La dimensione erotica dell’amore

13 Febbraio 2017 Nessun commento

Quest’anno, in occasione della ricorrenza di San Valentino, cito un autore contemporaneo… abbastanza famoso, Papa Francesco:

“(…) in nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi. Trattandosi di una passione sublimata dall’amore che ammira la dignità dell’altro, diventa una «piena e limpidissima affermazione d’amore» che ci mostra di quali meraviglie è capace il cuore umano, e così per un momento «si percepisce che l’esistenza umana è stata un successo».”

Il brano è tratto dall’ Esortazione apostolica Amoris laetitia, dove Francesco dedica, appunto, una parte del capitolo IV al tema:  la dimensione erotica dell’amore. Per me è stata una gradita conferma dell’intelligente navigazione di questo comandante della barca di Pietro, nonostante tutti i rematori che remano contro, come lui stesso ha detto.

È evidente, comunque, in questa Esortazione l’impegno dell’Autore per dimostrare di muoversi nel solco della Tradizione cattolica (1).

In effetti in epoca post-conciliare la Chiesa si è aperta anche su questi temi. Tuttavia basterebbe intervistare le donne anziane cattoliche, credenti e praticanti, per scoprire una realtà ben diversa. Per loro era peccato da confessare l’aver avuto rapporti coniugali con intenti volutamente non procreativi. Questa morale repressiva della dimensione erotica dell’amore coniugale determinò lo sviluppo della prostituzione e l’allontanamento dei mariti dal sacramento della confessione.

Papa Francesco ha impresso una svolta anche su questo argomento andando oltre le timide aperture post-conciliari.

(1) Annoto che il termine “Tradizione” ha, in ambito cattolico, un significato molto più complesso rispetto all’uso abituale di questa parola. Non è un caso che venga scritto con la maiuscola iniziale.

Categorie:On the road Tag:

Senza titolo di quarant’anni fa

3 Febbraio 2017 1 commento

È pur triste essere figli di un tempo
che ha perduto tutte le sue battaglie,
e che ci lascia allestire
solo schermaglie senza passione
su scene da sempre stabilite.

È quest’assenza di vita
oltre la polvere minuta
di giorni che non hanno soluzione,
sono questi confini volutamente
insopportabili e insopprimibili,
è questo, capisci, che vanifica
ogni amore di verità.

Prostituirsi, questo sì, è concesso,
anzi, vivamente consigliato dalla ditta,
e la poesia non è che il battage,
in apparenza meno greve,
di una ennesima truffa.

Così scrivevo, più di quaranta anni fa. Non immaginavo, allora, che negli anni successivi ci saremmo immersi in un’epoca, come la nostra, di profondo degrado sociale, culturale e politico. Non avrei mai pensato che il mondo sarebbe diventato come è oggi: una immensa cloaca.

Allora, però, con visione “profetica” avevo percepito gli inizi dei tempi che oggi stiamo vivendo.

Categorie:On the road Tag:

la giornata per una memoria coerente

27 Gennaio 2017 Nessun commento

Mi ripeto, ma debbo ribadire che nessuna “giornata della memoria”, nemmeno se scritta con le lettere maiuscole, può essere utile quando manca la coerenza, poi, nelle normali scelte quotidiane. Celebrazioni, manifestazioni, incontri sono solo vuoti rituali se non ci fanno incamminare verso un’autentica conversione.

Mi ripeto: il popolo che approvò il nazismo non era costituito da mostri, ma da persone normali che vivevano una vita normale, come tutti noi oggi.

Mi ripeto ancora: “il problema vero è l’indifferenza del comune buon senso: la follia nazista, come tutte le follie umane, ha la sua forza nell’acquiescenza delle persone cosiddette normali… di noi, insomma, che oggi ci indigniamo per gli orrori del passato, ma che accettiamo quelli del nostro tempo”.

La giornata dell’ipocrita presunzione di innocenza

Non smetterò mai di sostenere che il Nazismo non fu un’escrescenza malata della storia umana: non fu né una sorta di pazzia momentanea né un periodo a-normale. Chi visse quell’epoca trascorse i giorni della sua quotidianità come normalmente fa ogni “buon padre” ed ogni “buona madre” di famiglia. Chi lo subì, solo chi lo subì, forse, capì il senso della tragedia.

