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Archivio Gennaio 2014

Il maialino di Sant’Antonio Abate

16 Gennaio 2014 Nessun commento

Sant’Antonio Abate (1), nato in Egitto intorno al 251 e morto nella sua terra il 17 gennaio del 356, è una di quelle figure del Cristianesimo antico su cui si potrebbe scrivere all’infinito, ed anche per questo sono onorato che sia il mio Santo protettore.

Pochi decenni dopo la sua morte il suo discepolo Atanasio compose La vita di Antonio, di cui possediamo sia la versione greca che quella latina. L’edizione critica del testo latino di G.J.M. Bartelink, con la traduzione di Pietro Citati e Salvatore Lilla, è reperibile nella collana Lorenzo Valla della Mondadori. Un’altra edizione, curata e tradotta dal testo greco da Lisa Cremaschi, è reperibile presso le Paoline.

Sul web, all’indirizzo: 

http://www.gspa.it/work/Benedettine/PDF/Atanasio.pdf è possibile scaricare un’altra versione di autore a me ignoto. Sempre su web, sul sito della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, è scaricabile un ottimo studio dell’opera:

http://www.teologiamilano.it/ppd_teologiamilano/51/materiale/ATANASIO_LA_VITA_DI_ANTONIO_I.pdf. (2)

Ho sempre attribuito alla tradizione iconografica medioevale, dove spesso il diavolo ha sembianze suine (probabilmente per influenza del passo evangelico dell’ indemoniato di Cerasa/ Gerasa in Marco, 5,1-20, ed anche Matteo, 8,28-34 e Luca, 8,26-39) la ragione della presenza del maialino ai piedi del Santo. Così non è, come si evince dalla lettura della Vita di Antonio, dove è pur vero che si dice: “il diavolo può assumere varie forme” (cap 9), ma mai vi compare con le sembianze del maiale.

In realtà, come ben spiega il Cattabiani, in Calendario, Rusconi, pagg. 125-133, la ragione della presenza del maialino è legata sia ad alcune leggende sia ad influenze culturali di diversa provenienza ed epoca, nonché, ma più difficilmente, a possibili forme di sussistenza delle comunità dei monaci Antoniani.

È ovvio che la consuetudine dei contadini occidentali di macellare il maiale, all’incirca, entro la metà di gennaio, abbia fatto della ricorrenza onomastica del 17 gennaio la festa di Sant’Antonio del porcello.

Altro elemento dell’iconografia del Santo è il bastone: talvolta provvisto di campanella, simbolo di morte e resurrezione, più spesso a forma di Tau. Si può vedere a proposito di questo simbolo il mio post:

http://antoniosampietro.blog.tiscali.it/2013/04/02/il-tau-francescano/

Nella foto (mia) sopra a destra: la statua del Santo nella Chiesa di San Vincenzo in Cernobbio. Il Santo, alla sinistra del presbiterio, è raffigurato con il bastone provvisto di campanella e con il maialino ai piedi.

Una ricercatrice, Laura Fenelli, ha dedicato al Santo e alle tradizioni che gli si riferiscono, uno studio molto approfondito, che, mi auguro, sarà oggetto di un post successivo. Il libro è uscito presso Laterza con il titolo Dall’eremo alla stalla.

(1) Il titolo di “abate” deriva dal latino ecclesiastico “abbas”, a sua volta derivato dall’aramaico “abba”, (“padre”, o, meglio “papà” o “babbo”: così Gesù si rivolgeva al Padre nelle preghiere). Ai tempi di Sant’Antonio, in Siria e in Egitto, era un titolo onorifico attribuito ai monaci più anziani e “santi”, senza alcun riferimento ad una particolare autorità sulle comunità religiose, come invece avverrà, poi, in Occidente.

(2) nota del 17.01.2015: questa pagina non è più accessibile senza password

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Dal “Gesù storico” al “Rispetto per la Vita”

11 Gennaio 2014 Nessun commento

È uscito recentemente il libro di Bart D. Ehrman, Gesù è davvero esistito? Un’inchiesta storica, Mondadori. L’indagine sul Gesù storico ha i suoi inizi con l’Età dei Lumi ed è elaborata soprattutto in campo protestante, dove, però, Albert Schweitzer sembrava aver messo la parola fine.

G. Bornkamm scrive, infatti, nel suo libro Gesù di Nazareth, Claudiana, che Schweitzer, nella sua opera classica Storia della ricerca sulla vita di Gesù, uscita nel 1901, “ha consacrato” alla ricerca sul Gesù storico “un monumento, ma al tempo stesso ne ha pronunziato il discorso funebre”.

Mi sembra interessante notare come un teologo protestante, e quindi credente, abbia rinunciato di fatto all’impresa, mentre uno storico non credente come Ehrman, pubblichi, oggi, la sua inchiesta storica, peraltro molto interessante.

Da una parte lo storico non credente sostiene, contro la teoria cosiddetta “miticista” la storicità di Gesù, privandola, tuttavia, di ogni connotato divino, dall’altra il teologo credente, invece, intuisce l’impossibilità e la sostanziale inutilità, per chi ha fede, di determinare i dettagli storici della figura di Gesù: un credente deve, piuttosto, farsi carico del messaggio evangelico.

Concordo con Schweitzer, benché mi interessino molto le opere dedicate al Gesù storico e alle origini del Cristianesimo.

