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Archivio Agosto 2013

Mediterraneo

11 Agosto 2013 Nessun commento

È mia consuetudine, al ritorno dalle vacanze marine, pubblicare parole e immagini frutto di quell’esperienza.

Quest’anno mentre passeggiavo lungo la splendida pineta di Pineto, in Abruzzo, mi è capitato di ricordare un libro letto non pochi anni fa. Si tratta di “Mediterraneo, lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione”, uscito per la prima volta in Italia nel 1987 e riedito più volte da Bompiani fino al 2008, credo. Il libro, che non a caso acquistai all’Isola d’Elba, è introdotto e guidato, più che curato, da Fernand Braudel (1902-1985), esponente di spicco della École des Annales. Più che un volume di storia è una vera finestra globale sul mondo del Mediterraneo. Un libro che dovrebbe invitare alla tolleranza e alla pace perché ci spiega che qui, attorno al nostro mare, siamo tutti più stranieri che indigeni: piante, animali e genti. A dimostrazione di questo riproduco di seguito l’introduzione, dove evidenzio in grassetto le parole dedicate alle piante del Mediterraneo: mi sembrano un bell’esempio, naturale, di integrazione.

Questo libro parla anche di migrazioni, ma non poteva immaginare, quasi trent’anni fa, che il Mediterraneo avrebbe vissuto un fenomeno migratorio con le proporzioni attuali. Forse credeva possibile uno scenario di pace, che, invece, non si è realizzato.

La Storia umana non ci ha ancora fatto comprendere che la coesistenza e la tolleranza sono una necessità economica prima ancora che un dovere etico.

Introduzione di Fernand Braudel a: Mediterraneo, lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione (ho evidenziato in grassetto, come ho detto prima, la parte relativa alle piante):

“In questo libro, le imbarcazioni navigano; le onde ripetono la loro canzone; i vignaioli discendono dalle colline delle Cinque Terre, sulla Riviera genovese; in Provenza e in Grecia si bacchiano le olive; i pescatori tirano le reti sulla laguna di Venezia; i carpentieri costruiscono barche, uguali oggi a quelle di ieri… E ancora una volta, guardandole, ci ritroviamo fuori del tempo.

   Quel che abbiamo voluto tentare è un incontro costante di passato e presente, l’ininterrotto trascorrere dall’uno all’altro, un concertato senza fine liberamente eseguito a due voci. Se tale dialogo, con i suoi problemi che si riecheggiano reciprocamente, anima la nostra opera, potremo dire di aver conseguito lo scopo. La storia non è altro che una continua serie di interrogativi rivolti al passato in nome dei problemi e delle curiosità – nonché delle inquietudini e delle angosce – del presente che ci circonda e ci assedia. Più di ogni altro universo umano ne è prova il Mediterraneo, che ancora si racconta e si rivive senza posa. Per gusto, certo, ma anche per necessità. Essere stati è una condizione per essere.

   Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell’ultramoderno: accanto a Venezia, nella sua falsa immobilità, l’imponente agglomerato industriale di Mestre; accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei  fondi marini o le enormi petroliere. Significa immergersi nell’arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare.

    Tutto questo perché il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi,  idee, religioni, modi di vivere. E anche le piante. Le credete  mediterranee. Ebbene, a eccezione dell’ulivo, della vite e del grano – autoctoni di precocissimo insediamento – sono quasi  tutte nate lontano dal mare. Se Erodoto, il padre della storia, vissuto nel V secolo a.C., tornasse e si mescolasse ai turisti di oggi, andrebbe incontro a una sorpresa dopo l’altra. “Lo immagino,” ha scritto Lucien Febvre, “rifare oggi il suo periplo del Mediterraneo orientale. Quanti motivi di stupore! Quei frutti d’oro tra le foglie verde scuro di certi arbusti – arance, limoni, mandarini – non ricorda di averli mai visti nella sua vita. Sfido! Vengono dall’Estremo Oriente, sono stati introdotti dagli arabi. Quelle piante bizzarre dalla sagoma insolita, pungenti, dallo stelo fiorito, dai nomi astrusi – agavi, aloè, fichi d’India -, anche queste in vita sua non le ha mai viste. Sfido! Vengono dall’America. Quei grandi alberi dal pallido fogliame che pure portano un nome greco, eucalipto: giammai gli è capitato di vederne di simili. Sfido! Vengono dall’Australia. E i cipressi, a loro volta, sono persiani. Questo per quanto concerne lo scenario. Ma quante sorprese, ancora, al momento del pasto: il pomodoro, peruviano; la melanzana, indiana; il peperoncino, originario della Guyana; il mais, messicano; il riso dono degli arabi; per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco, montanaro cinese divenuto iraniano, o del tabacco.” Tuttavia, questi elementi sono diventati costitutivi del paesaggio mediterraneo: “Una Riviera senza aranci, una Toscana senza cipressi, il cesto di un ambulante senza peperoncini… che cosa può esservi di più inconcepibile, oggi, per noi?” (Lucien Febvre, in “Annales”, XII, 29).

   E a voler catalogare gli uomini del Mediterraneo, quelli nati sulle sue sponde o discendenti di quanti in tempi lontani ne solcarono o ne coltivarono le terre e i campi a terrazze, e poi i nuovi venuti che di volta in volta lo invasero, non se ne trarrebbe la stessa impressione che si ricava redigendo l’elenco delle sue piante e dei suoi frutti?

   Nel paesaggio fisico come in quello umano, il Mediterraneo crocevia, il Mediterraneo eteroclito si presenta al nostro ricordo come un’immagine coerente, un sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in un’unità originale. Come spiegarla? Come spiegare l’essenza profonda del Mediterraneo? Sarà necessario moltiplicare gli sforzi. La spiegazione non risiede soltanto nella natura, che pure molto ha operato in tal senso, né soltanto nell’uomo, che ha ostinatamente legato insieme il tutto, ma del confluire dei favori e delle maledizioni – numerosi entrambi – della natura e degli sforzi molteplici degli uomini, ieri come oggi. In un susseguirsi interminabile, insomma, di casi, incidenti, reiterati successi.

   Il fine di questo libro è di dimostrare che tali esperienze e tali successi si comprendono soltanto se considerati complessivamente, e soprattutto che devono essere posti a raffronto, che spesso è opportuno esaminarli alla luce del presente, che è a partire da quanto si vede oggi che si può giudicare e capire l’ieri – e viceversa. Il Mediterraneo è una buona occasione per presentare un “altro” modo di accostarsi alla storia. Il mare infatti, quale lo conosciamo e lo amiamo, offre sul proprio passato la più sbalorditiva e illuminante delle testimonianze.”

Fernand Braudel (a cura di), Mediterraneo, lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, Bompiani, 1987, traduzione di Elena De Angeli.

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