Per favore, però, smettiamola di guardare a quegli anni con la coscienza sporca di chi si crede innocente.

Nel nostro mondo, dove possiamo essere cigni o corvi, anatre o poveri piccioni, noi siamo animati da un unico obiettivo: procacciarci quello che serve a noi e alla nostra prole per sopravvivere, anzi, molto spesso, per “vivere sopra” agli altri. Per raggiungere questo obiettivo, spesso, siamo disposti a tutto. Nel migliore dei casi riusciamo a non vedere quello che ci capita attorno: esattamente come fecero la maggior parte di quelli che vissero in quegli anni.

Non voglio dire, ovviamente, che è sbagliato celebrare la Giornata della Memoria, ma sono convinto sempre di più che è doveroso eliminare dalla nostra coscienza la presunzione ipocrita di innocenza.

Voglio ripetere, per convincere per primo me stesso, che abbiamo bisogno di conversione, di un’autentica e profonda metànoia: non ci sono alternative prima del baratro.

La Giornata della Memoria e la satira razzista

 

Ho sempre avuto un particolare interesse per lo studio della storia perché ho sempre creduto, banalmente forse, che solo la conoscenza del nostro passato ci permette di comprendere il presente: concetto banalissimo, trito e ritrito, che trova la sua “canonizzazione” nelle parole Historia, magistra vitae (la citazione completa recita: Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis, dal De Oratore di Cicerone).

Tuttavia, come ben sa anche chi ha una minima conoscenza storica, la storia non ha insegnato nulla: l’umanità ignora la storia, oppure, se la conosce, ne rifiuta gli insegnamenti.

In questi giorni, giustamente, ricorre la Giornata della Memoria a ricordo dell’ Olocausto, come stabilì nel 2005 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

L’Olocausto è una pagina orribile della nostra storia, scritta nella banalità della nostra epoca, normale e civilissima, addirittura sedicente cristiana.

Mi sono già espresso su questo (1), tentando di dimostrare che quanto avvenne non fu opera di un manipolo di pazzi, ma il risultato di decisioni ed azioni assunte da individui “normali” in una società “normale”, dotata di una cultura “normale”.

Eppure, noi tendiamo ad attribuire a “mostri” la responsabilità di tutto ciò che, col senno di poi, ci sembra orribile: non impariamo nulla dalla storia.

Oggi mille piccoli e grandi olocausti avvengono quotidianamente sul nostro pianeta e continuiamo ad esteriorizzarli (2), quasi non contribuissimo anche noi, in un modo o nell’altro, alla loro esistenza e diffusione.

In questi giorni, mentre assistevo alla trasmissione televisiva di un documentario dedicato alla satira antisemita nella Germania nazista, ho ripensato all’attentato terroristico avvenuto a Parigi il 7 gennaio 2015, contro gli autori della rivista satirica Charlie Hebdo. Ho confrontato i due tipi di satira e ho constatato la loro stretta parentela: grafica orribilmente volgare e medesimi intenti razzisti. La grande differenza è data dalla reazione di chi era oggetto della “satira bullista” (3): gli ebrei tedeschi, forse troppo fiduciosi nel buon senso della civiltà in cui vivevano, reagirono compostamente; gli estremisti sedicenti islamici, risultato di una manipolazione di interessi convergenti, hanno usato, invece, la violenza scatenando, a loro volta, una dura reazione “razzista”.

La satira antisemita preparò il terreno all’Olocausto e, giustamente, il suo principale esponente e creatore, Julius Streicher, subì la pena capitale a Norimberga il 16 ottobre 1946.

(1) 27 gennaio, la giornata della memoria scarsa

(2) Uso il termine nella sua accezione medica, ma che, in questo caso, ha valenza sociologica.

(3) La satira “bullista”

N.B.: la foto nell’articolo è mia. La pubblicai nel 2010 con questo commento:

Nel filo spinato c’è gran parte della stupidità umana.
Qui ha trovato posto, per morire in una ragnatela, una Forficula auricularia.
Mistero della vita, mistero della morte.
Certo l’amore non concepisce fili spinati…
La foto è scura: colpa mia, della mia mancanza di abilità tecnica, della mia digitale.
Ma come rende bene l’idea quel buio!

http://www.fotocommunity.it/pc/pc/mypics/1407825/display/20259679

27 gennaio, la giornata della memoria scarsa

A Norimberga processarono, giustamente, i capi nazisti: i capi banda, insomma. Ma i mandanti di quei criminali dov’erano? Non certo sul banco degli imputati.

