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Archivio Luglio 2014

Anna; anno, as, annare

26 Luglio 2014 Nessun commento

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26 luglio: Sant’Anna

Ritorno sull’argomento nella ricorrenza della festa di Sant’Anna che si celebra oggi.

Il culto di Sant’Anna è un esempio importante della vocazione sincretistica che ebbe il Cristianesimo delle origini. Del resto una confessione di fede che pone nel suo Credo la scelta “cattolica”, cioè universale, non avrebbe potuto comportarsi diversamente.

Nell’articolo citato richiamo il lavoro del Cattabiani*. L’autore collega il culto cristiano di Sant’Anna non solo alla tradizione dell’Antico Testamento (Hannàh), ma anche al culto romano di Anna Perenna. Questo nome, a sua volta, probabilmente deriva dal sanscrito “anna” che, concettualmente, esprimeva il principio vitale dell’universo: la Grande Madre.

Chi meglio di Anna, la Madre della Madre di Cristo, poteva nei primi secoli del Cristianesimo assumere questo ruolo?

Mi soffermo oggi su un fatto curioso comune a molti vocaboli: “anno” ed “Anna” non sembrano avere un legame tra loro, eppure proprio il culto romano di Anna Perenna ci suggerisce che forse un legame esiste.

Il culto romano, infatti, aveva luogo nel periodo delle Idi di marzo, che era anche l’inizio del nuovo anno: in latino esistono i verbi “anno, as, annare” (iniziare l’anno) e “peranno, as, avi, perannare” (vivere l’anno) che sono strettamente connessi alle feste propiziatrici di Anna Perenna per il nuovo anno. Talvolta la similitudine della forma genera false parentele, ma in questo caso la probabilità che vi sia uno stretto rapporto tra “anno” ed “Anna” pare avere qualche fondamento.

* Alfredo Cattabiani, Calendario, Rusconi

Nella foto: statua lignea di Sant’Anna nella Chiesa di Albiolo, in provincia di Como

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Non v’è chi non dica: 400.000 grazie!

17 Luglio 2014 2 commenti

In realtà il sintagma usato è: “non v’è chi non veda”. Stamane in bagno rimuginavo questa astrusa ed elegante formula, per colpa di quei funambolismi mentali che solo certi momenti di provvida e necessaria solitudine regalano.

La formula compariva spesso nelle circolari ministeriali, ma oggi il dettato imperante è “svecchiare”, e così la si ritrova solo in alcune sentenze di giudici che resistono imperterriti.

Certamente il venir meno di certe espressioni burocratiche rispecchia il clima attuale che vuole cambiare ed innovare. Vi è in corso un’epica lotta contro l’ipocrisia della forma; tuttavia questa lotta, sicuramente vittoriosa, non sottrae campo all’ipocrisia della sostanza, che, anzi, se ne avvantaggia con incremento esponenziale.

La civiltà del nulla, desolatamente vacua, si pulisce la faccia, ma caca male.

Ecco: io, invece, oggi festeggio i 400.000 visitatori del mio blog che è nato dieci anni fa.

Un anno dopo la sua nascita, ma non c’è legame tra i due fatti, mi giunse la lettera che ho “scannato”. Sta scritto: “Gentile Sampietro Antonio (sic!) il ruolo che sappiamo lei ricopre nell’ambito della vita nazionale spiega perché abbiamo pensato (omissis)”. Da allora un tarlo mi rode: qual è questo “ruolo che ricopro nella vita nazionale”? Lo ignoro. Vuoi vedere che anch’io, A MIA INSAPUTA, ho avuto un ruolo importante nella vita nazionale? Intendiamoci: non c’è un collegamento malizioso tra il mio inciso (A MIA INSAPUTA) e l’ipocrisia della sostanza “prodotta” dalla civiltà del nulla.

Hanno fatto i furbi e non mi hanno adeguatamente retribuito in questi anni, questo è il punto.

Renzi! Dai un’occhiata alle carte del potere e, poi, fammi sapere! Grazie!

 

 

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Eugen Drewermann e la psicologia del profondo

12 Luglio 2014 Nessun commento

Non è facile sopravvivere, cioè “vivere sopra” la marea quotidiana.

Affondare è facile, ma Drewermann scrive che il “pesce vomitò Giona all’asciutto” (1). Eppure questa straordinaria mente lucida, che afferma il valore terapeutico della Parola e la sua valenza salvifica non meramente consolatoria, nel 1992 viene sospeso a divinis. L’Istituzione-Chiesa in un certo senso rinnega la potenza della Parola di Dio, e la confina nel recinto religioso. Dimentica l’Evangelo di Gesù che alleggerisce l’ansia della psiche:

Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, ed io vi darò riposo. Togliete sopra voi il mio giogo, ed imparate da me ch’io son mansueto, ed umil di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre. Perciocchè il mio giogo è dolce, e il mio carico è leggiero.” (Matteo, 11,28-30, versione Diodati)

È strano, ma non troppo, il fatto che l’Istituzione Chiesa, il suo apparato umano, abbia nella storia più spesso invocato il timore/terrore di Dio, che la sua presenza liberatrice e salvifica. Drewermann, invece, non solo scopre una chiave di lettura nuova della Parola, basata sulla “psicologia del profondo”, ma annuncia il suo potere curativo (2). È bastato questo per scandalizzare l’apparato di Curia e per determinare la condanna del teologo e psicoterapeuta Drewermann.