Com’è noto Schweitzer, lasciati gli studi di teologia, si laureò in medicina e lasciò l’Europa per realizzare quel meraviglioso sogno cristiano che è l’Ospedale di  Lambaréné nella foresta equatoriale del Gabon.

Di questa generosa avventura e delle sue conseguenze si occupò in diverse pubblicazioni di alto livello, anche da un punto di vista della realizzazione grafico-editoriale, Luigi Grisoni (1).

Cito in particolare, perché fanno parte della mia biblioteca e quindi conosco direttamente:

Albert Schweitzer e il Rispetto per la Vita, Editrice Velar, 1995 e Albert Schweitzer. Una sfida per il Terzo Millennio, Editrice Velar, 1999.

Nella prima opera, arricchita da un’accurata documentazione iconografica, Grisoni evidenzia un aspetto della poliedrica figura di Schweitzer: non solo teologo, non solo storico, non solo valente organista, non solo medico missionario, ma anche precursore di una filosofia ecologista coerente con la sua scelta evangelica.

Nella seconda opera, completata da un cd che raccoglie alcune esecuzioni di Bach dell’organista Schweitzer, nonché da un video documentario con filmati originali sulla vita del Grande Alsaziano, Grisoni pone la figura di Schweitzer come “sfida” per il Terzo Millennio. È una sfida davvero, perché sono convinto che se l’umanità non saprà fare propria la grande intuizione di Schweitzer, la sua opzione per il “rispetto per la vita”, nessun progresso sarà possibile e sarà la fine del nostro mondo.

Durante un viaggio sul fiume Ogooyé “mi ero proposto – scrive Schweitzer – di riflettere in profondità sulla formazione di una cultura che fosse capace di maggiore energia e profondità della nostra. (…)

Al tramonto del terzo giorno, ci trovammo nei pressi del villaggio di Igendja, e dovevamo costeggiare un isolotto, in quel tratto di fiume largo oltre un chilometro. Sopra un banco di sabbia, alla nostra sinistra, quattro ippopotami con i loro piccoli si muovevano nella nostra stessa direzione. In quel momento, nonostante la grande stanchezza e lo scoraggiamento, mi venne in mente improvvisamente l’espressione ‘rispetto per la vita’, che, per quanto io sappia, non avevo mai sentito né letto. Mi resi conto immediatamente che questa espressione aveva in sé la soluzione del problema che mi stava assillando. Mi venne in mente che un’etica che prenda in considerazione soltanto il nostro rapporto con altri esseri umani è un’etica incompiuta e parziale, e perciò non può possedere una piena energia. (…)

Capii subito con chiarezza che quest’etica, semplice e completa, possedeva una profondità totalmente diversa dall’etica che si occupa soltanto del rapporto tra esseri umani, ed anche una vivacità completamente diversa ed un’energia totalmente nuova.

Con l’etica del rispetto per la vita entriamo in un rapporto spirituale con l’universo.” (Citato in: Luigi Grisoni, Albert Schweitzer e il Rispetto per la Vita, op. cit., pagg. 77-78)

Il “rispetto per la vita” di Schweitzer non è solo una doverosa presa di coscienza evangelica che scaturisce dalla parola di Gesù, storicamente presente nella nostra cultura, ma è anche un modo necessario e indispensabile perché l’ intelligenza umana coesista e sopravviva progredendo assieme all’intelligenza dell’universo.

Schweitzer, insomma, inizia giustamente dal Gesù storico per fondare il punto di partenza di un percorso che si snoda prima nella foresta equatoriale della solidarietà umana e che poi giunge, aiutato sicuramente anche dalla passione per la musica e per la sua armonia, all’intelligente consapevolezza che il rispetto per la vita è la ragione stessa della nostra esistenza.

(1)   Breve nota biografica di Luigi Grisoni, nato a Como nel 1937 e morto a Roma nel 2001. Nella foto mentre presenta a Papa Giovanni Paolo II uno dei suoi libri dedicati a Schweitzer

Figura di educatore e ricercatore, si occupò particolarmente di istruzione a distanza e di utilizzo di mezzi multimediali nella didattica. Fondò la scuola “Achille Grandi” di Cantù, in provincia di Como, di cui era particolarmente orgoglioso. La sua passione giovanile per Schweitzer lo portò ad occuparsi concretamente delle attività missionarie in Africa. In particolare si interessò all’Ospedale di Lambaréné nel Gabon, e si occupò di telemedicina per collegare gli ospedali del Gabon con le strutture italiane. Si attivò, come ho già detto, per diffondere anche in Italia il messaggio/sfida del Grande Alsaziano, con cui condivideva anche la passione per la musica d’organo. Si definiva con autoironia “organista della domenica” e, infatti, partecipava alla liturgia domenicale suonando l’organo. Fu docente di Scienza della Comunicazione presso l’Università Europea di Bruxelles.

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felice anno nuovo

1 Gennaio 2014 Nessun commento


DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE

Tratto da: Giacomo Leopardi, Operette Morali

 Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

(Evidentemente io sono più “antico” di Leopardi: ho vissuto la felicità e vorrei rivivere gli anni felici del mio passato. Perché dico di essere più “antico” di Leopardi? Nell’Evo antico gli uomini guardavano con speranza al ritorno dell’Età dell’oro. Non desideravano, dunque, un futuro migliore, come faranno gli uomini dell’Età moderna: desideravano, nella sostanza, un futuro che li potesse riportare nel passato. Così io, oggi…)

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