Dove erano gli industriali, i banchieri (qualcuno addirittura ebreo) che sostennero il regime nazista?

Sul banco degli imputati non c’era Winston Churchill, che vide di buon occhio e favorì i regimi nazi-fascisti in Europa.

Non c’era neppure Stalin che strinse un patto con Hitler per spartire la Polonia.

Non c’erano i capi delle chiese cristiane tedesche, cattolica e protestante, che lasciarono martirizzare molti dei propri figli nelle mani naziste.

Non c’erano gli intellettuali e i giornalisti che sostennero il regime oppure fecero finta di non capire.

Non c’erano i molti cittadini europei, non solo tedeschi, che videro e girarono la faccia dall’altra parte.

Norimberga ha tentato di lavare la coscienza occidentale sedicente cristiana e liberale, ma mi chiedo: non dovremmo tutti, senza esclusione alcuno, sentirci colpevoli delle troppe colpe di troppi nostri padri?

I molti politici ed intellettuali che oggi si sciacquano la bocca con grandi parole di condanna per gli orrori nazisti, come si sarebbero comportati all’ombra della svastica?

Dirò di più: io avrei scritto queste parole se i nazisti fossero al potere?

Temo la vigliaccheria del genere umano cui, purtroppo, appartengo.

L’anno scorso, nella ricorrenza del  27 gennaio scrissi: “il problema vero è l’indifferenza del comune buon senso: la follia nazista, come tutte le follie umane, ha la sua forza nell’acquiescenza delle persone cosiddette normali… di noi, insomma, che oggi ci indigniamo per gli orrori del passato, ma che accettiamo quelli del nostro tempo”.

Non posso che confermare.

Categorie:On the road Tag:

Tradizioni da rispettare

8 Gennaio 2017 Nessun commento

Com’è giusto, oggi, abbiamo riposto gli addobbi e l’albero di Natale in cantina, ma non il Presepio, che invece rimarrà, come le nostre tradizioni vogliono, fino al 17 gennaio, ricorrenza di Sant’Antonio Abate (1).

E, aggiungo, mi piace che rimanga perché lo creò mio papà sbozzandolo da alcune radici (2), ma anche perché l’ho collocato tra i miei libri più cari, accanto al suo ritratto.

Grazie papà!

(1) La saggezza “socratica” di Sant’Antonio Abate e Il maialino di Sant’Antonio Abate

(2) Un Natale da… anto-logia

Categorie:On the road Tag:

La Gioia

2 Gennaio 2017 Nessun commento

XLII (3), 1. “Rivestiti, dunque, di gioia che è sempre gradita a Dio e gli è accetta. In essa si diletta. Ogni uomo allegro opera bene, pensa bene e disprezza la mestizia. 2. Invece l’uomo triste si comporta sempre male. Prima agisce male perché contrista lo Spirito Santo che fu dato gioioso all’uomo, poi, contristando lo Spirito Santo, compie l’ingiustizia di non supplicare Dio e di non confessarsi a Lui. La preghiera dell’uomo triste non ha mai la forza di salire all’altare del Signore”. 3. “Perché, chiedo, la preghiera del triste non sale all’altare?”. “Perché, dice, la tristezza risiede nel suo cuore. La tristezza unita alla preghiera non permette che la preghiera ascenda pura all’altare. Come l’aceto e il vino mescolati insieme non hanno lo stesso sapore, così la tristezza frammista allo Spirito Santo non conserva la stessa preghiera. 4. Purificati, dunque, da questa nefasta tristezza e vivrai in Dio. E vivranno in Dio quanti allontanano la tristezza e si rivestono di ogni gioia”.

Una parte di questo passo, tratto da Il Pastore di Erma (testo cristiano in lingua greca del II secolo), è citata da Papa Francesco nella Lettera Apostolica Misericordia et misera, a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia (2015-2016).

Categorie:On the road Tag:

Solstizio d’inverno

21 Dicembre 2016 2 commenti

Molti storici, come è noto, ritengono che il “dies natalis soli invicti” (1) (il giorno natale del sole invitto), cioè il solstizio d’inverno, abbia influito sulla data del Natale cristiano (2).

