Archivio

Archivio Maggio 2013

Peniel, faccia di Dio

17 Maggio 2013 Commenti chiusi

 

“24 E Giacobbe restò solo; ed un uomo lottò con lui fino all’apparir dell’alba. 25 Ed esso, veggendo che non lo potea vincere, gli toccò la giuntura della coscia; e la giuntura della coscia di Giacobbe fu smossa, mentre quell’uomo lottava con lui. 26 E quell’uomo gli disse: Lasciami andare; perciocchè già spunta l’alba. E Giacobbe gli disse: Io non ti lascerò andare, che tu non mi abbi benedetto. 27 E quell’uomo gli disse: Quale è il tuo nome? 28 Ed egli disse: Giacobbe. E quell’uomo gli disse: Tu non sarai più chiamato Giacobbe, anzi Israele; conciossiachè tu sii stato prode e valente con Dio e con gli uomini, ed abbi vinto. 29 E Giacobbe lo domandò, e gli disse: Deh! dichiarami il tuo nome. Ed egli disse: Perchè domandi del mio nome? 30 E quivi lo benedisse. E Giacobbe pose nome a quel luogo Peniel; perciocchè disse: Io ho veduto Iddio a faccia a faccia; e pur la vita mi è stata salvata. 31 E il sole gli si levò come fu passato Peniel; ed egli zoppicava della coscia. 32 Perciò i figliuoli d’Israele non mangiano fino ad oggi del muscolo della commessura dell’anca ch’è sopra la giuntura della coscia; perciocchè quell’uomo toccò la giuntura della coscia di Giacobbe, al muscolo della commessura dell’anca”.

Sacra Bibbia (Diodati 1607)/Vecchio Testamento/Genesi/capitolo 32

Note: Peniel (o Penuel, o altre varianti) è il nome di una città di importanza strategica vicina al Giordano presso il guado dello Iabbok (Jabboq), forse identificabile con l’odierna Tulul ed-Dahab. Il nome significa, probabilmente, “faccia di Dio”.

 

Pochi passi dell’Antico Testamento mi hanno colpito come questo, dove un uomo, Giacobbe, lotta con Dio stesso e ne ha benedizione e menomazione.

Nell’arte figurativa questo episodio viene rappresentato come una lotta tra Giacobbe e un angelo: in fondo a quest’articolo vi è un esempio.

Anche i commentatori generalmente parlano di una lotta con un personaggio misterioso, perlopiù un angelo. Così dice perfino Erri De Luca (in Una nuvola come tappeto, Feltrinelli).

Invece il passo è chiarissimo: “tu sii stato prode e valente con Dio”, “E Giacobbe pose nome a quel luogo Peniel; perciocchè disse: Io ho veduto Iddio a faccia a faccia”. L’autore del testo non lascia spazio ad alcun dubbio: il personaggio che colpisce e poi benedice Giacobbe è Dio. (Si veda anche Sergio Quinzio in Un commento alla Bibbia, Adelphi).

Se è vero che nella letteratura antica non mancano episodi di lotta fisica tra uomini e dei; se è pur vero che quasi tutta la Bibbia è la descrizione della lotta continua tra i desideri degli uomini e la volontà di Dio, che talvolta sfocia nell’azione violenta del Creatore; è anche vero, credo, che non ci siano nella Bibbia altri episodi di una lotta corpo a corpo tra un uomo e Dio, il Dio di Abramo, Isacco e, appunto, Giacobbe.

Mi sembra che l’unicità di questo brano sia stata quasi aggirata da molti commentatori.

Gianfranco Ravasi (in La Bibbia per la famiglia, Editore San Paolo) indica alcune possibilità interpretative. Nella letteratura antica si incontrano frequenti tentativi di spiegare un toponimo con un avvenimento: la lotta di Giacobbe potrebbe essere, quindi, un tentativo di dare una spiegazione al nome Peniel (Faccia di Dio). Sempre nella letteratura antica incontriamo miti che vorrebbero spiegare l’origine di usanze o prescrizioni alimentari: la lotta di Giacobbe in questo caso servirebbe a spiegare l’origine di una abitudine alimentare (“Perciò i figliuoli d’Israele non mangiano fino ad oggi del muscolo della commessura dell’anca ch’è sopra la giuntura della coscia”).

