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Archivio Marzo 2005

ora è così

30 Marzo 2005 Nessun commento

ora è così: strenuamente accese le finestre, potrei camminare per ore
o scrutare il torrente in piena mentre sferza gli orti
o dormire in trepida attesa

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Auguri per Sara e Valentina

27 Marzo 2005 2 commenti


Carissimi auguri per una Pasqua farfallina

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Passio

17 Marzo 2005 1 commento

“dove eravate voi, che amate incensare crocifissi
simboli di morte, perché a voi la morte piace, è gradita,
dove eravate voi mentre il giudizio
uomini scandivano
presuntuosi e miseri
ridicoli davvero nella loro arroganza tronfia?
non mettete la risposta nella dritta del tempo,
non scanserete ugualmente la colpa:
voi siete
e siete uguali
oggi come allora!”

il folle, lacero e ributtante,
seduto all’altare della cattedrale,
armato, diceva qualcuno,
così sconciamente gridava
ai fedeli del venerdì santo
la settimana di pasqua del duemilacinque anno domini.

“voi credete di essere innocenti del suo sangue
perché da lui,
crogiuolo degli sputi
e degli inutili disperati,
tempo e spazio vi separa:
pazzi e idioti:
siete quelli di allora:
avete la stessa orrida stupidità
nei vostri cuori di merda:
sepolcri imbiancati è dire di voi poco
quasi un paterno complimento:
voi siete di vomito putride cloache”

ormai i presenti temevano il gesto
consequenziale, per le loro menti,
qualcuno, uscito,
chiamava soccorsi,
l’ordine armato e pulito
a tutela di loro,
i giusti dall’eloquio moderato,
delle parole in cravatta

“se vi dicessi che io sono il Cristo
il servo umiliato,
sporco e purulento,
io il crocifisso martirizzato
morto sepolto resuscitato,
se vi dicessi che la gloria postuma
da voi ricevuta
mi ripugna come
e più
degli sputi e delle spine,
voi che direste?
schiere di pretonzoli di curia
politicanti unti e cialtroni
padroni del vapore e delle botteghe
di vermi muffe e seghe,
voi che direste?
assieme ai vostri amici
giornalisti necrofori
operai dello straordinario ignobile e traditore
pensatori del vuoto
imbracatori della vita
assassini del sogno
della speranza
dell’amore,
voi che direste?
nulla
perché la morte è nel vostro cuore”

quando quasi calmato si era
dopo la sacrilega
urlata blasfemia,
entrarono gli armati
guardinghi e professionali
senza neppure un giuda
per il bacio di rito

“eccomi sono qui,
mi volete?
eppure anche ieri ero tra voi
disarmato e cheto
come un bovino buono
o un cane abbandonato
all’apparenza lieto,
eppure ero tra voi
e mi scansavate:
ero il negro insistente
il malato, il diverso, il gaudente
il tiraballe il codardo l’affamato
il puzzolente
il brutto l’imbranato
l’uomo delle croste
la donna senza mutande
che dal mattino alla notte si vende,
eppure ero tra voi:
oggi perché mi circondate
armati e belli?
mi volete sparare?
mi volete salvare?
mi volete imbavagliare?
che cosa mi volete fare?”

gli uomini della legge
intorno guatando
tentavano il giusto momento
per afferrarlo senza clamore
né fuoco né odore,
e lui rideva, rideva
quasi fosse pazzo
ma pazzo non era

“sentiamo, comandante,
di cosa mi accusi
tu o i tuoi padroni?
non ho usato violenza,
non ho maltrattato
né sparato
né ucciso,
altri l’ha fatto o l’ha deciso:
chi ha mandato bambocci alla guerra
chi ha distrutto famiglie con la miseria
chi ha lapidato la verità!
ma io, io non l’ho fatto:
semmai la quiete melmosa ho turbato,
forse di questo mi accusate?
sì, questo è il capo d’imputazione:
quello che portò Cristo all’ultima stazione.

Allora, però,

- e qui il folle smise di concionare,
e cominciò a parlare lento e piano -

il potere era timido ed inesperto:
prese l’eversivo e lo giustiziò
sul monte il venerdì santo.
Oggi, invece, il potere tronfio satollo e porco
sa come fare, idiota sì, ma esperto,
mica mi uccide,
semmai mi deride.
Ma anche questo non è nuovo:
già fu scritto:
scandalo per le beghine
e pazzia per i potenti e i loro lacchè!”

ciò detto, lento lento,
si cavò la barba e i capelli finti,
inforcò gli occhiali,
squarciò i quattro lerci cenci
e disse:

“spartitevi questi!
e qui la similitudine finisce:
oggi, Cristo
non può manco morire in croce!”

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Ricordando Mario Luzi

2 Marzo 2005 1 commento

Ho amato la parola poetica di Mario Luzi fin dai tempi del liceo. L’ho sempre seguito con attenta simpatia. Non era solo poesia la sua: era indagine, domanda incalzante attorno all’uomo, tentativo di capire o, più modestamente, di intuire.
Oggi desidero ricordarlo rileggendo una poesia che è dentro di me, quasi come l’avessi scritta io stesso.

IL FIUME

Quando si è giovani
e uno per avventatezza o incuria
segna senza badarvi il suo destino,
molti anni o pochi giorni
di vita irredimibile pagata tutta

o più tardi quando l’uomo non è più lui
e come dimesso da un giudizio
si regge con moti cauti
in una sopravvivenza minuziosa,

in un tempo e nell’altro
in cui meno forte stride,
meno crepita questo fuoco greco,

il fiume sceso giù dal giogo
non ha tutte le voci
che oggi mi feriscono festose
e cupe in vetta a questo ponte aguzzo.
Il fiume allora ha una voce sola
o vitale o mortale. Chi l’ascolta
ha un cuore solo o greve o tempestoso.

“Tu che tieni stretto il filo
di refe nel labirinto
dove sei che si scinde in tante voci
la voce che mi guida” esclamo io
non si sa bene a chi,
compagno fedele o ombra.

Sotto pruni di luce, oltre le pile,
fiammeggia a scagli a scaglia un’acqua ambigua
tra moto ed immobilità. Fa freddo,
pure scendono in molti per le ripe
alle barche legate ai pali, in molti
tentano il fiume e la sua primavera
su e giù con i remi e le pagaie.

“Felici voi nel movimento” dico
mentre fisso dal ponte
chi naviga con abbandono o lena
e guardo come crea
nel molteplice l’unità la vita; la vita stessa.

da “Su fondamenti invisibili” (1971)

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