Non credo ci possa stupire che, nell’antichità storica, le feste solstiziali d’inverno fossero diffuse e particolarmente importanti. Tutte celebravano il trionfo della luce e il Cristianesimo le ha “adottate” non solo con il Natale, ma anche con la ricorrenza di Santa Lucia (3).

Nella preistoria, tuttavia, credo che il solstizio d’inverno avesse un impatto molto più profondo. Molti siti archeologici sembrano legati alla necessità di osservare gli avvenimenti astronomici, con motivazioni sicuramente diverse dalle nostre: suppongo che ci fosse l’esigenza di “controllare” i fenomeni, in un certo modo per esorcizzarli.

Doveva creare non poca angoscia osservare che, dopo il solstizio d’estate, il Sole di giorno in giorno declinava sempre più in basso sull’orizzonte: chi poteva garantire che sarebbe risorto? Un’adeguata strategia di controllo, assieme ad opportuni rituali, poteva rassicurare i nostri antenati. Mi spiego così, forse con troppa fantasia, i molti siti archeologici particolarmente legati al solstizio d’inverno.

Oggi gli “umani evoluti” a malapena si accorgono se fuori piove o c’è il sole, ma solo se li avvisa il meteo sui loro egofoni (4).

(1)  dies natalis solis invicti  

(2) la festa del Natale e i mirtilli di Cullmann  

(3) Ho già scritto così: “Natale non è forse la festa di Gesù Luce del mondo? Luce in questo mondo buio e diabolico, dove sembra che il Sole solstiziale non sappia riprendere la china. Luce che, invece, esplode primigenia a prefigurazione della primavera pasquale. Luce invitta e in viaggio, dunque.” (Santa Luce di Natale)

(4) Così Michele Serra traduce, a mio avviso bene, il termine “iPhone”.  (Ognuno potrebbe fare molto meglio)

N.B.: ho scattato io la foto qualche anno fa.

Categorie:On the road Tag:

Segni contagiosi e cruciali (1)

6 Dicembre 2016 Nessun commento

Erri De Luca nel suo ultimo libro (2), La Natura Esposta, edito da Feltrinelli, ci regala un mosaico complesso, una “summa” del suo pensiero. Il filo che cuce il tutto è l’incarico che il protagonista deve assolvere: riportare alla versione originale la scultura di un Crocifisso, che aveva subito la copertura, appunto, della sua “Natura”. Ricordo bene che i miei vecchi, quand’ero bambino, usavano ancora questa espressione per indicare l’apparato genitale: era un linguaggio in codice per non farsi capire dalla “roba verde”, cioè dai bambini. L’incarico del protagonista consiste proprio nella ricostruzione della “Natura” del Crocifisso.

E’ un lavoro che richiede la più completa simpatia con la scultura e che suggerisce al protagonista alcune riflessioni notevoli.

L’intensa osmosi con il Crocifisso, infatti, porta il protagonista ad investigare con passione; da questa ricerca nascono domande a se stesso e al mondo circostante, ne derivano risposte con l’aiuto di molteplici personaggi: un rabbino, un operaio islamico ed anche, ovviamente, il prete che commissiona il restauro.

Com’è noto De Luca ha studiato profondamente la struttura linguistica delle Scritture. Ha tradotto libri della Bibbia perseguendo il tentativo di restituire il più possibile il valore originale alla Parola.

Un esempio, nel libro, sono le riflessioni del protagonista a proposito di un passo di Giovanni, il capitolo 3, versetto 14 (versione Diodati): E come Mosè alzò il serpente nel deserto, così conviene che il Figliuol dell’uomo sia innalzato. Il protagonista cerca di capire quale legame ci sia tra il “serpente” e il “messia crocifisso”. Il rabbino gli dice: “Per noi la spiegazione sta nel valore numerico delle parole ebraiche. Non avendo i numeri arabi, abbiamo usato le lettere dell’alfabeto a rappresentarli. Una parola è anche una serie di numeri, una somma. Due vocaboli con lo stesso numero fanno coppia fissa, come succede nelle rime. Ecco che la parola serpente ha lo stesso valore numerico, la stessa somma di lettere della parola messia. Lui è un ebreo istruito e sta parlando a un altro ebreo istruito, in grado di cogliere il senso del paragone. Come fu innalzato il serpente, così sarà innalzato il messia.” 