Inoltre Ravasi afferma: “Nella visione antica del mondo le forze della natura, che spesso erano sentite ostili e minacciose, venivano personificate, e rappresentate come divinità. Così accade anche per il fiume Iabbok: la difficoltà di attraversare il guado veniva intesa come una lotta che si doveva affrontare con lo ‘spirito del fiume’. A questo elemento se ne può aggiungere un altro: i fiumi molto spesso segnavano i confini tra territori di tribù diverse. Lo ‘spirito del fiume’ quindi proteggeva i confini stabiliti”. È vero: in questo brano Giacobbe deve attraversare il fiume Iabbok (o Jabboq), con tutto il carico di ansie che ciò comporta. Forse anche i miti arcaici possono essere una fonte di questo episodio, ma non bastano a motivare la sua esistenza.

Enzo Bianchi (in Dio, dove sei?, Rizzoli) scrive: “Lotta sconvolgente quella di Giacobbe, che è metafora di ogni lotta umana con Dio; perché prima o poi gli uomini giungono a conoscere anche il combattimento con Dio”. Concordo, ma non mi piace ridurre questo episodio ad una metafora (si veda nel mio post precedente “Ascensione” che cosa penso della metafora).

Thomas Römer (in I lati oscuri di Dio, Claudiana) mette in relazione questo episodio con quello descritto in Esodo 4, 24-26, dove Dio in persona minaccia la vita di Mosè. Römer non concorda con gli esegeti che vorrebbero vedere in questi passi dei reperti arcaici. In realtà la violenza di Dio in alcuni luoghi biblici scandalizza e viene attribuita ad un preesistente mondo pagano. Mi piace come conclude Römer: “La maggioranza dei grandi testi religiosi dell’umanità contiene racconti in cui una divinità si accanisce contro un uomo, spesso senza motivi apparenti. Tali testi ricordano all’essere umano la fragilità della sua esistenza, ma anche quella delle sue concezioni teologiche. Dove Dio appare come un Dio oscuro, perfino crudele, rimane al credente una sola soluzione: imparare da Giobbe. Questi, nel momento stesso in cui denuncia con un’audacia inaudita la crudeltà di Dio non ha altra risorsa che esclamare: ‘Io so che il mio Redentore vive’ (Giob. 19,25) e appellarsi così a Dio, contro Dio”.

Quello che mi rimane dopo la lettura di questo passo della Genesi è un forte turbamento. Ogni tentativo di commento lascia sfuggire qualcosa. Il versetto “tu sii stato prode e valente con Dio e con gli uomini, ed abbi vinto” sconvolge ogni “perbenismo” teologico: l’autore dimostra una fede sicura e non teme di descrivere una lotta tra uomo e Dio, dove Dio cede.

Scrivevo in un post di gennaio del 2005:

Parlami, se puoi.

Ti ho liberato dalle prigioni degli uomini: ora grida, mostrati: perché mi tormenti con il tuo silenzio assordante?

Sei l’immutabile, altro ed unico, o, piuttosto, il divenire verso l’inimmaginabile complessità?

Dimori tra noi o sei la nostra inafferrabile essenza?

Parlami.

Nel vuoto interatomico e nello spazio cosmico dispieghi la tua onnipotenza o riveli la tua tensione ad essere?

Esisto perché tu mi hai pensato o perché io ti possa pensare?

Parlami, io ti parlo.

 

La lotta con Dio continua, dunque, e credo non possa avere fine, anche se, nel maggio del 2008, concludevo un post con queste parole:

Lottare con Dio a Peniel non serve: vincere o perdere non cambia la vita.

Oggi penso che, forse, solo alla fine, solo all’ultimo respiro, potremo sapere se abbiamo vinto o perso: “Siamo ancora sul guado dello Jabboq, e non è ancora spuntata l’aurora” (Paolo De Benedetti).

Leon Bonnat, Giacobbe e l’angelo, foto di Enzo Bianchi (invece la foto di copertina è mia)

Ascensione

11 Maggio 2013 Commenti chiusi

Risali il declivio oltre il lariceto, e arranca lungo il sentiero che aggira lo sfasciume: dalla vetta, irta e assolata, lo sguardo spazierà, purché ti lasci respirare la vertigine.

Rifiuta la metafora, stupida idiozia dei poeti.

Accarezza le cime lontane e, poi, l’ondeggiare sottostante delle chiome. Scruta delle tempeste i mostruosi schianti ed ogni altro reperto della violenza cosmica.

Nessun dio ha inventato per te una nuova forma di pensiero.

