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Archivio Ottobre 2012

L’umile eroismo dell’Utopia

5 Ottobre 2012 Nessun commento

“Le metamorfosi in atto nell’Est europeo, nei paesi del socialismo reale (ma sarebbe sufficiente uno sguardo alle profonde trasformazioni della nostra vita quotidiana), mettono in discussione un luogo comune (una dialettica?), secondo il quale, per comprendere e modificare una realtà, bisogna porsi in un Altrove nello spazio e nel tempo Questa operazione conduce al Progetto e il Progetto è il luogo comune, l’idea fissa destinata alla disfatta, l’idea che, prima di cedere, ispira disastri. Giorni fa il nostro supplemento “Cuore” ha messo in colonna, insieme ai morti per mano mafiosa, come si fa per i libri più venduti o per i dischi di musica leggera, i numeri dei milioni di uomini e donne trucidati da Hitler, da Stalin, da Pol Pot e via di nome in nome, di cifra in cifra. Milioni di esseri umani sono stati sacrificati sull’altare della salvezza. Il sarcasmo e il cinismo di quella graduatoria (ma le cifre erano approssimate per difetto) ci dicono che non basta più la memoria e che è necessario far ricorso a tutti i mezzi consentiti dal rispetto per la vita umana per capire bene che ne ha ammazzati più quell’Altrove che la spada. O, se si vuole, ne ha ammazzati più la spada in nome del Progetto e del luogo comune, che le pestilenze abbattutesi sull’umanità nel corso dei secoli.

Eppure non è vero che per capire è necessario rifugiarsi nell’Altrove, luogo di onnipotenza, di processi e di sentenze, di giudizi pronunziati in nome di una pretesa perfezione. È vero invece che per capire bisogna, e non si dice cosa nuova, stare sul margine che non è luogo stabile ma precaria e mutevole linea di confine dove non è possibile fermarsi, dove non è consentito diventare uomo di dimora che aspetta il viandante al varco per ucciderlo perché straniero, perché diverso: perché fuori dalle leggi immutabili dell’Altrove in cui quell’uomo di dimora si rifugia.

Un disastroso snobismo (non quello che per esempio spingeva un James Boswell a cercare l’amicizia di Rousseau e di Voltaire: quella fu nevrosi condita di intelligenza e di humour) si è trasformato in delirio di onnipotenza. Parve facile, a un certo punto, aiutare, anzi provocare perfette secolarizzazioni, facili occupazioni del futuro. Non si ripeterà mai abbastanza che il risultato ha ormai un nome in cui si riassume quel delirio: Auschwitz.

Si è già accennato in altra occasione a Simone Weil e al suo discorso intorno all’onnipotenza e all’abdicazione. Dio, creando tutte le cose e l’uomo, avrebbe compiuto un atto di abdicazione e non già di onnipotenza. È un discorso che continua in Hans Jonas, nel suo saggio sul concetto di Dio dopo Auschwitz, da poco pubblicato in italiano nelle edizioni del Melangolo. È un tema che riguarda più l’uomo che Dio. Se Dio ha piegato la propria onnipotenza fino all’abdicazione, perché l’uomo non dovrebbe poter rinunciare al suo delirio? È capace di tanto l’uomo imperfetto creato da un Dio perfetto? O è più forte la volontà di fare di sé un Dio perfetto e onnipotente che non piega la propria onnipotenza fino all’abdicazione?

Rinchiuso nei suoi perfetti Altrove, l’uomo ha dimenticato se stesso, le proprie sofferenze, la propria imperfezione. Non ha abdicato. Ha creato un’immagine perfetta di sé e l’ha proiettata nel futuro. Il risultato di questo atto di creazione è stata una cultura della morte: sia sacrificato l’esemplare umano che non somigli o rifiuti di somigliare a quell’immagine. Di qui, le soluzioni finali. Pare che qualcosa cambi. Nel mondo dell’interdipendenza sembra farsi strada una cultura della solidarietà e delle soluzioni ragionevoli. Una cultura del margine. Salvo imprevisti.”