Il restauro è accompagnato da un’attenta esplorazione fisica del Crocifisso di marmo. Il protagonista individua sulla sommità della croce un’incisione e il rabbino gli spiega il significato della parola incisa: “Ura, svegliati”, dice, “È l’invito rivolto alla divinità nel salmo 44”, “Lo scultore con quel verbo chiede al crocifisso di svegliarsi. È un invito alla resurrezione, che è la novità del cristianesimo, il suo comandamento aggiunto” (3). Alla parola “ura” l’autore, per bocca del rabbino, fa risalire l’etimo del nostro “hurrah!”.

L’ulteriore meticolosa esplorazione della scultura porta il protagonista ad effettuare un’altra scoperta: sulla sommità dei chiodi sono incise delle lettere. Il restauratore consulta di nuovo il rabbino che gli fornisce la spiegazione nel brano seguente.

“Sono alef, dalet, mem, formano il nome Adàm. È lui l’autore, questo intende lo scultore con il messaggio. Adàm, la specie umana intera, ha battuto quei chiodi, lasciando la firma. Nei vangeli si riporta la frase: ‘Perché mi hai abbandonato?’. È la ripetizione di un verso di Davide in un salmo. In ebraico si può leggere senza punto interrogativo: ‘A cosa mi hai abbandonato’. Come un atto di accusa, guarda a cosa mi hai abbandonato. A cosa: in ebraico, per valore numerico equivalente, si può leggere: ‘A un Adàm mi hai abbandonato’. Ecco il suo nome sui chiodi.”

Lo scultore ha voluto essere scrittore. Ha seminato lettere sulla superficie per aggiungere un rigo a quella storia.

La sua identificazione fisica con il crocifisso gli aveva imposto la conoscenza dell’alfabeto ebraico. Aveva inciso una scrittura sulla statua, ma lontano dagli occhi. Non per lo spettatore che osserva, ma per chi si avvicina, attraversa il confine della distanza e arriva a toccare con mano. I segni sono per chi è disposto a farsi contagiare. -

Anch’io mi sono occupato, con vivo interesse, di questo passo evangelico: Eloì, Eloì: una disperata speranza

Concludo ripetendo le parole dell’autore: i segni sono per chi è disposto a farsi contagiare e, quando sono cruciali, non ammettono indifferenza nella scelta del cammino.

(1) cruciale agg. [dall’ingl. crucial, der. del lat. crux -ucis «croce», con riferimento alle croci poste nei bivî]. – Che comporta una decisione o impone una soluzione, e quindi critico, decisivo (vocabolario on-line Treccani)

(2) Libro che ho già citato:  Citazione di una citazione

(3) Paolo, I Lettera ai Corinti (15,14): E se Cristo non è risuscitato, vana è adunque la nostra predicazione, vana è ancora la vostra fede. (versione Diodati)


La foto che accompagna questo articolo è una Croce. In ambito culturale cattolico, diversamente che in quello protestante, spesso si confondono le parole Croce e Crocifisso. Ovviamente la Croce è il simbolo senza la figura, pittorica o scultorea, del Cristo Crocifisso.

Tuttavia nella foto è rappresentata una Croce speciale perché vi sono incise le parole del Padre Nostro, corredate da una piccola ampolla con la terra santa di Gerusalemme.

Non c’è su questa Croce il Crocifisso, ma c’è la Sua Parola cruciale.

 

 

 

 

Categorie:On the road Tag:

“ai miei tempi”

19 Novembre 2016 2 commenti

Mio padre (1) ha vissuto gli anni della sua gioventù in guerra, eppure, quando divenne anziano, diceva che il mondo era diventato brutto rispetto ai “suoi tempi”, cioè quando era giovane. Il fatto non mi meravigliava: quando si è anziani si tende a mitizzare la propria gioventù.

Oggi è arrivato il mio turno: mi guardo attorno e mi sento letteralmente spaesato. Mi sembra che società ed ambiente facciano schifo (2). Razionalmente penso che siano gli anni a dettarmi questa sensazione: mi comporto, cioè, esattamente come faceva mio padre e come fanno, in genere, tutti gli anziani. Gli anni passano e, inevitabilmente, la nostalgia di quando si era giovani aumenta. Cerco di convincermi, quindi, che il mondo mi sembra più brutto solo perché l’età mi impedisce di vedere la bellezza del nuovo che avanza.