 

Scrivevo queste parole in un post di maggio del 2005.  Maggio è normalmente il mese in cui ricade la festività cristiana dell’Ascensione.

L’ascensione è anche un topos letterario, spesso carico di religiosa sacralità. Delle ascensioni bibliche parla, meglio di me, Erri De Luca in molte sue pagine (in particolare: “E disse” e “Sottosopra. Alture dell’Antico e del Nuovo Testamento”).  Cito da “E disse”: “Mosè, primo alpinista, è in cima al Sinai. Inizia così il suo corpo a corpo con la più potente manifestazione della divinità.”

ASCENSIONE e ASCESI non hanno la stessa etimologia, ma si somigliano. In effetti l’ascensione è una sorta di metafora concettuale: infatti le metafore concettuali impiegano tipicamente un concetto astratto come obiettivo e un concetto concreto o fisico come sorgente.

In questo senso può essere letta la più famosa “ascensione” della letteratura italiana: l’epistola del Petrarca “Ascesa al Monte Ventoso” del 1336 (1) .

 “Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d’aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare ed ammirare ciò che ero venuto a vedere: m’ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l’ombra del monte s’allungava. I Pirenei, che sono di confine tra la Francia e la Spagna, non si vedono di qui, e non credo per qualche ostacolo che vi si frapponga, ma per la sola debolezza della nostra vista; a destra, molto nitidamente, si scorgevano invece i monti della provincia di Lione, a sinistra il mare di Marsiglia e quello che batte Acque Morte, lontani alcuni giorni di cammino; quanto al Rodano, era sotto i nostri occhi. Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato, io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio a testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: «e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande”.

(Francesco Petrarca, citazione dall’ Epistola a Dionigi di Borgo San Sepolcro, Rerum familiarum libri, IV 1, traduzione dal latino di U. Dotti).

(1)   Il Mont Ventoux è un massiccio montuoso della Provenza, la cui cima raggiunge i 1.912 metri. Dopo la prima, celebre ascensione al Ventoux fatta dal Petrarca il 26 aprile del 1336, la montagna non fu più affrontata fino al 1700.

L’epistola del Petrarca merita di essere letta nel suo testo completo. Ho citato la parte quasi conclusiva, utile per portare a termine anche la mia esposizione.

Spesso capita nella vita quotidiana che l’osservazione della natura, o di alcuni fatti naturali, ci porti ad elaborare pensieri più “elevati”: osserviamo dall’altezza di una cima la vita sottostante e viviamo l’esperienza come una similitudine d’altro, magari più spirituale. Una sorta, appunto, di metafora concettuale che in qualche modo ci costringe a disprezzare la natura a favore dell’anima.

Crediamo, quasi con fastidio, di essere “nella natura” e dimentichiamo, invece, che noi “siamo” natura. Ogni nostra forma di pensiero “è” natura, compreso ogni tipo, anche il più elevato, di ascesi spirituale: nessun dio ha inventato per noi altro che questo.

In un post di giugno del 2005 (In forma di rosa incantata) scrivevo a proposito di una rosa sbocciata tardivamente, a fine novembre, e rimasta fiorita, quasi immortalata dal freddo, fino alle prime piogge di primavera:

In apparenza lieve, la pioggia del bel tempo

ti sfoglia ad uno ad uno i petali.

Brevi i giorni fulgidi e attivi di vita ronzante,

poi, esaurita l’offerta, eri rimasta come scolpita

in una incredibile, immota fissità.

Illudevi, caparbia, la mia mente indocile

non con il fotofinish di una vittoria,

ma con il tuo fermo immagine perentorio

quasi sprezzante.

Ancora una volta vorrei che nessuno

pensasse a te come ad un’inutile metafora.

Altro sei: non la parvenza della vita,

ma la vita stessa,

il suo apparire e sparire

 

incantando i sensi.

 

Non parlavo, quindi, di quella rosa come se fosse un simbolo del mistero della vita: parlavo di quella rosa perché era, pur essa concreta e reale, il mistero della vita e della nostra anima, su questa terra.

Del resto proprio gli Angeli dicono ai discepoli di Gesù, che hanno lo sguardo teso al cielo dell’Ascensione: “Uomini Galilei, perché vi fermate riguardando verso il cielo?” (Atti degli Apostoli, 1,11. Traduzione di Giovanni Diodati).

 

Categorie:On the road Tag: