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Archivio Giugno 2011

figlie di padri scomodi

1 Giugno 2011 Commenti chiusi

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Quando nacque mia figlia, avevo la certezza che sarei stato un ottimo padre. La mia cultura e la mia esperienza di figlio – pensavo – mi avrebbero impedito di essere un padre che sbaglia e, inoltre, l’amore mi avrebbe sempre indicato la via giusta.

Per lungo tempo tenni nel mio ufficio alcune foto della mia piccola, accompagnate da queste due poesie di Raffaele Crovi (Elogio del disertore, Mondadori) che mi sembravano essere il giusto programma educativo:

 

NELLA STANZA ATTIGUA

 

La natura è viva,

la vita corta:

l’amore è incosciente

e la gioia ambigua.

 

Ma il bambino che arriva

ad aprire la porta

trova un padre paziente

nella stanza attigua.

 

 

AI MIEI FIGLI

 

Io sono stato educato alla prudenza,

al rispetto del mondo, all’onorabilità:

ma il cortese buonsenso è la scienza

che somma l’egoismo alla viltà.

 

Vi aiuterò, perciò, ad essere imprudenti,

ad essere sinceri, incauti, impertinenti,

a non temere gli altri, a vivere per loro,

a scoprire il marcio nel borghese decoro.

 

 

Oggi che mia figlia è adulta so, intuitivamente, di aver commesso errori o, quantomeno, di essere stato inadeguato.

So di non essere perfetto, ma non so quando e dove ho sbagliato. Intendo dire: talvolta l’altro percepisce come errori, o mancanze, quelli che noi riteniamo modi di essere o di agire normali e corretti. Questo, credo, riguarda tutti i rapporti, compresi, ovviamente, quelli tra genitore e figli, tra padre e figlia.

E’ curioso come spesso ci dimentichiamo che in ogni rapporto, anche in quelli dove sembra esserci una figura esclusivamente trasmittente ed una solo ricevente (ad esempio padre-figlia), vi è un continuo interscambio. I figli educano i padri, cioè accrescono in loro l’esperienza determinando cambiamenti profondi nel carattere e nel comportamento. I figli, inevitabilmente, influenzano la vita dei genitori. I padri, insomma, non hanno il gioco in mano. Teoricamente lo possono guidare, nel bene e nel male, ma di fatto non è così.

 

Leggendo il libro di Monica Morganti, Figlie di padri scomodi, mi sono reso conto, con notevole smarrimento, che le figlie hanno nei confronti del padre aspettative che io ignoravo. Mi sono reso conto che le figlie vorrebbero dal proprio padre una presenza e una consistenza che travalica, e molto, i limiti di un normale essere umano adulto di sesso maschile.

Ma il fatto curioso è che termino questa lettura sentendomi non carnefice ma vittima.

Per l’ennesima volta mi sento incompreso.

Il pensiero contemporaneo ha tolto al padre e al maschio il piedistallo e il trono. Ma non lo ha fatto con la volontà di distruggere tutti i troni, tutti i piedistalli.

Da giudici onnipotenti siamo diventati imputati omnicomprensivi: maschio/padre equivale a reo condannato.

Cito dalle pagine conclusive del libro:

 

In conclusione di questi due anni che mi hanno vista impegnata nella ri­flessione sul rapporto padre/figlia, credo di poter fare alcune, ulteriori, con­siderazioni generali:

 

  • non sappiamo in realtà chi sia nostro padre, come uomo;
  • il rapporto con lui è filtrato dalla figura materna, che ci racconta di lui quello che più le funziona, in termini di odio/amore;
  • siamo intrappolate in una visione totalmente dicotomica: principe azzur­ro/orco;
  • siamo ferme alla nostra infanzia/adolescenza per quanto riguarda il no­stro rapporto con lui;
  • quando parliamo di lui il linguaggio è totalmente emotivo, il che mostra un’assenza di qualunque riflessione cognitiva sulla sua funzione pater­na;
  • ci mancano le parole/gli strumenti per andare a guardare questo lega­me e provare a spiegarlo;
  • siamo del tutto inconsapevoli del fatto che la relazione con lui ha inciso sul nostro rapporto con il mondo esterno: il denaro, il potere, il lavoro, i nostri amori;
  • parlare con il padre/del padre è fatto sempre con estremo imbarazzo e pudore;
  • il padre è il grande assente… anche quando è presente.

 

L’esperienza della scrittura e del laboratorio, insieme, mi hanno fatto giungere alla conclusione che quello che ho descritto sono i mille modi possibili di un “normale” rapporto padre/figlia: la mia storia, quella delle amiche e pazienti raccontano, tutte, di un segno incancellabile che i padri hanno lasciato sulle nostre anime, un marchio… un danno… o anche, semplicemente, un’eredità inalienabile.

Tratto da: Monica Morganti, Figlie di padri scomodi, Franco Angeli, 2009, pagg. 118-119

 

Ecco: mi crea sgomento leggere queste parole: “il padre è il grande assente… anche quando è presente”.

Vorrei gridare forte: “Chi sono io? E che cosa vuoi da me?”. Ho la certezza che nessuno risponderebbe: “Non so chi sei e non mi importa. So che sei un’ottima vittima per scaricare i miei peccati. Sei un ottimo capro espiatorio per perdonare a me stessa i miei insuccessi, le mie pigrizie, le mie malattie mentali e fisiche, la mia incapacità di amare davvero senza egoismi, senza ricatti”.

Ecco: al termine della lettura di questo libro, coinvolgente e sconvolgente, utile quindi per guardarsi allo specchio senza alcuna indulgenza, mi son chiesto perché io non abbia mai individuato i miei genitori come fonte colpevole dei miei malesseri.

E… non ho saputo darmi una risposta.

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