Ottavio Cecchi, Uomo, sii umile come Dio, in “l’Unità”, 19 agosto 1989

Quando lessi questo articolo di Ottavio Cecchi, su “l’Unità” dell’agosto 1989, ne rimasi letteralmente affascinato. Lo ritagliai e lo inserii nel mio archivio, anzi: ne appesi una copia nella bacheca del mio ufficio. In quello stesso periodo lo citai nella mia tardiva laurea in Storia del Cristianesimo.

Erano gli anni della fine dell’impero sovietico e un po’ tutti guardavamo al futuro con qualche speranza: erano entrati definitivamente in crisi i sistemi ideologici che avevano determinato la storia del Novecento. Se il ’45, da una parte, aveva spazzato via i totalitarismi nazi-fascisti lasciando in vita solo alcune loro derivazioni, dall’altra aveva dato forza allo stalinismo che avrebbe costituito ancora, almeno fino al ’68, un modello ideologico di notevole richiamo. Con la caduta del muro di Berlino nel 1989 crollava anche la speranza degli ultimi nostalgici filo sovietici.

L’articolo di Ottavio Cecchi esprimeva benissimo questo sollievo: finiti i sistemi ideologici, nasceva la speranza di un mondo più tollerante e, come si suole dire, migliore.

La storia degli anni successivi ci ha dimostrato, invece, che la speranza era assolutamente priva di fondamento. Avevamo evitato la “Terza guerra mondiale”, ma il mondo da allora ha vissuto e vive numerosi e vasti conflitti armati. Anzi: la scomparsa di uno dei due imperi-guardiani del mondo (quello sovietico) ha determinato l’aumento della conflittualità armata e, comunque, delle tensioni striscianti.

Inoltre sono scaturite altre gravi conseguenze. Il crollo dell’impero sovietico ha indebolito il movimento socialista occidentale, anche la parte di esso che aveva preso da tempo le distanze dal modello sovietico. La mancanza di un’alternativa reale al mondo capitalista, ha inevitabilmente tolto forza contrattuale al movimento socialista: di questa crisi ha approfittato subito il sistema di potere finanziario che, in occidente, ha stritolato in una morsa la massa dei lavoratori subordinati. Una manovra ben riuscita anche perché, in un enorme paese come la Cina, il lavoro è sfruttato e costa pochissimo: fin quando le masse cinesi non prenderanno coscienza del proprio sfruttamento e si ribelleranno, la crisi in occidente non avrà soluzione.  

La seconda grave conseguenza mi riporta all’articolo di Ottavio Cecchi. Sostanzialmente lo scrittore vide nell’Altrove e quindi, dico io, nell’Utopia la causa fondamentale delle tragedie del Novecento: in nome di un Progetto, di un Altrove, si sono spinte verso macelli terrificanti milioni di persone. Tuttavia non solo i Progetti aberranti, come quello nazista, hanno provocato morte, distruzione e miseria, ma anche quelli fondamentalmente giusti. Oriana Fallaci nel suo libro Niente e così sia sostenne, a ragione, che “in nome della democrazia, del cristianesimo, della libertà, si massacra tanto bene quanto in nome del ’grande’ Reich.”    

Ma davvero in nome di questa verità storica possiamo rifiutare il Progetto, l’Altrove, l’Utopia?

Mi pare che il mondo attuale e la sua organizzazione sociale, privi come sono di un Progetto, mostrino con ogni evidenza il crollo di moralità e di benessere. Il malcostume generale imperante e la cloaca massima in cui siamo immersi, dimostrano che non possiamo progredire senza Progetto, Altrove ed Utopia.

Oggi non sono più d’accordo con le parole di Ottavio Cecchi: Brecht diceva che non è beata la terra con molti eroi, ma quella che non ha bisogno di eroi. Purtroppo dobbiamo costatare con realismo che abbiamo ancora bisogno di eroi. Abbiamo un disperato bisogno di umili eroi che sappiano ancora donarci un Progetto, un’Utopia e un Altrove, per poter uscire dalla cloaca.

Sarà importante, però, quando ne saremo usciti e se ne usciremo, impedire agli eroi di mandarci al macello in nome di un Progetto, di un’Utopia, di un Altrove.

Oggi, comunque, sto con Galeano e con la sua Utopia che ci fa camminare… salvo imprevisti. 

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