Sintesi biografica

Eugen Drewermann è nato in Renania nel 1940. Figlio di padre luterano e di madre cattolica, Drewermann, terminati gli studi liceali, studia filosofia, teologia e psicoanalisi. Dopo essere diventato sacerdote cattolico nel 1972, si specializza psicoterapeuta, e completa la sua formazione teologica. Freud e Jung influenzano la sua ricerca e la sua analisi della Parola biblica. Espone il suo metodo interpretativo nei volumi pubblicati tra il 1985-86: Psicologia del profondo ed esegesi, pubblicato in Italia da Queriniana (3). Nel suo lavoro gioca un ruolo centrale il tema dell’angoscia esistenziale. Le opinioni e il metodo di Drewermann attirano la preoccupata attenzione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, che nel 1986 chiede l’intervento dell’arcivescovo Johannes Joachim Degenhardt. Nel 1991 Drewermann entra in rotta di collisione netta con la Chiesa Cattolica in seguito alla pubblicazione del libro: Funzionari di Dio. Psicogramma di un ideale (4), edito in Italia da Raetia. L’opera è il frutto della sua esperienza di terapeuta con numerosi chierici. Drewermann pone in evidenza, con un’analisi dettagliata, una realtà che la Chiesa non può accettare: per molti sacerdoti la motivazione della propria scelta “vocazionale” è legata a situazioni psicologiche difficili, spesso segnate da debolezza ed insicurezza: problemi sessuali, emotivi, di dipendenza nei confronti della propria madre. Per molti di loro la Chiesa diventa una sorta di grembo-utero che avvolge e protegge. Per questo viene revocato a Drewermann l’insegnamento presso il seminario di Paderborn. Dopo essere stato ridotto allo stato laicale, Drewermann il 20 giugno 2005, in occasione del suo 65° compleanno, annuncia pubblicamente in televisione di lasciare la Chiesa cattolica (5).

In questo blog mi sono già interessato a Drewermann:

http://antoniosampietro.blog.tiscali.it/2009/09/11/chi_ha_paura_di_drewermann__2007306-shtml/

http://antoniosampietro.blog.tiscali.it/2009/09/15/viaggio_nel_cantico_dei_cantici_2008045-shtml/?doing_wp_cron

(1)   Eugen Drewermann, E il pesce vomitò Giona all’asciutto. Il libro di Giona interpretato alla luce della psicologia del profondo, Queriniana.  http://www.queriniana.it/libro/e-il-pesce-vomito-giona-all-asciutto/647

(2)   Eugen Drewermann, Parola che salva, parola che guarisce. La forza liberatrice della fede, Queriniana.

(3)   http://www.queriniana.it/libro/psicologia-del-profondo-e-esegesi-1/165

(4)  http://www.ildialogo.org/parola/approfondimenti/SintesilibroEDrewermannFunzionariDio.pdf (sintesi dell’opera a cura della psicologa Stefania Salomone)

(5)   Un libro documenta il rapporto conflittuale del teologo con l’Apparato-Chiesa: Eugen Drewermann, La Posta in Gioco – Verbale di una Condanna, Edizioni di Comunità. Una guida molto utile per capire il problema “Drewermann” è: Chi ha paura di Eugen Drewermann? Un «Caso» che scuote le Chiese, di Reinhold Gestrich, edito da Claudiana. L’autore protestante mette in luce la problematicità di Drewermann per tutte le chiese cristiane, anche quelle di confessione diversa dalla cattolica.

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Le piramidi d’Egitto e la dematerializzazione

6 Luglio 2014 Nessun commento

 

 

Negli anni ’70 usciva un saggio molto interessante di Roberto Vacca: Il medioevo prossimo venturo, Saggi Mondadori. Il libro aveva come sottotitolo: La degradazione dei grandi sistemi. L’Ingegner Vacca, nato nel 1927, era allora uno dei più importanti conoscitori e studiosi dei sistemi elettronici, che, in quegli anni, erano ancora all’avanguardia come branca di studio e, soprattutto, di operatività.

Il libro, come ha spiegato l’autore nella prefazione scritta nel 2000 (*), “non contiene profezie di disastri, ma vuole evocare ragionevoli allarmi”. Del resto, già nell’introduzione dell’edizione originale spiegava: “Non sarà difficile accusare questo libro di rovinografia e di pessimismo. Noi pessimisti, però, chiamiamo realismo il nostro modo di vedere le cose e non riteniamo di essere meno efficienti degli ottimisti nel preparare i rimedi e nel progettare le innovazioni”.

Nella nota retrospettiva all’introduzione, del 2000, ricordava che nel 1970 aveva correttamente calcolato il dato relativo alla popolazione mondiale alle soglie del nuovo millennio; ammetteva, però, di aver sbagliato prevedendo una catastrofe tecnologica che avrebbe bloccato l’esplosione demografica. Tuttavia, sempre nella stessa nota, ribadiva la sua preoccupazione per un probabile blocco tecnologico globale “in forme nuove”. “I rischi tecnologici ancora esistono e sono ancora più minacciosi proprio in certi contesti che il grande pubblico ignora. I grandi sistemi proliferano, senza piani globali e sempre più producono impatti l’uno sull’altro. La instabilità e il blocco di un sistema (ad esempio le reti telematiche o quelle energetiche) potrebbero produrre a cascata blocchi di altri sistemi nelle nazioni più avanzate ove il progresso viene progettato e realizzato. In conseguenza potremmo tornare di nuovo al medioevo” (dalla prefazione pubblicata nel 2000).

Questa preoccupazione è pure mia, anche se non ho la formazione culturale e professionale di Roberto Vacca.

Chi, come me, oggi ha un’età tra i cinquanta e i settanta ed è in attività, ha visto rivoluzionare completamente, negli ultimi decenni, il modo di operare: i sistemi informatici, che erano inizialmente solo uno strumento, sono diventati il “tutto”. Qualsiasi settore amministrativo lavora, esiste e sussiste solo grazie ad essi. Milioni e milioni di dati sono gestiti da server remoti e la “dematerializzazione”, parola orribile come la sua prassi, è diventata il leitmotiv di ogni campo amministrativo pubblico o privato (ma esiste ancora qualcosa di privato? Annoto en passant: il famigerato “comunismo”, demonizzato proprio perché voleva annullare il “privato”, è stato abbondantemente surclassato dai “grandi sistemi”).

La carta è ormai ritenuta superflua per conservare documenti: in questo c’è, è vero, una ragione ecologica, ma il potere dei “grandi sistemi” si è rivestito di ecologia solo per garantire se stesso, caso lampante di “ideologia sovrastrutturale” (accidenti, sono antico: ho citato Marx!).

Mi chiedo: la carta è voluminosa ed è soggetta a deperimento. I documenti informatici, dematerializzati, occupano uno spazio tendente a zero e non sono soggetti a deperimento, però hanno un difetto non trascurabile: possono scomparire e non solo per errore od atto delittuoso umano o deficienza della macchina, che è, questa sì, fatta di materia corruttibile, ma anche per “catastrofica” azione dei campi magnetici. L’influenza del vento solare, che, finora, ha provocato solo stupende aurore boreali e, talvolta, qualche disturbo nelle telecomunicazioni, potrebbe avere conseguenze catastrofiche per i “grandi sistemi”. Non è fantascienza, come sanno bene scienziati ed ingegneri.

Certo: i server centrali sono dotati di grandi sistemi di protezione, ma basta un attimo, una frazione di secondo, di un’azione magnetica naturale o provocata, per distruggere milioni e milioni di dati e, con essi, anni di lavoro. Sono convinto che già ora le grandi potenze, Cina in testa, dispongono di strumenti adatti ad annientare gli archivi informatici del nemico potenziale. Internet, inventato proprio per ragioni militari, non basterebbe a tutelare le memorie dei “grandi sistemi”.

Nel passato furono distrutte biblioteche di inestimabile ricchezza, penso a quella Alessandrina, ad esempio. Molto si perse, ma la memoria umana seppe, per normale allenamento, recuperare gran parte del proprio patrimonio. La perdita della memoria dei grandi sistemi, invece, sarebbe una catastrofe epocale: la fine di una fase della civiltà umana. Dopo una crisi di questa portata, se ci saranno ancora studiosi della storia, se, cioè, la nuova civiltà medioevale sentirà ancora la necessità di indagare e capire il passato, sarà più facile conoscere le vicende dell’antico Egitto che quelle di cinquant’anni prima. L’antico Egitto, infatti, progettò e realizzò monumenti con una prospettiva tendente all’eternità; la nostra attuale civiltà scrive la sua storia su strutture labili: pensa solo al proprio effimero hic et nunc.

(*)   http://www.printandread.com/download/medioevofree.pdf

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una donna francese

1 Luglio 2014 Nessun commento

“La prima volta non ho capito niente, VISTO niente. Poi, ho cominciato a vedere una donna francese e poi ho smesso di cercare. Ecco. La donna francese dev’essere caduta nello stesso errore.”

 Marguerite Duras, Il mare scritto, Archinto, 1996, traduzione di Maria Sebregondi.

Parlo dell’autrice nel post: La complicità del mare scritto da Marguerite Duras

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