende religiose. Ma – e qui sta il punto – quelle economiche e commerciali sono sempre state categorie e parole che hanno sistematicamente condotto le fedi su strade sbagliate, più facili, ma cattive. I profeti, alcuni libri sapienziali, hanno cercato di raddrizzare quelle strade storte, mostrando un altro Dio e un altro uomo liberati dalla logica commerciale e dalla religione retributiva. Nel cristianesimo non ci siamo ancora liberati del tutto della “teologia dell’espiazione”, che ci ha fatto leggere per molti secoli l’incarnazione e la morte di Gesù come il pagamento di un “prezzo” a un Dio-Padre detentore di un credito infinito verso l’umanità per i nostri infiniti peccati e debiti, che poteva essere ripagato-appagato solo dal sacrificio del suo Figlio unigenito. Una teologia-ideologia economico-retributiva che ci ha allontanato molto dalla Bibbia, ci ha velato le pagine più belle dei Vangeli, di san Paolo, e ha deformato l’idea di Dio e degli uomini. Le metafore e i linguaggi non sono mai strumenti neutrali: le parole creano, tutte, anche quelle sbagliate.

Oggi stiamo vivendo un’altra stagione di profonda influenza dell’economia sulla fede e sulla spiritualità, la più grande e potente di tutte quelle che abbiamo conosciuto lungo la storia. Il mercato sta cambiando progressivamente quella cultura religiosa che prima aveva combattuto e ridotto a merce, e sta creando nuove “teologie dell’espiazione e dei debiti”, più potenti delle antiche, per la inedita potenza di questo nostro mercato. Il fenomeno è molto vasto. In superficie si manifesta nell’ingresso dentro parrocchie e movimenti del linguaggio e delle categorie aziendali e del management. Leadership, velocità, efficienza, e persino merito, sono parole che ormai costituiscono il vocabolario ordinario di molte comunità, movimenti, parrocchie, famiglie. Ma dobbiamo guardare oltre la superficie se vogliamo vedere le cose più interessanti. Pensiamo, per esempio, al crescente sviluppo di “liturgie emozionali”, dove si coinvolgono le persone attivando soprattutto la loro dimensione sentimentale ed emotiva. La gente arriva in Chiesa o nei gruppi influenzata da una cultura centrata sul consumo che attiva sempre più le emozioni e, in linea con la cultura edonista di questo capitalismo, incoraggia la ricerca del piacere. E così chiede, più o meno consapevolmente, che anche le liturgie le pratiche religiose soddisfino i bisogni emotivi. Se i responsabili di comunità e movimenti cedono alla logica economica del “mutuo vantaggio”, abbassano i prezzi, e soddisfano le preferenze dei consumatori-fedeli che diventano presto fedeli-consumatori.

È difficile cogliere questa deriva consumistica della fede, perché la liturgia e l’esperienza delle fedi sono sempre state eventi globali, che hanno coinvolto la persona intera, incluse le loro emozioni. Tutti i sensi sono attivati nelle esperienze spirituali: gli occhi che guardano la bellezza dell’architettura, delle vetrate e degli affreschi, le mani che stringono altre mani, l’orecchio che ascolta la musica… Ma anche i culti idolatrici e totemici erano e sono esperienze sensoriali globali, che la Bibbia e i cristiani hanno duramente combattuto. Non avremmo avuto duemila anni di civiltà cristiane se nei primi tempi avessero prevalso le dimensioni emotive e di consumo nelle liturgie. Quella Rilevazione sarebbe stata riassorbita dai culti naturali circostanti. Perché, come ci ricorderà sempre la grande tradizione sapienziale, la strada che conduce ai templi è piena di tranelli e di alcune trappole mortali. Esiste allora un “punto critico” sull’asse del consumo emotivo che non occorre superare. Senza il coinvolgimento dell’emotività, la spiritualità non diventa carne e non salva; ma se la dimensione emozionale e di consumo diventa l’unico o solo il principale registro della fede, è fin troppo probabile perdere contatto con il mondo biblico e ritrovarsi, senza né volerlo né saperlo, in un banchetto idolatrico, dove le prime vittime sacrificali siamo noi. Le comunità cristiane hanno dovuto lottare non poco per far sì che le loro cene non fossero quelle tanto comuni nei riti dei popoli del mediterraneo, per dire che l’eucarestia era tutto e solo gratuità e comunione donata, ricevuta, ridonata, rendimento di grazie. E per questo chiamavano quella cena col nome più bello: agape, lo stesso nome del loro Dio diverso.

Si vince l’eterna tentazione del consumismo idolatrico quando non si trattengono le persone dentro le liturgie, quando dalla “spiritualità-consumo” si passa alla “spiritualità-produzione”, alla moltiplicazione della comunione al di fuori del tempio, non sotterrando il talento nelle cripte delle chiese. E invece l’enfasi sulla fede emotiva blocca le persone nelle case e nelle chiese, le ancora ai divani e alle panche, non le fa uscire per liberare qualcuno, almeno uno, almeno se stessi. L’enfasi sul consumo individuale e collettivo di beni religiosi trasforma inevitabilmente le comunità in club, ci allontana dalla storia, dall’incarnazione, dalle periferie, dai poveri. E quando finisce la liturgia emozionale, di quel cibo non resta nulla. L’autentica vita spirituale non è un’aspirina, ma una sostanza a lento assorbimento, che porta frutto a tempo opportuno, quando ci ritroviamo dentro qualcosa e Qualcuno che era cresciuto in silenzio nel nostro campo, mentre noi ci occupavamo di altro, degli altri. La fede di solo consumo non ci aiuta a camminare nella vita fuori dal tempio. E muore la bella laicità della strada.

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(5) In viaggio “sul confine e oltre”: “La salvezza non è un’impresa”

15 Marzo 2017 Nessun commento

Continua il nostro viaggio con la guida di Luigino Bruni (1) per analizzare il nuovo capitalismo.

Come si è visto nei capitoli precedenti, l’Autore scava nel profondo del sistema economico dominante evitando di fare un esame meramente economicistico.

In questo capitolo, intitolato “La salvezza non è un’impresa”, scrive: la prima grande operazione del capitalismo di ultima generazione è stata la riduzione delle religioni e della spiritualità a merci. La seconda recentissima operazione è un autentico capolavoro: trasformare le grandi imprese nei primi consumatori di queste “merci spirituali” (citazione dall’articolo seguente).

Proseguendo nella sua analisi l’Autore avverte che il progetto fondamentale della “nuova” impresa capitalista è proprio la creazione di un leader che sia anche profeta; un leader, insomma, che sia capace di entusiasmare i servi (dico io) nell’adorare l’idolo di impresa, senza costrizione né controllo dall’alto: per interiorizzazione del verbo profetico. Infatti questo profeta è qualcuno seguito liberamente e con gioia per la forza del suo carisma, per la sua autorevolezza, per il suo fascino spirituale. Qualcuno che ha la capacità di convertire interiormente i suoi seguaci senza bisogno di nessun comando né controllo, perché i lavoratori interiorizzano la sua parola, diventando perfettamente autonomi e legge a se stessi (citazione dall’articolo seguente)L’Autore ritiene che questo fenomeno sia sottovalutato anche da buona parte del mondo ecclesiale.

I promotori di questo progetto, ovviamente, hanno un’idea di profeta che si discosta completamente dalla cultura biblica, dove il profeta, che è sempre chiamato all’opera da Dio, prima di accogliere la missione è sempre terrorizzato e tenta sempre di resistere alla chiamata stessa, non ritenendo se stesso in grado di svolgere il compito assegnato. La sapienza biblica ci insegna a diffidare di chi vuol farsi profeta.

Concordo in particolare con l’Autore quando afferma che queste pagliacciate (il termine è mio) sarebbero state combattute e ridicolizzate quando esisteva una tradizione sindacale viva e attenta.

Dobbiamo chiedere alle imprese non la spiritualità, ma molta più laicità. L’impresa, se veramente cerca il bene dei dipendenti, deve consentire loro di avere tempo sufficiente per coltivare gli interessi familiari e personali, senza cercare il monopolio delle vite e delle anime.

Conclude l’Autore: “se oggi sottovalutiamo il movimento di spiritualità aziendale, non lo critichiamo e lo incoraggiamo, forse domani per trovare una Messa in città dovremo chiedere di essere ospitati da un’impresa. Sarà una messa laica e spiritualissima, ci verrà offerta gratuitamente. E noi ringrazieremo” (citazione dall’articolo seguente).

Personalmente sono meno ottimista: i sacerdoti del dio-denaro ci farebbero pagare anche la messa laica e spiritualissima, facendoci credere che è giusto e dovuto.

(1) Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo di Luigino Bruni pubblicato il 19 febbraio 2017 sul quotidiano Avvenire.

La spiritualità al lavoro sembra essere un nuovo e significativo paradigma manageriale che i dirigenti aziendali potranno sfruttare al fine di migliorare le proprie organizzazioni aumentando, fra gli altri, i livelli di impegno organizzativo, soddisfazione e performance dei propri dipendenti

Sofia Lupi, La spiritualità nelle organizzazioni

 

Nel “mercato della spiritualità” sta rivivendo l’antica Legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia la moneta buona. Questa legge scattava ogni volta che nelle piazze giravano due tipi di moneta: quella buona e quella falsa non facilmente riconoscibile come tale. La moneta cattiva infestava le piazze, e nel giro di poco tempo quella buona scompariva dalla circolazione. Il culto capitalistico-meritocratico, più “leggero” e di veloce circolazione, sta spiazzando le fedi genuine tradizionali, spacciando i suoi culti totemici per grandi innovazioni, che poi rischiano di infettare anche ciò che resta delle antiche fedi, affascinate e sedotte a loro volta dal nuovo culto. La prima grande operazione del capitalismo di ultima generazione è stata la riduzione delle religioni e della spiritualità a merci. La seconda recentissima operazione è un autentico capolavoro: trasformare le grandi imprese nei primi consumatori di queste “merci spirituali”.
Pensiamo ai riti aziendali, la nuova moda nelle grandi imprese, dove ritroviamo sempre più forme liturgiche e rituali tipici delle antiche idolatrie. Gruppi di lavoro abbandonati per alcuni giorni nelle foreste e nei deserti, per iniziazioni collettive e “team building”; giochi di ruolo sempre più bizzarri per aumentare lo “spirito” di squadra; sessioni di “escape room”, dove le persone vengono richiuse per un certo tempo a risolvere enigmi, per poi riuscire a fuggire nel tempo stabilito. Veri e propri riti sociali stanno sostituendo gli ormai arcaici esercizi di “fiducia”, dove qualcuno si lasciava cadere indietro mostrando così fiducia nei confronti degli altri membri del gruppo.
Quando, alcuni anni fa, questi giochi per adulti furono introdotti in alcune aziende innovative, le prendevamo tutti un po’ come momenti di ricreazione, e ci divertivamo pure. A un certo punto, però, il gioco è scappato di mano, abbiamo smesso di ridere, ci hanno convinto che era tutto una cosa seria, serissima. E ci abbiamo creduto. Anche le tradizionali convention, dove tutti i dipendenti indossavano la divisa (o magliettina) aziendale, dove si intonavano i tristi inni dell’impresa, sono oggi sostituiti da liturgie più sofisticate. Tra queste il “teatro aziendale”, dove durante le feste i dipendenti rappresentano delle pièce, scritte o riviste dai consulenti, per sublimare i conflitti e le frustrazioni del lavoro. O i cosiddetti “road show”, dove il top management si reca in visita nei reparti e nelle filiali, per incontrare direttamente i lavoratori nel loro ambiente. Vere e proprie visite pastorali, che si alternano a quelle ad limina.

Non stupisce, allora, che una ultima frontiera delle grandi imprese sia la spiritualità nel management, che sta conoscendo un vero e proprio boom. Si moltiplicano convegni, corsi, libri su temi molto affascinanti: “amore e perdono nel management”, “come formare leader spirituali”, “interiorità e leadership”, e molto altro. E così si invitano in azienda guru di ogni “religione” antica e nuova, purché riescano ad aumentare il “capitale spirituale” delle imprese, a coltivare il karma aziendale. Nelle imprese iniziano a fare la loro comparsa le “meditation room” dove poter trascorrere alcuni minuti (ben contingentati) per recuperare energia spirituale. O a essere prodotte sono vere e proprie liturgie e preghiere aziendali, con cui iniziare le riunioni di lavoro o i “ritiri spirituali” aziendali. Questi riti e liturgie “laiche” sono ben conosciuti da tempo nel mondo dell’economia. Ma fino a poco fa erano segreti, solo per alcuni, e fortemente osteggiati dalle Chiese e dal mondo del lavoro. Oggi sono pubblici, popolari, lodati da (quasi) tutti. Un ambito dove questa ondata di spiritualità è particolarmente evidente e pericolosa è il variegato mondo della leadership. Leader e leadership, declinati con aggettivi sempre più creativi, stanno diventando le prime parole d’ordine di questa nuova religione, che si sposa perfettamente con l’ideologia meritocratica. Parole come responsabili, dirigenti, capiufficio, sono ormai diventate vecchie e superate, legate a un capitalismo troppo banale.

Ecco allora che emergono questi nuovi termini, pronunciati sempre nella lingua sacra inglese: i leader. Questi, diversamente dai vecchi dirigenti, devono avere carisma, fascino, attrattività. Nelle nuove imprese è indispensabile ottenere il consenso dell’anima e del cuore, non basta quello del contratto, e solo un leader può guadagnarsi questo tipo di adesione dello spirito. Per la stessa natura della leadership, non tutti possiamo essere leader. Ecco allora arrivare consulenti e professionisti che sanno riconoscere nei lavoratori i segnali di vocazione alla leadership. Li selezionano, li formano, li avviano alla loro missione, che nella sua essenza consiste nella capacità di manipolare il consenso delle persone da loro guidate, portandole a dare un assenso volontario alle proposte del leader. Lo scopo ultimo del leader è infatti l’adesione intenzionale e libera dei seguaci agli obiettivi del gruppo, che vengono interiorizzati e seguiti grazie all’abilità e al carisma del leader. È il superamento definitivo della gerarchia e della coercizione: il leader ha il dono di trasformare ordini esterni in ordini interiori, dove ogni seguace aderendo intimamente alle direttive del leader obbedisce solo a se stesso, realizzando così la più grande autonomia del lavoratore-seguace. Si realizza finalmente il sogno di un sistema di produzione “fraterno”, non più basato sul conflitto e sulla lotta, ma sul consenso libero e reciproco del cuore.

Se, allora, andiamo a guardare bene tra le righe della nuova teoria e prassi della leadership di ultima generazione scopriamo, e qualche volta leggiamo, che la figura del leader ideale è quella del profeta: cioè qualcuno seguito liberamente e con gioia per la forza del suo carisma, per la sua autorevolezza, per il suo fascino spirituale. Qualcuno che ha la capacità di convertire interiormente i suoi seguaci senza bisogno di nessun comando né controllo, perché i lavoratori interiorizzano la sua parola, diventando perfettamente autonomi e legge a se stessi. E soprattutto felici di seguirlo. La leadership di ultima generazione si presenta allora come leadership spirituale, dando vita a una nuova forma di meritocrazia: la «meritocrazia spirituale» (Shawn van Valkenburgh). Questo new age aziendale del terzo millennio, mettendo insieme meritocrazia e spiritualità, sta implementando perfettamente quella religione retributivo-economica contro la quale avevano lottato con tutte le loro forze Giobbe, i profeti e poi il cristianesimo. E ciò che è sconvolgente, è che tutto sta avvenendo non solo nel silenzio del mondo amico del lavoro vero e della gente ma anche di buona parte del mondo ecclesiale e in generale delle religioni “vere”. Tra i guru invitati a parlare di spiritualità ai manager troviamo sempre più monaci e sacerdoti, e stanno crescendo i corsi di leadership per parroci e “leader” di comunità religiose, organizzati e venduti, ovviamente, dalle stesse società di consulenza e business school.

Purtroppo i promotori e divulgatori di queste quasi-teorie, non sanno che i profeti biblici e i fondatori di autentici movimenti carismatici non si sono mai considerati dei leader. I principali profeti della Bibbia (da Mosè a Geremia), quando ricevono la chiamata di Dio oppongono resistenza, proprio perché non si sentono dei leader, né, tantomeno, vogliono diventarlo. Il solo pensiero di essere dei leader li terrorizzava. Dove invece si radunavano spontaneamente molti uomini che bramavano di diventare leader erano le scuole profetiche, che sfornavano moltitudini di “profeti per mestiere” e, soprattutto, molti falsi profeti e ciarlatani. La prima legge che la grande sapienza biblica ci ha lasciato recita: “diffidate da chi si candita a diventare profeta, perché è quasi sempre un falso profeta”, un imbroglione, o, diremmo oggi, semplicemente un narcisista. La storia e la vita vera ci dicono che si diventa “leader” non volendolo diventare. Ma soprattutto ci dicono che quando le comunità si sono messe a disegnare a tavolino classi di leader hanno finito nella migliore delle ipotesi con un buco nell’acqua, e nella peggiore formando dei mostri, anche quando mosse da ottime intenzioni. Soltanto un paio di decenni fa, quando erano ancora vive e attente la tradizione sindacale e la cultura del lavoro vero, questi fenomeni sarebbero stati denunciati come abusi della peggiore fatta, combattuti e, soprattutto, ridicolizzati e sbeffeggiati, si sarebbe sommersa con sdegno e risate questa nuova sotto-cultura. Oggi invece, nella crisi spirituale ed etica nella quale siamo sprofondati, queste manipolazioni si presentano come innovazione, umanesimo, governance partecipativa, modernità, e sono accolte con entusiasmo.

Oggi alle imprese dobbiamo chiedere più laicità, molta più laicità. Che facciano il loro mestiere, e ridimensionino le loro mire imperialiste nel mondo e nell’anima. Dalle imprese non vogliamo né profeti né salvezza, ma che ci lascino più spazi liberi, un pezzo di terra libera dove possiamo coltivare le piante e i fiori che ci piacciono. Le imprese possono fare molte cose buone, ma non tutte. Le aziende che vogliono sinceramente aumentare il benessere dei lavoratori (e ce ne sono), quelle che hanno capito che la coltivazione della vita spirituale li fa vivere meglio, lascino loro un tempo adeguato per coltivare queste dimensioni essenziali della vita ma al di fuori del posto di lavoro. Con la loro famiglia, con i loro amici, con le loro comunità. Non cerchino il monopolio delle vite e delle anime. La spiritualità che fa bene e che fa vivere richiede più aria di quella possibile dentro gli uffici, più cielo di quello che si vede dalle finestre delle imprese, più luce di quella delle lampade led. E soprattutto ha bisogno di due parole che poi sono una: libertà e gratuità. Arte, fede, preghiere sono tra le espressioni umane più belle e sublimi se e perché non sono finalizzate e nulla che non siano la bellezza, la fede, la preghiera. L’unico fine che possono avere è l’infinito. Quando, invece, cerchiamo di orientarle, di finalizzarle, di usarle, queste realtà meravigliose diventano delle caricature, dei giocattoli, qualche volta dei mostri. Dietro l’offerta e la domanda di spiritualità che sta emergendo dal capitalismo ci sono certamente anche buone intenzioni, mescolate con manipolazioni e molta ingenuità. Ma gli effetti più importanti nelle realtà sociali e organizzative sono quelli non intenzionali e di medio periodo. Se oggi sottovalutiamo il movimento di spiritualità aziendale, non lo critichiamo e lo incoraggiamo, forse domani per trovare una Messa in città dovremo chiedere di essere ospitati da un’impresa. Sarà una messa laica e spiritualissima, ci verrà offerta gratuitamente. E noi ringrazieremo.

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(4) In viaggio “sul confine e oltre”: “I tristi imperi del merito”

14 Marzo 2017 Nessun commento

Nella quarta tappa del viaggio sul confine e oltre Luigino Bruni (1) ci spiega questo nostro tempo di schiavitù e di lavori forzati al servizio del faraone (citazione dall’articolo seguente).

L’Autore afferma che: “il primo spirito del capitalismo fu generato dalla radicale critica di Lutero alla teologia di merito”. Martin Lutero riprende la battaglia antipelagiana di Sant’Agostino e riafferma, in contrasto con i mercati delle indulgenze, la salvezza per “sola gratia”. Questa posizione decisamente antimeritocratica non sminuisce il concetto evangelico dei talenti, che, però, sono riconosciuti come dono assolutamente gratuito di Dio.

La religione del nuovo capitalismo, invece, ripropone con forza la teologia meritocratica che è la causa del forte aumento delle diseguaglianze nel nostro mondo, perché “tutte le teologie meritocratiche, prima di essere una teoria del merito, sono una teoria e una prassi del demerito” (citazione dall’articolo seguente).

Anticipo dall’articolo che segue una parte dei paragrafi finali che condivido e sottoscrivo completamente: “Gli universi meritocratici sono abitati da pochissimi eletti e da una moltitudine di ‘dannati’ che sperano per tutta la vita in sconti di pena. Ieri, e oggi, quando il posto dei predicatori pelagiani lo hanno preso i nuovi evangelizzatori della meritocrazia nelle imprese e ormai ovunque, che nei loro templi stanno ricreando nuovi fiorentissimi ‘mercati delle indulgenze’, nei quali la moneta per comprare il paradiso, o almeno il purgatorio, non è più il denaro né i pellegrinaggi a Santiago, ma il sacrificio di interi brani della propria vita, carne e sangue.

L’autore è convinto che l’unico nemico della meritocrazia del nuovo capitalismo sia la gratuità. Da parte mia mi auguro che i sacerdoti del dio-denaro non sappiano ingannarci comprando anche la gratuità stessa.

(1)  Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo di Luigino Bruni pubblicato il 12 febbraio 2017 sul quotidiano Avvenire.

La sventura è di per sé inarticolata. Gli sventurati supplicano in silenzio che vengano loro fornite parole per esprimersi. Vi sono epoche in cui non sono esauditi. 
Simone Weil, La persona e il sacro

Il merito è il grande paradosso del culto economico del nostro tempo. Il primo spirito del capitalismo fu generato dalla radicale critica di Lutero alla teologia di merito, ma quella “pietra scartata” oggi è diventata la “testata d’angolo” della nuova religione capitalista, che sta nascendo dal cuore di Paesi edificati proprio su quell’antica etica protestante anti-meritocratica. La salvezza per sola gratia e non per i nostri meriti fu posta al centro della Riforma protestante. Fu anche una ripresa, dopo un millennio, della polemica di Agostino contro Pelagio (Lutero era stato monaco agostiniano). La critica anti-pelagiana era essenzialmente un superamento dell’antichissima idea che voleva che la salvezza dell’anima, la benedizione di Dio, il paradiso, potessero essere guadagnati, acquistati, comprati, meritati dalle nostre azioni. La teologia del merito voleva imprigionare anche Dio dentro la logica meritocratica, costringendolo a punire e premiare sulla base di criteri che i teologi gli attribuivano.

La lotta al pelagianesimo fu un’operazione tutt’altro che marginale. Fu decisiva per la Chiesa dei primi secoli (una lotta che in realtà, come possiamo vedere, non è stata mai vinta). Se, infatti, fosse stata la teologia pelagiana a prevalere, il cristianesimo si sarebbe aggiunto alle tante sette mediorientali apocalittiche e gnostiche, o trasformato in un’etica simile allo stoicismo. Avrebbe infatti perso la charis (la grazia, la gratuità), che rappresentava il suo segno specifico, e che lo distingueva nettamente dalle dottrine religiose e dalle idolatrie meritocratiche dominanti. L’origine della religione meritocratica è dunque molto antica, si perde nella storia delle religioni e dei culti idolatrici. Il messaggio di Cristo, in continuità con l’anima profetica della Bibbia, ha operato una vera e propria rivoluzione in un mondo teologico dominato da culti economico/retributivi e dal loro merito – basta rileggere i dialoghi di Giobbe con i suoi amici per averne una idea molto chiara. Anche se nei vangeli e nei testi neo-testamentari ritroviamo residui meritocratici, le parole e la vita di Gesù furono soprattutto una critica radicale alla fede meritocratica, proseguita e sviluppata dalla teologia di Paolo. Per capirlo è sufficiente prendere la parabola dell’operaio dell’ultima ora, dove la politica salariale del “padrone della vigna” segue un criterio radicalmente anti-meritocratico; oppure considerare la figura del “fratello maggiore” nel racconto del “figliol prodigo”, che rimprovera il padre misericordioso proprio perché non ha seguito il registro meritocratico nei confronti del fratello – la misericordia è l’opposto della meritocrazia: non siamo perdonati perché lo meritiamo, ma è proprio la condizione di demerito che commuove le viscere della misericordia. Per non parlare delle beatitudini, che sono un manifesto eterno di non-meritocrazia.

Nel suo Regno vige un’altra legge: «Siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni». La perfezione di questa etica sta nel superamento definitivo del registro del merito: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matteo, 5). Nonostante la chiarezza e la forza di questo messaggio, l’antica teologia economico-retributiva-meritocratica ha continuato ad influenzare l’umanesimo cristiano per tutto il Medioevo, e ben oltre. Le idee neo-pelagiane continuarono a informare la dottrina e soprattutto la prassi cristiane, fino alla vera malattia del “mercato delle indulgenze”, che si comprende solo all’interno di una deformazione in senso retributivo-meritocratica del messaggio cristiano. E come sempre accade in materia di religione, le conseguenze di queste idee teologiche furono (e sono) immediatamente sociali, economiche, politiche. Coloro considerati demeritevoli erano (e sono) condannati ed emarginati anche dagli uomini, e i meritevoli prima di guadagnarsi il paradiso nell’altra vita lo raggiungevano su questa terra, dove ai loro meriti erano associati molti privilegi, denaro, potere.

La storia dell’Europa cristiana è stata un lento processo per liberarsi da questa visione arcaica della fede, in un alternarsi di fasi storiche più agostiniane ad altre più pelagiane. Ma fino a tempi recenti non abbiamo mai pensato di costruire una società interamente né prevalentemente meritocratica. Esercito, sport, scienza, scuola, erano ambiti tendenzialmente meritocratici, ma altre decisive sfere della vita erano rette da logiche diverse e qualche volta opposte. Nelle chiese, nella famiglia, nella cura, nella società civile, il criterio base non era il merito ma il bisogno – altra grande parola oggi dimenticata e sostituita dai gusti dei consumatori. La scuola, ad esempio, è un luogo dove nessuno, o pochi, hanno messo in dubbio che l’impianto meritocratico dovesse essere quello prevalente nella formazione e valutazione dei bambini e dei giovani (anche se non l’unico).

Non pensiamo però che questa scelta, apparentemente non controversa, non abbia prodotto nei secoli conseguenze molto rilevanti. Sulla base dei meriti e dei voti scolastici abbiamo costruito tutto un sistema sociale ed economico gerarchico e castale, dove nei primi posti stavano coloro che rispondevano meglio a quei meriti, e negli ultimi quelli che a scuola ottenevano performance peggiori. E così medici, avvocati, professori universitari hanno avuto stipendi e condizioni sociali molto migliori degli operai e dei contadini; e oggi, in questa nuova ondata di meritocrazia pelagiana, i lavoratori che, giorno e notte, mantengono pulite strade e fogne, ricevono salari centinaia di volte inferiori a quelli dei manager delle imprese nelle quali lavorano. Quel merito scolastico, che sembrava così ovvio e pacifico, in realtà ha determinato privilegi e dignità molto diversi tra di loro, che hanno retto e continuano a reggere l’impianto e le diseguaglianze delle nostre società. Se oggi volessimo spezzare la spirale di ineguaglianza e di esclusione, dovremmo dar vita a politiche educative anti-meritocratiche, soprattutto nei Paesi più poveri – come fummo capaci di fare in Europa nel secolo scorso con l’introduzione della scuola universale, obbligatoria e gratuita.

Oggi sarebbe più che mai urgente tornare all’antica critica di Agostino a Pelagio. Agostino non negava l’esistenza nelle persone di talenti e di impegno che poi generano quelle azioni o stati etici che chiamiamo meriti (da merere: guadagnare, mercede, lucro, meretrice). Il punto decisivo per Agostino riguardava la natura dei doni e dei meriti. Per lui erano charis, grazia, gratuità. Secondo Agostino, «Dio coronando i nostri meriti, corona i suoi doni». I meriti non sono merito nostro – se non in minima parte, una parte troppo minima per farne il muro maestro di una economia e di una civiltà. Ecco perché un importante effetto collaterale di una cultura che interpreta i talenti ricevuti come merito e non come doni, è una drammatica carestia di gratitudine vera e sincera. È l’ingratitudine di massa la prima nota dei sistemi meritocratici. Quando, infatti, leghiamo la stima sociale, le remunerazioni e il potere ai talenti e quindi ai meriti, non facciamo altro che ampliare e amplificare enormemente le diseguaglianze. Persone già diseguali alla nascita per talenti naturali e condizioni familiari e sociali, da adulti lo diventano molto di più. Nel XX secolo, soprattutto in Europa, la politica riduceva le distanze nei punti di partenza, in nome del principio di uguaglianza. Il nostro tempo meritocratico, invece, le potenzia e le estremizza. Così, se sono figlio di genitori colti, ricchi e intelligenti, se nasco e cresco in un Paese con molti beni pubblici e con un buon sistema sanitario ed educativo, se la mia dotazione genetica è stata particolarmente felice, ne segue che frequenterò scuole migliori, maturerò più meriti scolastici dei miei compagni nati in condizioni naturali e sociali più sfavorevoli, troverò con ogni probabilità nel mercato del lavoro un’occupazione più remunerata dal sistema meritocratico. E così, quando andrò in pensione, la distanza dai miei concittadini venuti al mondo con meno talenti, si sarà moltiplicata nel corso della vita di un fattore di 10, 20, 100.

Non capiamo allora l’aumento delle diseguaglianze nel nostro tempo se non prendiamo molto sul serio la sua radice: il forte aumento della teologia meritocratica del capitalismo. E non capiamo la crescente colpevolizzazione dei poveri, sempre più considerati non come sventurati ma come demeritevoli, se non consideriamo l’avanzare indisturbato della logica meritocratica. Se, infatti, interpreto i talenti ricevuti (dalla vita o dai genitori) come merito, il passo di considerare immeritevoli e colpevoli coloro che quei talenti non li hanno, diventa molto, troppo, breve. L’asse dei mondi meritocratici non è il paradiso, ma l’inferno e il purgatorio. Sono i demeriti i protagonisti degli imperi del merito. Tutte le teologie meritocratiche, prima di essere una teoria del merito, sono una teoria e una prassi del demerito, delle colpe, delle espiazioni. Si presentano come umanesimo, personalismo e liberazione, ma diventano immediatamente un meccanismo di creazione di colpe e di pene, una produzione di massa di peccati e di peccatori che poi gestiscono e controllano con un complesso sistema teso a ridurre quelle pene su questa terra e in cielo. Gli universi meritocratici sono abitati da pochissimi eletti e da una moltitudine di “dannati” che sperano per tutta la vita in sconti di pena. Ieri, e oggi, quando il posto dei predicatori pelagiani lo hanno preso i nuovi evangelizzatori della meritocrazia nelle imprese e ormai ovunque, che nei loro templi stanno ricreando nuovi fiorentissimi “mercati delle indulgenze”, nei quali la moneta per comprare il paradiso, o almeno il purgatorio, non è più il denaro né i pellegrinaggi a Santiago, ma il sacrificio di interi brani della propria vita, carne e sangue. Il controllo delle anime non avviene più nei confessionali e nei manuali per confessori, ma negli uffici di coaching e counseling e, soprattutto, grazie al meccanismo dei contratti incentivanti, che accordano perfettamente i premi e le pene ai meriti e ai demeriti, definiti dettagliatissimamente dalla divinità-impresa e implementati dai suoi sacerdoti.

Ieri e oggi le meritocrazie hanno un solo grande nemico: la gratuità, che temono più di ogni cosa perché scardina le gerarchie e libera le persone dalla schiavitù dei meriti e dei demeriti. Solo una rivoluzione della gratuità – urlata, desiderata, vissuta, donata – potrà liberarci da questa nuova inondazione di pelagianesimo, se durante questo tempo di schiavitù e di lavori forzati a servizio del faraone, non smetteremo di sognare insieme una terra promessa.

 

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(3) In viaggio “sul confine e oltre”: “Gli idoli non sono sazi mai”

12 Marzo 2017 Nessun commento

Terza tappa del viaggio assieme a Luigino Bruni (1) per scoprire la natura profonda del sistema economico che ci gestisce, influendo perfino sul nostro mondo interiore.

Come abbiamo visto nell’articolo precedente, l’autore sottolinea il carattere religioso che ha assunto il nuovo capitalismo. In questa nuova tappa Bruni illustra egregiamente il carattere sacrificale ed idolatrico della nuova religione. La nuova religione, infatti, pretende i sacrifici ai suoi “idoli”, laddove, invece, ebraismo e cristianesimo hanno lottato strenuamente per estirpare dalla religione l’aspetto idolatrico e laddove l’Evangelo di Cristo ha annullato con la Croce la necessità di successivi culti sacrificali diversi dalla memoria del sacrificio della Croce con l’offerta del Pane e del Vino. I nuovi sacerdoti, gli adepti del dio-denaro, riescono, con tutti i mezzi che dispongono, a interiorizzare nella nostra psiche che il nostro sacrificio è giusto e dovuto. Cito dall’articolo che segue: “Siamo più sfruttati di ieri da dèi ricchissimi, ma, diversamente da ieri, dobbiamo essere felici dei nostri sacrifici, interiorizzarli come dono. Il sacrificio richiesto ai lavoratori dalle grandi imprese è un atto necessario per poter sperare nel ‘favore degli dèi’ e quindi fare carriera, guadagnare molto, avere stima e riconoscimento dall’alto. Chi, invece, si rifiuta di fare questi sacrifici e s’impegna a salvaguardare un confine tra impresa e famiglia, chi non accetta le richieste di restare in ufficio fino alle undici di sera rimane fuori dal numero degli eletti e, spesso, sviluppa gravi sensi di colpa per il suo essere un perdente.”

Società civile, scuola e sanità sono coinvolte in questo processo che sembra non avere antagonisti. Penso, ad esempio, a quelle scuole che accolgono bambini dalle sette del mattino fino all’ora di cena, perché i genitori lavorano; mi chiedo se ha senso un lavoro che non permette ai genitori di vivere una parte della giornata con i propri figli.

Mi rispondo che, purtroppo, è un sacrificio preteso dalla nuova religione capitalista per suoi idoli mostruosi.

(1)  Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo di Luigino Bruni pubblicato il 5 febbraio 2017 sul quotidiano Avvenire.

«Il capitalismo è una religione puramente cultuale, la più estrema forse che mai si sia data. Tutto, in esso, ha significato soltanto in rapporto immediato con il culto; non conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia». Walter Benjamin, Il capitalismo come religione

Il capitalismo dei secoli XIX e XX è stato animato da uno spirito ebraico-cristiano, spirito di lavoro, di fatica, di produzione. Ma non capiamo più lo spirito del nostro capitalismo se continuiamo a cercarlo all’interno del cristianesimo o della Bibbia. La società di mercato negli ultimi anni assomiglia sempre più a una religione, ma i tratti che sta assumendo l’avvicinano alle città mediorientali di tremila anni fa, o a quelle greche e romane di alcuni secoli successivi. Ai loro spazi pubblici occupati da molte statue, da templi, steli, altari, edicole sacre, e ai loro spazi privati riempiti di amuleti, penati, e da una enorme produzione di idoli domestici. E ai loro molti sacrifici, attorno ai quali erano ordinate la vita, le feste, la morte. L’umanesimo ebraico-cristiano è stato, soprattutto, un tentativo di svuotare il mondo dagli idoli e liberarlo dai sacrifici, un tentativo solo in parte riuscito, perché è sempre stata troppo forte negli uomini la tendenza a costruire idoli per adorarli.

I profeti, e la tradizione sapienziale (Qohelet), e poi Gesù, hanno operato una rivoluzione religiosa straordinaria anche per la loro radicale lotta anti-idolatrica. Hanno cercato di eliminare gli idoli dai templi e dalle chiese, e creare così un ambiente libero dalle cose dove si potesse ascoltare la voce libera e liberata dello spirito, la sua «sottile voce di silenzio». Il cristianesimo, poi, ha superato per sempre l’antica logica sacrificale, perché al sacrificio degli uomini offerti a Dio ha sostituito il sacrificio-dono di Dio offerto agli uomini, instaurando l’era della gratuità. Ma oggi, dopo duemila anni, il capitalismo, combattendo prima la gratuità e poi cercando di metterla a reddito, sta reintroducendo nel proprio culto arcaiche pratiche sacrificali. La cultura sacrificale del capitalismo la possiamo intravvedere ovunque. Pensiamo, ad esempio, alla recente spettacolarizzazione del cibo e del cucinare in tv e nei media. Nelle varie culture il mangiare era una pratica fondamentale, sempre comunitaria, cuore delle relazioni familiari, dei rapporti di amicizia, ed espressione massima di solidarietà. Si mangiava insieme perché il cibo è la prima risorsa, quella decisiva delle comunità, e quindi deve essere condivisa, “costruita” socialmente, non lasciata al gioco naturale della forza e del potere dei singoli individui. Il cibo è il primo linguaggio della fraternità, che tramite l’istituzione universale dell’ospitalità si apre anche a chi bussa alla porta. Per questo il luogo del mangiare era la casa, l’intimità della tenda. La preparazione del cibo era faccenda privata, in genere affidata alle donne, che erano le produttrici dei pasti, che trasformavano i prodotti scarsi della terra in convivialità e i beni in beni relazionali. La fiducia nella persona che cucinava era la prima parola del discorso sul cibo. La credenza non conservava soltanto gli alimenti, custodiva anche la fiducia e il credere nelle relazioni primarie della casa.

In pubblico, nella piazza, si mangiava invece in occasione delle feste, che nel mondo pre-cristiano erano associate ai sacrifici di animali offerti alla divinità. Gli animali offerti venivano poi cotti, cucinati e mangiati insieme in pubblico. La civiltà cristiana ha trasformato quelle antiche feste, e per superare l’arcaica logica sacrificale ha scoraggiato il cucinare, il mangiare e il bere in pubblico. Nelle feste cristiane in pubblico si ballava, si cantava, si giocava, si facevano le processioni, e soprattutto si celebrava l’eucaristia: la buona (eu) gratuità (charis), in un’altra cena, un altro pane, un altro vino. Ma si mangiava a casa, e la preparazione dei cibi restava cosa privata e femminile. La grande spettacolarizzazione che stanno conoscendo il cibo e il cucinare ci sta riportando indietro alla cultura dei sacrifici, ai banchetti sacri agli idoli, al cucinare in piazza. Per capire l’autentica invasione di cuochi e di pasti non è infatti sufficiente ricorrere ai soli aspetti sociologici (dover reimparare a cucinare, o la domanda di salute): occorre scoprire la loro natura religiosa e sacrificale. Gli idoli mangiano sempre, non sono mai sazi.

In questi nuovi riti, celebrati da sacerdoti maschi, il cibo perde interamente la sua natura intima e familiare. La sua solidarietà e la sua condivisione sono totalmente cancellate, per lasciare al loro posto la concorrenza, la gara. Le buone parole di casa diventano insulti, al pane che cade per terra non si dà un bacio, ma fa eco un urlo, il cucinare non è più circondato dalle parole buone e familiari della commensalità: è tutto e soltanto gioco, spettacolo, business. E dimentichiamo e rinneghiamo la regola base della prima educazione che per millenni le mamme hanno trasmesso ai loro figli: “Con il cibo non si gioca”, perché è una cosa troppo seria, la cosa più seria di tutte, sacra. Invece questo nuovo-arcaico sacrificio del cibo non rende sacro niente e nessuno, e ci fa riprecipitare in un mondo popolato di are e di vittime: panem et circenses. Ma sacrificio è anche una parola chiave delle nuove grandi imprese globali. Per capire l’universo del “sacro” aziendale non dobbiamo fermarci ai suoi aspetti più superficiali – quali la presenza nelle imprese di coach, che cercano di imitare i vecchi padri spirituali; l’uso di parole prese dal linguaggio spirituale, come “missione”, “vocazione”, “fedeltà”, “merito”; i finti riti di iniziazione e le pseudo-liturgie di marketing; il disprezzo della parola “vecchio” che ormai è diventata una parolaccia o un insulto (“sei vecchio!”: tutti i culti idolatrici adorano la gioventù). Questi fenomeni sono sintomi epidermici di qualcosa di molto più profondo e radicato nell’organismo del capitalismo.

Dopo aver utilizzato, fino a pochi anni fa, linguaggi e metafore presi dalla vita militare o dallo sport, le grandi imprese capitalistiche si stanno accorgendo che per comprare il cuore dei propri dipendenti c’è bisogno di un codice simbolico più forte, e lo stanno prendendo dalla sfera religiosa. Ma, anche qui, il registro simbolico non lo stanno prendendo dalla cultura religiosa ebraico-cristiana, né, tantomeno, da altre grandi religioni (islam o induismo). Questi grandi umanesimi spirituali sono troppo complessi e resilienti per essere facilmente manipolati dal business. E allora, con un balzo indietro di millenni, tornano direttamente al totemismo e ai suoi sacrifici. Il sacrificio è una parola centrale del culto del business. Nulla più del sacrificio è chiesto ai lavoratori delle grandi imprese: sacrificio di tempo, della vita sociale e familiare. Il lavoro è sempre stato fatica, sudore, e quindi in un certo senso anche sacrificio. Ma il sacrificio della cultura dell’impresa del XX secolo era trasparente in chi lo faceva e in chi lo riceveva. Tutto il movimento sindacale era riuscito a contenerlo dentro limiti politici, e quando eccedeva questi limiti non era chiamato “sacrificio”, ma “sfruttamento”. Abbiamo sempre saputo che dietro a molto lavoro c’erano “dèi” lontani che vivevano di rendita grazie ai nostri sacrifici e allo sfruttamento del nostro lavoro nei campi e nelle fabbriche: ma ne eravamo coscienti, ci soffrivamo molto, e abbiamo lottato per ridurre o eliminare queste ingiustizie. Oggi la manipolazione semantica della nostra età sta riuscendo a presentarci il “di più” del sacrificio come una forma di “dono” volontario. Siamo più sfruttati di ieri da dèi ricchissimi, ma, diversamente da ieri, dobbiamo essere felici dei nostri sacrifici, interiorizzarli come dono. Il sacrificio richiesto ai lavoratori dalle grandi imprese è un atto necessario per poter sperare nel “favore degli dèi” e quindi fare carriera, guadagnare molto, avere stima e riconoscimento dall’alto. Chi, invece, si rifiuta di fare questi sacrifici e s’impegna a salvaguardare un confine tra impresa e famiglia, chi non accetta le richieste di restare in ufficio fino alle undici di sera rimane fuori dal numero degli eletti e, spesso, sviluppa gravi sensi di colpa per il suo essere un perdente.

Inoltre, come nei sacrifici agli antichi dèi e idoli, le offerte e i voti non potevano mai estinguere il debito del sacrificante, oggi in queste imprese più si dona tempo e vita più vengono richiesti tempo e vita, finché un giorno esauriamo le nostre offerte – ma in questo giorno, il management ci offrirà “gratuitamente” il giusto coach che ci farà rialzare per recarci di nuovo all’altare e offrire altri sacrifici. L’idolo non si sacrifica, può solo ricevere sacrifici dai suoi fedeli. Gli dèi invisibili e lontani si nutrono dei sacrifici dei lavoratori, ne hanno sempre più un bisogno vitale. Ma il colpo di genio di questo capitalismo sta nell’essere riuscito a coprire con il “contratto” la struttura sacrificale del “mercato del lavoro”. Ciò che in realtà ci chiedono è un sacrificio, ma presentandolo come contratto libero nascondono molto bene la sua vera natura. Pagando, le imprese diventano totalmente slegate e ingrate verso i loro fedeli. E il giorno in cui le opportunità di mercato e di profitto cambiano, non si sentono debitrici per i molti sacrifici ricevuti, cercano paradisi fiscali; e con poche migliaia di euro – nell’ipotesi migliore – ripagano il sacrificio di una vita, il sacrificio della vita. Il sacrificio degli antichi culti doveva essere vivo: agli dèi si offrivano animali, bambini, vergini, raramente piante (libagioni), mai oggetti. I nuovi dèi continuano a chiedere vita e restituiscono denaro.

La natura sacrificale di questo capitalismo non è tanto una proprietà morale delle persone, riguarda il sistema nel suo insieme. Le sue prime vittime sacrificali sono gli stessi dirigenti e manager, sacerdoti e vittime insieme. Lo scenario probabile e cupo che si prospetta all’orizzonte della nostra civiltà, è una rapida crescita di questa nuova idolatria, che dall’ambito economico sta via via migrando verso la società civile, la scuola, la sanità. Non trova opposizioni nel suo sentiero di espansione, perché ricorre a simboli religiosi che la nostra cultura non ha più le categorie per comprendere. Chi oggi vuole capire e magari governare l’economia e il mondo deve studiare meno business, e più filosofia e antropologia.

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(2) In viaggio “sul confine e oltre”: “Resistere al pifferaio magico”

6 Marzo 2017 Nessun commento

Prosegue il viaggio alla scoperta della natura profonda del potere economico che ci governa, con la guida di Luigino Bruni (1).

L’ articolo Resistere al pifferaio magico, che condivido appieno come il precedente, mi offre lo spunto per alcune considerazioni personali. Il capitalismo ha nel suo DNA la caratteristica dello sfruttamento, ma, per raggiungere i suoi obiettivi, deve costantemente modificare le sue strategie.

Ai suoi inizi ha abilmente usato le religioni come sovrastrutture, che gli sono servite, tra l’altro, per combattere nel secolo scorso il suo antagonista principale: il comunismo. Quando il suo nemico è scomparso dalla scena, per consunzione nell’impero sovietico, per metamorfosi  nell’universo cinese, il capitalismo ha conquistato l’egemonia assoluta. Oggi, quindi,  le religioni sovrastrutturali non bastano più al potere economico e gli adepti del dio-denaro diventano gli incantatori della religione che hanno inventato. Eppure, come giustamente ci spiega l’Autore, è possibile resistere al pifferaio magico.

(1)  Luigino Bruni (nato nel 1966) è un economista e uno storico del pensiero economico, professore ordinario presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma. Ha insegnato anche presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con il quotidiano Avvenire.

Riproduco di seguito, per gentile concessione dell’Autore e del Direttore di Avvenire, l’articolo di Luigino Bruni pubblicato il 29 gennaio 2017 sul quotidiano Avvenire.

Vi è per tutte le passioni un tempo in cui esse sono soltanto funeste, in cui deprimono le loro vittime con il peso della stupidità – e un tempo più tardo, assai più tardo, in cui si sposano con lo spirito, si «spiritualizzano»
Friedrich NietzscheIl crepuscolo degli idoli.

Una forma particolarmente importante di “distruzione creatrice” del capitalismo del nostro tempo è quella operata nei confronti della religione. L’economia di mercato è cresciuta e cresce grazie al consumo del territorio sacro che, sconsacrato e trasformato in indifferenziato e anonimo spazio profano, è diventato nuovo terreno liberato per gli scambi commerciali. I mercanti sono tornati nel tempio, tutto il tempio sta diventando mercato, anche il sancta sanctorum è stato messo a reddito. Per distruggere una religione occorre prima minare le comunità e isolare le persone trasformandole in individui. E questo il capitalismo lo ha saputo fare molto bene. Gli individui sono slegati tra di loro, e quindi non possono avere la religio, che è esperienza possibile solo a coloro che condividono e custodiscono insieme qualcosa di importante. Quando viene meno la terra comune della comunità, l’esperienza religiosa inesorabilmente si spegne. O diventa un bene di consumo, come è capitato all’Occidente, dove nel giro di due generazioni abbiamo ridotto in macerie un patrimonio comunitario e religioso costruito in oltre duemila anni, e dove gli individui senza casa e senza radici sono diventati i consumatori perfetti. Ci siamo lasciati svuotare di senso e siamo stati riempiti di cose. Questo svuotamento-riempimento rappresenta il massimo sviluppo di quel primo “spirito del capitalismo” che leggeva l’accumulo di beni come benedizione di Dio. Con una differenza decisiva però: quella che era stata per almeno due secoli una esperienza elitaria di un ristretto numero di imprenditori e banchieri, nel corso del XX secolo è diventata una religione di massa, grazie allo spostamento del baricentro etico del capitalismo dalla sfera della produzione a quella consumo. A essere “benedetto da Dio” non è più colui che produce, ma colui che consuma (che è lodato e invidiato perché e se ha i mezzi per consumare). I predestinati sono diventati coloro che possono consumare i beni, non più quelli che li producono lavorando. Più consumo, più benedizione. La figura sacrale dell’imprenditore-costruttore ha così lasciato il posto al nuovo sacerdote e messia del manager-consumatore, che è tanto più “benedetto” quanto più alto è il suo bonus e quindi il suo standard di consumo.

Come conseguenza di ciò, il lavoro è uscito di scena, relegato tra i ricordi un po’ nostalgici del passato e delle sue utopie. È diventato un mezzo per aumentare i consumi, grazie a una finanza sempre più amica del consumo e nemica del lavoro, dell’impresa e dell’imprenditore-lavoratore. Il vecchio spirito calvinista del capitalismo, centrato attorno alla produzione e al lavoro, era ancora un capitalismo essenzialmente e naturalmente sociale. Lavorare e produrre sono azioni collettive, cooperazione, mutualità. Il lavoro è il primo mattone delle comunità umane. Spostando l’asse del sistema economico e sociale dal lavoro al consumo, la comunità ha naturalmente lasciato il posto all’individuo. Il consumo è diventato sempre più un atto individuale, perdendo progressivamente quella dimensione sociale pur legata alla sfera economica. Fino a qualche decennio fa nei mercati si scambiavano anche parole. Oggi l’atto di consumo perfetto è diventato l’acquisto online, dove il prodotto mi raggiunge a casa senza che tra me e l’oggetto del desiderio si inserisca nessun altro essere umano (possibilmente neanche il postino). Ecco perché l’azzardo di ultima generazione è icona massima di questo capitalismo. Dalla schedina del totocalcio o dalle corse all’ippodromo, che erano in molti casi esperienze sociali, si è passati al rapporto individuo-macchina, dove ciascuno “gioca” (ma non è un gioco) da solo, interamente concentrato e risucchiato dal suo oggetto – non a caso molte slot machine hanno aspetto totemico: luccicanti, coloratissime, sempre affamate.

Il passaggio dal lavoro al consumo è frutto anche di una operazione sistematica di disistima di tutto ciò che sa di fatica, sudore, sacrificio. Il consumo ci piace molto perché è tutto e solo piacere: nessuna fatica, nessun dolore, nessun sacrificio. Così non stupisce che la nuova frontiera della battaglia civile si stia spostando dal “lavoro per tutti”, che era il grande ideale del XX secolo, al “consumo per tutti”, che sta diventando lo slogan del XXI, magari reso possibile grazie a un reddito minimo garantito per poter essere introdotti nel nuovo tempio. Più consumo, meno lavoro, più benedizione. Le idolatrie sono sempre economie di puro consumo. Il totem non lavora, e il lavoro dei suoi devoti vale solo in quanto orientato al consumo: all’offerta, al sacrificio. Più una cultura è idolatrica più disprezza il lavoro e adora il consumo e quella finanza che promette un culto perpetuo di solo consumo senza fatica. Questo impianto antropologico, sociale e sacrale che ha retto finora il capitalismo, sta però entrando inesorabilmente in crisi. Il capitalismo individualistico sembra avere i giorni contati, anche se oggi vive la sua stagione migliore (le grandi crisi iniziano sempre al culmine del successo, e si manifestano con un ritardo temporale di alcuni anni). E non è difficile accorgersene. Finché siamo stati all’interno di un’economia della scarsità di merci, al culto del mercato bastavano le cose per riempire la nostra fantasia e appagare i nostri desideri. Ma da quando la gran parte della società ha raggiunto e superato la soglia della sazietà, la religione capitalistica deve ripensarsi completamente se vuole continuare a crescere e trattenere i suoi fedeli – dimenticando, tra l’altro, tutti coloro che non sono sazi e bussano alle porte dei nostri banchetti. Ed è proprio osservando i cambiamenti in corso in questa nuova fase – il capitalismo della post-sazietà – che possiamo vedere con chiarezza la potenza della natura religioso-idolatrica dell’impianto attuale.

Pensiamo al rapporto individuo-comunità. Le componenti più intelligenti del nostro sistema economico stanno intuendo che il culto capitalista ha bisogno di comunità per poter essere potente e durare. Come ogni religione, anche quella capitalistica, non può che essere comunitaria. Tutte le religioni sono un «fenomeno sociale integrale» (Émile Durkheim). E così, dal centro del capitalismo è iniziato ad emergere qualcosa di molto difficile da immaginare soltanto pochi anni fa. Una volta che il processo di individualizzazione del consumo e del conseguente azzeramento della comunità stava raggiungendo la sua apoteosi, quella stessa cultura economica ha partorito figli che assomigliano molto alla vecchia religione e alla vecchia comunità che tanto ha osteggiato e combattuto come suoi principali nemici. La fase del mercato che cresce offrendo merci a individui che sostituivano gli antichi culti collettivi con l’idolatria individuale di nuovi oggetti-totem, sta infatti progressivamente lasciando il posto ad una nuova fase di consumo comunitario, e quindi più religioso. L’individuo consumatore separato e isolato, adoratore di idoli dai quali è divorato, non sarà il protagonista dei mercati dei prossimi anni. Il mercato del futuro sarà sociale e pieno di storie. Non capiamo, ad esempio, la nuova stagione di sharing economy (“economia della condivisione” o, se si preferisce, “consumo collaborativo”), se non la leggiamo all’interno di questa nuova fase diversamente comunitaria della religione capitalistica (e lo vedremo in un prossimo articolo). Pensiamo al grande fenomeno del marketing narrativo e al cosiddetto storytelling, sempre più inseriti tra gli ingredienti delle nuove imprese di successo. La narrazione è un tipico elemento delle religioni e delle comunità, tanto da costituirne il loro primo capitale. Le fedi sono soprattutto un patrimonio di storie ricevute e donate. Non ci sono fedi senza narrazioni dell’inizio, della fine, dei padri, delle liberazioni, degli incontri con Dio. Si trasmette una fede raccontando una storia. Il nuovo marketing dell’era della post-scarsità non presenta più i prodotti con le loro caratteristiche tecniche o merceologiche. Non ci ammalia descrivendoci le proprietà delle merci: ci incanta raccontandoci storie. Come facevano i nostri nonni, come faceva e fa la Bibbia. La nuova pubblicità è sempre più una costruzione di racconti con il tipico linguaggio del mito, dove lo scopo è attivare l’emozione del consumatore, il suo codice simbolico, i suoi desideri, i suoi sogni – non solo, non più, i suoi bisogni.

E così per venderci i loro prodotti le nuove imprese ci fanno sognare ricorrendo alla forza evocativa del mito: come le fedi, come le storie che hanno formato il nostro patrimonio religioso e sociale. Con una differenza fondamentale, però: le storie delle fedi e le fiabe delle nonne erano più grandi di noi ed erano tutto e solo gratuità. Il loro scopo era trasmetterci un dono, una promessa, una liberazione, facendoli rivivere ogni volta solo per noi. Non ci volevano vendere nulla, solo trasmetterci un’eredità. E invece lo storytelling delle imprese emozionali del capitalismo di oggi e di domani vuole solo e soltanto venderci qualcosa. Non hanno nulla di gratuito e sono più piccole di noi proprio perché mancanti di quella gratuità che faceva grandi le altre storie: le nuove imprese ci raccontano storie per aumentare i profitti di chi investe molto denaro per inventare e raccontarci quelle storie – che poi non sono altro che plagi e imitazioni delle grandi narrazioni religiose che hanno ricevuto, anche loro, gratuitamente e che poi riciclano a scopo di lucro. Le storie di ieri, di sempre, hanno saputo incantarci perché non volevano incatenarci. Le storie raccontate a scopo di lucro sono invece tutte varianti della fiaba del Pifferaio magico: se non è pagato per la sua opera, questo “mercante” torna in città, e mentre siamo occupati nei nostri nuovi culti nelle nuove chiese con il flauto incantatore ci porta via i nostri bambini, per sempre. Finora la storia delle civiltà ci ha insegnato che la gratuità usata senza gratuità non dura, e presto si scopre il bluff. Ma forse la grande innovazione del capitalismo di domani consisterà nel trasformare anche la gratuità in una merce, e lo farà così bene che non saremo più capaci di distinguere la gratuità taroccata da quella genuina. Ma potremo salvarci ancora da questa enorme manipolazione, che sarebbe la più grande di tutte, se avremo tenuto vive, da qualche parte, le grandi storie di gratuità custodite dalle fedi. O se avremo conservato il seme della gratuità in un ultimo posto dell’anima che siamo riusciti a non mettere in vendita.


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