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Vito Alfieri Fontana: una vita “normale”

12 Febbraio 2016 Nessun commento

Quasi sempre utilizziamo le parole “norma” e “normale” nel senso più banale che hanno. “Normale” deriva da “norma”, ma a quale norma ci riferiamo di solito? In realtà ci riferiamo quasi sempre ad un’idea conformista: la norma intesa come comune senso del dovere, comune moralità o, addirittura, abitudine e moda. La norma della mentalità imperante, insomma. È proprio questa norma fasulla, conformista e sostanzialmente idiota e diabolica, che la norma evangelica ci invita a rifiutare radicalmente con la “metànoia”. Ecco allora che, evangelicamente, la vita normale diventa tutt’altro rispetto al concetto umano di normalità.

Anni fa per merito di Enrico Deaglio il mondo poté conoscere la storia di Giorgio Perlasca. Deaglio intitolò, giustamente, il suo libro La banalità del bene, ma il titolo avrebbe potuto essere anche La normalità del bene.

Recentemente ho conosciuto la vicenda di Vito Alfieri Fontana, a cui è dedicato il film “Il successore”, del regista Mattia Epifani. L’ingegnere Vito Alfieri Fontana è l’ex proprietario di un’azienda barese, fondata da suo padre, specializzata nella progettazione e nella vendita di mine antiuomo, utilizzate poi in molte zone di guerra, ad esempio in Bosnia. Negli anni ’70 l’azienda non fornisce più solo l’esercito italiano, ma si espande oltre: Egitto, Afghanistan, Iraq, Libano, Congo, Kurdistan, Azerbaigian.

Alla fine degli anni ’80, prima delle campagne contro le mine antiuomo, Vito Alfieri Fontana incomincia a rendersi conto che il proprio lavoro e la produzione della sua azienda non sono innocenti. Sul cammino della sua conversione inciampa nella domanda che un giorno gli pone il figlio, allora bambino: “Perché costruisci armi?”. Anche Don Tonino Bello ebbe i suoi meriti in questa conversione, benché Vito non fece in tempo ad incontrare il vescovo di Molfetta, ormai nella fase terminale del suo male. Pure Gino Strada influenzò il radicale cambio di rotta dell’ingegnere, che abbandona l’attività di progettista e di fabbricante di mine e diventa un bonificatore di campi minati, nei Balcani e altrove. Con passione ed impegno, compromettendo anche la propria salute, si dedica ad un’intensa attività di bonifica, aiutato certamente dalla sua passata esperienza di progettista di mine.

Sembra una favoletta del buon cuore, quasi deamicisiana. In realtà la scelta di Vito determina la fine di un’attività su cui si fondava il benessere della famiglia e di tutti coloro che lavoravano nell’azienda. Ovviamente il risultato non fu indolore: non pochi considerarono Vito come un traditore. La normale visione della vita era stata tradita: la norma comune, che si basa da sempre sul “tengo famiglia”, era sconvolta.

L’ho già detto, ma lo ripeto: nel nome di obiettivi tutto sommato naturali e legittimi, come il benessere nostro e dei nostri famigliari, siamo disposti a tutto, anche ad ignorare le conseguenze del nostro agire. Tolleriamo od ignoriamo ingiustizie o tragedie: ieri il nazismo, oggi le sperequazioni globali, le guerre, il razzismo. Del resto, pensiamoci bene, anche la mafia ha la sua base fondante nel “tengo famiglia”.

La conversione, la “metànoia”, consiste proprio in questo: è una rivoluzione interiore, ma con tangibili effetti esterni, contro la norma comune che tende a tarpare, ad imbavagliare, la nostra coscienza in nome di valori apparentemente validi.

Vito Alfieri Fontana ha compiuto questa scelta. Sicuramente aveva ben chiaro che l’azienda era la fonte del benessere di molti, ma ad un certo punto della sua vita si rese conto, contro ogni buon senso comune, che quel benessere era anche la fonte di migliaia di tragedie. La coscienza di Vito esigeva un cambiamento radicale: la “metànoia” che, per un cristiano come Vito, era anche fondata evangelicamente. La norma evangelica, insita nelle coscienze di tutti, aveva vinto contro la norma conformista e diabolica.

La vicenda di Vito Alfieri Fontana mi ha riportato alla memoria alcune pagine che lessi durante la mia adolescenza. Sono tratte da un libro che ebbe una notevole importanza nella mia formazione: Niente e così sia, di Oriana Fallaci, un libro rigorosamente laico. La giornalista negli ultimi anni della sua vita assunse posizioni che non condivido. Tuttavia quel libro, che ho già citato altrove (1), dedicato alla guerra del Vietnam, rimane nella mia mente come un punto fermo e basilare. Le pagine che seguono, tratte da quel libro, illustrano molto bene il concetto di normalità conformista che ho tentato di esprimere in questo articolo: ho evidenziato io in grassetto alcune frasi.

Lo interrompo dicendo che la definizione della guerra me l’ha già data: un gioco per divertire i generali. Ora però deve darmi la formula del gioco.
“La formula è semplice” risponde subito posando Pascal. “Piantare pezzi di ferro nella carne dell’uomo. Grossi, piccoli, a punta, quadrati, rotondi, scheggiati. Purché siano pezzi di ferro e strazino e uccidano.”
“Non ferro allo stato naturale, però” aggiunge Derek. “Costruiti dall’intelligenza umana che è grande e va sulla Luna.”
François annuisce e prende una pallottolina color bronzo: due centimetri circa di lunghezza, mezzo centimetro circa di diametro. Me la mostra tenendola alta, fra il pollice e l’indice.
“Graziosa, vero? Elegante, direi. È una pallottola dell’M16. Una, una sola, basta ad uccidere un uomo: senza bisogno di sparare a raffica. Perché lei viaggia a una velocità molto vicina alla velocità del suono, e mentre viaggia è sempre al limite dell’equilibrio, e quando arriva non si ferma dentro la carne come una brava pallottola, no, e neanche attraversa un braccio o una gamba, no, lei si gira e si torce e strappa e taglia e ti vuota in pochi minuti di tutto il tuo sangue. Lo sai perché fra i vietcong ci sono così pochi feriti? Perché i vietcong restano generalmente feriti dall’M16 e perciò non restano a lungo feriti: muoiono sempre. Tieni, portala via con te, a New York, per ricordo. E ammirandola pensa che fu studiata a lungo, non gli riusciva trovar la polvere giusta ma poi la trovarono: è la polvere Dupont, perché la Dupont non lascia residui dentro il fucile…”
Prendo la pallottolina e l’ammiro. È fatta proprio bene. Chi l’avrà inventata? L’ha inventata un uomo. E un giorno quest’uomo s’è messo lì con la sua pazienza, la sua scienza, la sua fantasia, la sua tecnologia, e ha calcolato forma peso polvere velocità traiettoria momento d’impatto, e dopo tali calcoli egli ha fatto un disegno, e ha scritto un progetto, e ha offerto il progetto a un industriale. E l’industriale lo ha esaminato con interesse, e ha chiamato i suoi tecnici, e gli ha detto di realizzare la pallottolina per prova, ma in gran segreto perché un altro industriale non gli rubasse l’idea. E loro l’hanno fatto. Poi tutti contenti hanno portato la pallottolina all’industriale che l’ha guardata come se fosse uno smeraldo, uno zaffiro, e ha detto: ora vediamo se funziona. E c’è stato l’esame e la pallottolina è stata sparata. Su chi? Su cosa? Su un cane, su un gatto, su un pezzo di lamiera? Certo non su un uomo. Io avrei scelto un uomo: l’inventore, ad esempio, o lo stesso industriale, o tutti e due. Invece sia l’inventore che l’industriale sono rimasti intatti, e l’industriale ha riunito intorno a un tavolo di mogano il suo consiglio di amministrazione, e ha mostrato la pallottolina, e ha proposto di brevettarla e produrre milioni di miliardi di pallottoline per l’esercito che le avrebbe usate in Vietnam. E il consiglio di amministrazione ha approvato. Sicché guardala questa fabbrica piena di operai che costruiscono pallottoline, i bravi operai del proletariato difeso da Marx, protetto dai sindacati, i bravi operai che non hanno mai colpa, la colpa è degli industriali e basta, gli operai poverini non fanno che eseguire gli ordini, devono pur guadagnare, mantenere la famiglia, comprarsi l’automobile a rate, no? Hanno forse il tempo e il modo di porsi problemi morali, eh? E costruiscono pallottoline. Laboriosi, compunti, attenti a scartare le pallottoline che non riescono bene, se la pallottolina è imperfetta non strappa non taglia non vuota di tutto il suo sangue l’ometto giallo che se la becca a vent’anni. O l’ometto bianco, o l’omone nero. Perché queste pallottoline ce l’hanno anche gli altri, si fanno anche a Mosca, e a Pechino, dove non le ordina un industriale, le ordina lo Stato, che è proprio lo stesso, e anche gli operai sono proprio gli stessi, magari ancor più diligenti, ancor più obbedienti, e un giorno io voglio visitare una fabbrica di pallottoline: a Chicago o a Kiev o a Shangai. E voglio guardarli in faccia, tutti: operai, direttori, industriali. E infine voglio guardare in faccia l’inventore perché lui è il più bello, il più importante: suo padre inventò la ghigliottina e suo nonno inventò la garrotta. Suo padre era un bravuomo e suo nonno era un bravuomo e anche lui è un bravuomo, ne sono certa: è un buon cittadino e un marito fedele e un papà affettuoso. E se vive a Chicago o a New York o a Los Angeles è anche un cristiano molto devoto. E se è cattolico, la domenica mattina va a Messa e il venerdì mangia pesce. E se è iscritto alla Società Protettrice degli Animali scrive lettere per protestare contro la strage delle foche a Bergen e Halifax. “Egregio signor sindaco, con profondo orrore ho letto la strage che ogni stagione avviene nella sua città dove piccole foche inermi, foche neonate, vengono sottoposte all’atroce supplizio della scuoiatura quando sono ancora vive, sotto gli occhi inorriditi delle madri che vengono accecate e poi usate per giocare a palla…” E sua moglie dirà che non indosserà mai più una pelliccia di foca. Voglio conoscere anche lei, perché voglio regalarle una collana fatta con le pallottoline inventate da suo marito, e chiederle di portarla con la pelliccia di foca: ci va bene insieme. (Tratto da: Oriana Fallaci, Niente e così sia, 1969, Rizzoli)

(1) La “Grande Guerra”


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