Forse è così.

Eppure…

Eppure, se mi guardo attorno, sento che “il nuovo che avanza” è brutto oggettivamente. Ai “miei tempi” noi giovani lottavamo per un mondo più giusto, più libero. Criticavamo anche il moralismo imperante nella società. Il sistema (termine comune del nostro linguaggio giovanile di allora) colse al balzo l’opportunità che gli fornivamo su un piatto d’argento. Ai “miei tempi” non è vero che la società e il mondo fossero migliori: porcherie, soprusi ed ingiustizie c’erano anche allora. Tuttavia la classe dirigente temeva il giudizio della società regolata ancora da norme morali che, noi giovani, allora consideravamo “moralismo”. Queste norme non impedivano le schifezze, ma chi commetteva porcherie aveva il buon senso di non vantarsi.

In realtà contribuimmo a buttare il bambino con l’acqua sporca: il moralismo scomparve assieme all’etica, al buon gusto, alla moderazione, al comportamento civile. Oggi la classe digerente non nasconde le proprie porcherie, ma se ne vanta con l’ammirazione del popolo emulatore circostante.

Non mi ritrovo oggettivamente in questa realtà e credo che non sia dovuto solo al fatto che sono anziano: ho combattuto in gioventù per un mondo più giusto, non più sporco, in tutti i sensi.

Gesù definiva i Farisei sepolcri scialbati (3): belli fuori e putridi dentro.

Oggi i nuovi farisei hanno abolito i loro bei sepolcri e rimangono solo le loro puzzolenti putredini.

Qui sta la differenza oggettiva tra il mondo dei “miei tempi” e quello di oggi, e non è la nostalgia della gioventù a farmelo credere.

(1) papà… sempre

(2) Le locuste e Prima Epistola a Nessuno

(3) Così traduce Giovanni Diodati (Matteo 23, 27), usando una bella parola toscana che deriva direttamente dal latino exalbare ”imbiancare”.

Nota: ho scattato la foto in un luogo di passaggio; è quello che resta di un grosso topo                      schifosamente putrefatto a cielo aperto.

Categorie:On the road Tag:

Citazione di una citazione

15 Novembre 2016 Nessun commento

“In tasca gli trovano un biglietto che ricopio.

Leggo in una poesia di Puškin: ‘Sono sopravvissuto ai miei desideri’. Io no. Non ci sono stato mai. Quando pensavate che c’ero, non ero con voi. Quando vi parlavo, dentro di me tacevo.

Quando camminavo tra voi, ero invece fermo sotto un vento che andava al posto mio. Quando ero alla vostra tavola, ero in cucina a moltiplicare pesci. Non vi accorgerete della mia assenza, perché a quel punto ci sarò. Sarò per voi immancabile da assente.”

Tratto da: Erri De luca, La Natura Esposta, Feltrinelli.

 

Categorie:On the road Tag:

A proposito di onestà e corruzione

13 Novembre 2016 Nessun commento

L’arte di non corrompere.

Il signor K. raccomandò un tale ad un commerciante per la sua incorruttibilità. Dopo due settimane il commerciante ritornò dal signor K. e gli chiese: – Che cosa hai voluto dire parlando d’incorruttibilità? – Il signor K. rispose: – Dicendo che l’uomo da te assunto è incorruttibile intendo dire: tu non puoi corromperlo. – Ah sì? – disse il commerciante afflitto, – ed invece io ho ragione di temere che il tuo uomo si faccia corrompere perfino dai miei nemici. – Questo non lo so, – disse il signor K. senza interesse. – Ma  non fa che lisciarmi, – esclamò il commerciante esasperato,  - egli si lascia dunque corrompere anche da me! – Il signor K. sorrise vanitoso.  - Da me non si lascia corrompere, – disse.

Tratto da: Bertolt Brecht, Storielle del signor Keuner (a cura di Cesare Cases), in: Storie da Calendario, Einaudi. A fianco, invece, la copertina dell’ultima edizione integrale.

Categorie:On the road Tag: