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Solstizio d’inverno

21 Dicembre 2016 2 commenti

Molti storici, come è noto, ritengono che il “dies natalis soli invicti” (1) (il giorno natale del sole invitto), cioè il solstizio d’inverno, abbia influito sulla data del Natale cristiano (2).

Non credo ci possa stupire che, nell’antichità storica, le feste solstiziali d’inverno fossero diffuse e particolarmente importanti. Tutte celebravano il trionfo della luce e il Cristianesimo le ha “adottate” non solo con il Natale, ma anche con la ricorrenza di Santa Lucia (3).

Nella preistoria, tuttavia, credo che il solstizio d’inverno avesse un impatto molto più profondo. Molti siti archeologici sembrano legati alla necessità di osservare gli avvenimenti astronomici, con motivazioni sicuramente diverse dalle nostre: suppongo che ci fosse l’esigenza di “controllare” i fenomeni, in un certo modo per esorcizzarli.

Doveva creare non poca angoscia osservare che, dopo il solstizio d’estate, il Sole di giorno in giorno declinava sempre più in basso sull’orizzonte: chi poteva garantire che sarebbe risorto? Un’adeguata strategia di controllo, assieme ad opportuni rituali, poteva rassicurare i nostri antenati. Mi spiego così, forse con troppa fantasia, i molti siti archeologici particolarmente legati al solstizio d’inverno.

Oggi gli “umani evoluti” a malapena si accorgono se fuori piove o c’è il sole, ma solo se li avvisa il meteo sui loro egofoni (4).

(1)  dies natalis solis invicti  

(2) la festa del Natale e i mirtilli di Cullmann  

(3) Ho già scritto così: “Natale non è forse la festa di Gesù Luce del mondo? Luce in questo mondo buio e diabolico, dove sembra che il Sole solstiziale non sappia riprendere la china. Luce che, invece, esplode primigenia a prefigurazione della primavera pasquale. Luce invitta e in viaggio, dunque.” (Santa Luce di Natale)

(4) Così Michele Serra traduce, a mio avviso bene, il termine “iPhone”.  (Ognuno potrebbe fare molto meglio)

N.B.: ho scattato io la foto qualche anno fa.

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Segni contagiosi e cruciali (1)

6 Dicembre 2016 Commenti chiusi

Erri De Luca nel suo ultimo libro (2), La Natura Esposta, edito da Feltrinelli, ci regala un mosaico complesso, una “summa” del suo pensiero. Il filo che cuce il tutto è l’incarico che il protagonista deve assolvere: riportare alla versione originale la scultura di un Crocifisso, che aveva subito la copertura, appunto, della sua “Natura”. Ricordo bene che i miei vecchi, quand’ero bambino, usavano ancora questa espressione per indicare l’apparato genitale: era un linguaggio in codice per non farsi capire dalla “roba verde”, cioè dai bambini. L’incarico del protagonista consiste proprio nella ricostruzione della “Natura” del Crocifisso.

E’ un lavoro che richiede la più completa simpatia con la scultura e che suggerisce al protagonista alcune riflessioni notevoli.

L’intensa osmosi con il Crocifisso, infatti, porta il protagonista ad investigare con passione; da questa ricerca nascono domande a se stesso e al mondo circostante, ne derivano risposte con l’aiuto di molteplici personaggi: un rabbino, un operaio islamico ed anche, ovviamente, il prete che commissiona il restauro.

Com’è noto De Luca ha studiato profondamente la struttura linguistica delle Scritture. Ha tradotto libri della Bibbia perseguendo il tentativo di restituire il più possibile il valore originale alla Parola.

