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Archivio Novembre 2006

Dell’amore

27 Novembre 2006 Nessun commento

Il testo che segue è tratto da un romanzo di Vittorini ambientato nel periodo della Resistenza.
Nella narrazione della vicenda sono intercalati dei brani, in corsivo, nei quali il protagonista vuol “mettere la testa dentro” nell’ infanzia sua e della sua donna: non nelle loro infanzie separate (l’uomo è siciliano, mentre la donna è lombarda), ma in una impossibile infanzia assieme, e tuttavia “due volte reale”.
Questo desiderio di essere una cosa sola con la propria donna, anche per quanto riguarda l’infanzia ed il passato in generale, è un sentimento tipico di chi desidera la completa con-fusione di se stesso nell’altro. Ed è evidente che l’amore non può essere che così.
Eppure, eppure, sapere tutto dell’altro, anche il passato, impedisce la scoperta quotidiana dell’amore: annulla, cioè, la possibilità di innamorarsi ogni giorno. E’ per questo che gli amori giovanili sono belli, quando persistono solo nel nostro ricordo, ma non nella nostra vita reale. Diversamente la vita assieme è solo una noia pazzesca.

“Lo sai che cosa vorrei?”
“Che cosa?” io gli domando.
“Un giorno della mia infanzia.”
“Non è difficile averlo.”
“Metterci dentro la testa.”
“Non è difficile,- gli dico. -Lo vuoi?”
“Ma con una differenza.”

“Che differenza?”
“Con la cosa tra me e lei.”
“Come?” gli chiedo. “La tua infanzia e questa cosa insieme?”
“La mia infanzia e questa cosa insieme.”
“Ma non è reale.”
“E’ due volte reale.”
“Tu di allora?” gli dico. “E tu di ora?”
“Io nella mia infanzia,” egli mi dice. “E nella mia infanzia anche lei. La cosa nostra in un giorno di allora.”
“Ma tu,” gli dico “non conosci lei bambina.”
“Io conosco tutto di lei.”
“Tu eri in Sicilia e lei era in Lombardia.”
“Io ero anche in California.”
“Ma non vi siete mai incontrati, nella vostra infanzia.”
“E non possiamo incontrarci ora?”
“Proviamo,” gli dico. “Possiamo vedere.”
“E per metterci la testa dentro,” dice lui.

Tratto da: Elio Vittorini, Uomini e no, Mondadori

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dove

20 Novembre 2006 1 commento


…ma dove potrei incontrare il sorriso dei tuoi occhi se non nel sogno di un cielo in amore?

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con-fusione

15 Novembre 2006 Nessun commento


il lago, quasi uno specchio della tua anima

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118

15 Novembre 2006 1 commento

E’ in auto in un bel mattino d’autunno, il cielo è sereno con lievi sfumature di rosa ad oriente, un alito di vento appena accennato rende ancora più forte la sensazione di calma.
Si è fermato ai bordi della strada perché un dolore ben noto gli serra lo stomaco e gli crea una sensazione di torpore al braccio sinistro: altre volte è successo ed è bastato fermarsi per riposare un po’. Accende la radio: una melodia amata si diffonde nell’abitacolo: è una canzone della sua gioventù. Quanto tempo è passato da quella sera giù al fiume!
Il dolore rimane, anzi, sembra aumentare, assieme ad una devastante malinconia.
È un’età la sua dove il cuore ha la porta blindata, in una stanza senza pareti.
Accende il cellulare e poco dopo arriva un messaggio di sua figlia, diciottenne, da un lontano universo che non conosce.
Il respiro si affanna. Seleziona il 118, il dito è sul pulsante di chiamata.
“Così va bene- pensa – così va bene”, mentre qualcosa cade sul tappetino dell’auto.

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Tre poesie brevi di Mao

14 Novembre 2006 Nessun commento

 

Mao, poco noto, forse, ai giovani d’oggi, è stato un mito nei miei anni giovanili. Ha composto splendide poesie conformi ai criteri della cultura cinese classica. Anche contro questo modo di scrivere si scatenerà la Rivoluzione culturale maoista…

 

 

Montagne!
Più rapido incito il mio veloce cavallo, non scendo mai di sella.
E se la testa levo, m’atterisco:
il cielo è fermo tre piedi sopra di me!

Montagne!
Vi levate alte come i flutti di mari in tempesta,
come mille e mille cavalli
che s’alzano dritti e sprofondano in mezzo alla battaglia.

Montagne!
Perforate l’azzurro del cielo con le cime intatte!
E il cielo potrebbe cadere
senza il vostro possente sostegno.

Mao Tse-tung (Mao Zedong), Poesie, Samonà e Savelli

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Brassens e le passanti

11 Novembre 2006 1 commento

Pioggiadifiori mi ha chiesto se pensavo a Brassens quando ho scritto “Ritratto”.
Confesso la mia smisurata ignoranza, ma devo a De André quel poco che conosco di Brassens. La canzone di De André “Le passanti” è la traduzione di un testo musicato da Brassens. La poesia originale è di Antoine Paul.
Questa canzone appartiene al mio substrato adolescenziale ed è molto probabile che abbia agito, se non altro, per una inconscia ed iniziale ispirazione. Poi è venuto il resto.
Grazie comunque a Pioggiadifiori che mi invita sempre a capire meglio quello che penso.
Mi dispiace che abbia abbandonato il suo blog, per pubblicare altrove le sue fotografie, facilmente reperibili, comunque, tramite il link “pioggia di immagini” nel box “Sul web” qui accanto.

LE PASSANTI

Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà:
a quella conosciuta appena,
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.
A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.
Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.
A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.
Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.
Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.
Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine
una maniera di viversi insieme
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

Tratta da: Fabrizio De André, Come un’anomalia, Einaudi Stile Libero

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Ritratto

9 Novembre 2006 4 commenti

Chi sei tu che passi per incantare al vecchio bohémien la mano?
Sul foglio ocra, lui, traccia armonie di linee: le tue.
“Sono io?” – dici tra il timido e lo spavaldo, ma l’uomo disegna senza guardarti.
Eppure la sua mano cattura la luce spenta dei tuoi occhi, la finestra chiusa che ha paura di aprirsi: mai ti sei vista così ritratta, così meravigliosamente vera come è la tua vita in palpitante e celata attesa.
“Mi vendi il tuo disegno?” – insisti contro il suo imperterrito silenzio.
Il vecchio continua l’opera, la contempla e sorride finalmente, mentre muove la mano quasi volesse accarezzare il tuo viso triste.
“No – ti dice - non posso vendere il sogno di un amore infinito: che cosa mai mi potresti dare in cambio?”

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Gli occhi del cane, l’amore e la teologia

6 Novembre 2006 Nessun commento

“Anche la polvere del nostro amore è qualcosa, confrontata al nulla del mondo”.

“Guardate gli occhi di un cane che muore, e vergognatevi della vostra presuntuosa teologia”.

Parole tratte da: Sergio Quinzio, Dalla gola del leone, Adelphi

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