Un esempio, nel libro, sono le riflessioni del protagonista a proposito di un passo di Giovanni, il capitolo 3, versetto 14 (versione Diodati): E come Mosè alzò il serpente nel deserto, così conviene che il Figliuol dell’uomo sia innalzato. Il protagonista cerca di capire quale legame ci sia tra il “serpente” e il “messia crocifisso”. Il rabbino gli dice: “Per noi la spiegazione sta nel valore numerico delle parole ebraiche. Non avendo i numeri arabi, abbiamo usato le lettere dell’alfabeto a rappresentarli. Una parola è anche una serie di numeri, una somma. Due vocaboli con lo stesso numero fanno coppia fissa, come succede nelle rime. Ecco che la parola serpente ha lo stesso valore numerico, la stessa somma di lettere della parola messia. Lui è un ebreo istruito e sta parlando a un altro ebreo istruito, in grado di cogliere il senso del paragone. Come fu innalzato il serpente, così sarà innalzato il messia.” 

Il restauro è accompagnato da un’attenta esplorazione fisica del Crocifisso di marmo. Il protagonista individua sulla sommità della croce un’incisione e il rabbino gli spiega il significato della parola incisa: “Ura, svegliati”, dice, “È l’invito rivolto alla divinità nel salmo 44”, “Lo scultore con quel verbo chiede al crocifisso di svegliarsi. È un invito alla resurrezione, che è la novità del cristianesimo, il suo comandamento aggiunto” (3). Alla parola “ura” l’autore, per bocca del rabbino, fa risalire l’etimo del nostro “hurrah!”.

L’ulteriore meticolosa esplorazione della scultura porta il protagonista ad effettuare un’altra scoperta: sulla sommità dei chiodi sono incise delle lettere. Il restauratore consulta di nuovo il rabbino che gli fornisce la spiegazione nel brano seguente.

“Sono alef, dalet, mem, formano il nome Adàm. È lui l’autore, questo intende lo scultore con il messaggio. Adàm, la specie umana intera, ha battuto quei chiodi, lasciando la firma. Nei vangeli si riporta la frase: ‘Perché mi hai abbandonato?’. È la ripetizione di un verso di Davide in un salmo. In ebraico si può leggere senza punto interrogativo: ‘A cosa mi hai abbandonato’. Come un atto di accusa, guarda a cosa mi hai abbandonato. A cosa: in ebraico, per valore numerico equivalente, si può leggere: ‘A un Adàm mi hai abbandonato’. Ecco il suo nome sui chiodi.”

Lo scultore ha voluto essere scrittore. Ha seminato lettere sulla superficie per aggiungere un rigo a quella storia.

La sua identificazione fisica con il crocifisso gli aveva imposto la conoscenza dell’alfabeto ebraico. Aveva inciso una scrittura sulla statua, ma lontano dagli occhi. Non per lo spettatore che osserva, ma per chi si avvicina, attraversa il confine della distanza e arriva a toccare con mano. I segni sono per chi è disposto a farsi contagiare. -

Anch’io mi sono occupato, con vivo interesse, di questo passo evangelico: Eloì, Eloì: una disperata speranza

Concludo ripetendo le parole dell’autore: i segni sono per chi è disposto a farsi contagiare e, quando sono cruciali, non ammettono indifferenza nella scelta del cammino.

(1) cruciale agg. [dall’ingl. crucial, der. del lat. crux -ucis «croce», con riferimento alle croci poste nei bivî]. – Che comporta una decisione o impone una soluzione, e quindi critico, decisivo (vocabolario on-line Treccani)

(2) Libro che ho già citato:  Citazione di una citazione

(3) Paolo, I Lettera ai Corinti (15,14): E se Cristo non è risuscitato, vana è adunque la nostra predicazione, vana è ancora la vostra fede. (versione Diodati)


La foto che accompagna questo articolo è una Croce. In ambito culturale cattolico, diversamente che in quello protestante, spesso si confondono le parole Croce e Crocifisso. Ovviamente la Croce è il simbolo senza la figura, pittorica o scultorea, del Cristo Crocifisso.

Tuttavia nella foto è rappresentata una Croce speciale perché vi sono incise le parole del Padre Nostro, corredate da una piccola ampolla con la terra santa di Gerusalemme.

Non c’è su questa Croce il Crocifisso, ma c’è la Sua Parola cruciale.

 

 

 

 

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